Contagi in aumento e Pronto soccorso nel caos. A Lamezia il Covid fa (più) paura

Mancano infermieri. Microbiologia accetta i tamponi solo fino alle 10 del mattino. La popolazione si riversa su un pre-triage sempre più in affanno. I lunghi tempi di attesa da Catanzaro (che non comunica i risultati per gli asintomatici negativi). Storia di una pandemia e di un sistema che sta andando in tilt

di Alessia Truzzolillo
LAMEZIA TERME
«C’è bisogno di personale». «Mancano infermieri». Il grido che si leva dal Pronto soccorso di Lamezia Terme è unanime, una richiesta d’aiuto per uscire dall’anarchia nella quale il reparto affonda ogni giorno di più creando gravi disagi ai pazienti, al personale e generando tensioni. Un sistema, quello del Pronto soccorso, minato dalle assenze per malattia, maternità, pensione. E, chi può, chiede di essere trasferito per non dovere sottostare a turni massacranti e richieste di supporto che cadono nel vuoto, tanto più che in questo periodo il primario, Ferruccio Lucchino, è assente perché ha scelto di coprire i turni nel più periferico ospedale di Soveria Mannelli. A Lamezia, in questi giorni di apprensione per l’incremento dei contagi, gli accessi alla tenda pre-triage sono notevolmente aumentati. Mentre si assiste a un preoccupante aumento degli asintomatici con Covid che transitano dal Pronto soccorso – anche nei percorsi “puliti” che poi vanno chiusi e sanificati aumentando i ritardi e le attese per le prestazioni sanitarie – le risposte del sistema non si mostrano adeguate a questa nuova ondata di emergenze. Il sistema va in crash anche perché tutti si riversano – molto spesso su suggerimento del medico curante – sul reparto front office dell’ospedale. Ma l’iter dovrebbe essere diverso per coloro che sospettano un contagio ma sono asintomatici: ci si dovrebbe rivolgere all’ufficio di Prevenzione, che si trova nel vecchio ospedale, per prenotare il tampone che dovrebbe essere fatto a domicilio da personale dell’Asp. Le richieste di aiuto, in un sistema ormai in tilt, si riversano tutte sul Pronto soccorso, un imbuto sempre più stretto nel quale finiscono per incastrarsi gli affanni del reparto e quelli dei cittadini.

CHIUSURA OBI Se il metro di misura sono le strutture che funzionano e che stanno incrementando il personale dedito al Covid e i posti nelle sale di Osservazione breve intensiva (Obi) per i pazienti in attesa di ricovero, a Lamezia si ingrana la marcia indietro: il personale è carente e l’Obi è stato chiuso per fare posto a una seconda rianimazione che però (così come durante i giorni caldi del lockdown) non vede ricoveri e non è mai entrata in funzione, salvo qualche caso raro di passaggio. L’Obi, invece, servirebbe a garantire un letto e dignità a coloro che “svernano” nei corridoi del Pronto soccorso in attesa del risultato del tampone. Parliamo di quei pazienti non sospetti Covid che devono essere ricoverati ma che i vari reparti non accettano se prima non arriva il risultato del tampone.

TEMPI DI ATTESA I tempi di attesa per un tampone sono dettati dalla sorte. Se si capita in reparto di emergenza tra l’orario di apertura della Microbiologia e le 10 del mattino si riuscirà a ottenere un risultato entro le due del pomeriggio. Perché è vero che le stanze di Microbiologia sono state riaperte per processare i tamponi provenienti da Lamezia e Soveria Mannelli, ma è anche vero che il personale dedicato allo scopo deve coprire anche i turni del Laboratorio analisi e la disponibilità è parecchio contingentata. Si accettano i tamponi solo fino alle 10 del mattino. A questo si aggiunge il non secondario problema della scarsità dei cosiddetti “cestelli”, ovvero gli strumenti che permettono di inserire i tamponi nella macchina che li processa. I cestelli hanno vita breve e vanno sostituiti. Ma a Lamezia di questi strumenti ne sono arrivate poche centinaia (un problema purtroppo pandemico). Se un malcapitato arriva dopo le 10 del mattino e ha bisogno di essere ricoverato, quindi ha bisogno di una risposta in breve tempo, si ricorre alla navetta che porta i tamponi all’ospedale Pugliese di Catanzaro. Qui l’attesa varia dalle cinque alle 12 ore. Ore trascorse su una barella nei corridoi del Pronto soccorso, e con assistenza minima, senza privacy, con le luci accese e senza poter riposare di notte, nell’attesa di un risultato e di un ricovero su un vero letto. Per i non urgenti, ossia per coloro che non devono essere ospedalizzati, l’attesa per il risultato del tampone si consuma nella propria e abitazione può variare dai due ai tre giorni. Attesa che coinvolge il sospetto Covid e tutta la sua famiglia messa in quarantena. A questo si aggiunge il fatto che – parliamo sempre dei sospetti Covid asintomatici che restano a casa – dalla Microbiologia di Catanzaro vengono comunicati solo i casi positivi. Se non si comunica vuol dire che l’esito è negativo. Dopo qualche giorno di attesa, però, un cittadino ha bisogno di conoscere il risultato (magari ha bisogno anche di un documento da portare a scuola o al lavoro). Così chiama in Pronto soccorso, ad un Triage già intasato, che dovrà a sua volta chiamare al Pugliese per poter rassicurare il cittadino.

PERSONALE CARENTE Gli infermieri, se va bene, sono cinque a turno. Basti pensare che un codice rosso dovrebbe essere assistito da almeno quattro infermieri. Un sospetto caso Covid in codice rosso può contare su un infermiere. Se arrivano due codici rossi in contemporanea la struttura va in forte affanno con paralisi delle prestazioni per i casi meno gravi.
A ciò si aggiunga il fatto che l’infermiere “sporco”, ossia colui che è demandato a prendersi cura dei sospetti Covid, è solo, senza l’assistenza di un operatore socio sanitario e, può capitare, anche senza medico che è impegnato al primo piano dove si trovano i quattro posti letto del reparto screening, nel quale sostano i sospetti casi Covid in attesa di tampone.

INCIVILTÀ In questa bolgia si aggiunge il concorso di colpa dell’inciviltà. Un cartello posto all’ingresso del Pronto soccorso lo dice chiaramente: «È fatto divieto agli accompagnatori dei pazienti di permanere nelle sale d’attesa». Parole al vento e guai a farlo notare: si rischiano discussioni infinite e tensioni. Così alla paura collettiva, dettata dall’aumento esponenziale dei contagi anche nel comprensorio lametino, si aggiunge il suo contrario: il menefreghismo, il mancato riconoscimento di un pericolo reale e la necessità di un comportamento responsabile.

SPERANZE Ieri sono arrivate le barelle di contenimento per trasportare in sicurezza i pazienti Covid. Intanto si spera anche nei test rapidi che dovrebbero arrivare a fine mese. Dovrebbero, se la domanda per i test rapidi è stata inoltrata nei tempi e nei modi previsti. Tutti aspettano ma nessuno ha notizie certe. Incrociamo le dita. (a.truzzolillo@corrierecal.it)





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