La Calabria e le sue “rovine”, dubbi sul restauro “pesante” dell’Abbazia di Corazzo

Molti chiedono lumi sulle scelte e sugli interventi dopo la diffusione dei rendering. Progetto di recupero da 1,2 milioni affidato a una firma prestigiosa. Ma il dibattito è partito. Così come le sollecitazioni perché si effettuino ulteriori studi e indagini archeologiche

di Danilo Monteleone
LAMEZIA TERME
Meglio dirlo subito: la discussione e le diverse opinioni vanno avanti da molto tempo, il tema è quello dei beni architettonici e monumentali (religiosi o no) sui quali il tempo mostra i suoi inclementi effetti.
Il concetto specifico è invece quello di rudere o per meglio dire di “rovina”, ciò che resta di Castelli, Chiese, Abbazie, Monasteri e Palazzi squarciati e che si presentano ai nostri occhi come il simulacro della loro passata gloria.
Non è una discussione da poco in un Paese che conserva (spesso malamente) una percentuale elevatissima dei beni culturali dell’umanità; discussione che dovrebbe valere anche e soprattutto in Calabria, dove tanti dei monumenti scontano non solo l’inesorabilmente scorrere dei secoli ma anche e imprevedibilmente la sinistra e devastante forza di terremoti ed alluvioni.
Chissà, infatti, quanto monumentale sarebbe stata la Calabria se, ad esempio, le fortificazioni ed i manieri Normanni fossero tutti ancora in piedi, chissà quale spirito di orgoglio alimenterebbero le basiliche e i cenobi basiliani se non fossero rimaste (in tantissimi luoghi) solo le tracce degli edifici che furono.
Ecco perché qui quello della “rovina” e del suo integrarsi con la natura è un tema drammaticamente serio, perché chiama in causa ciò che eravamo ma anche ciò che dovremmo essere.
Tornano in mente, prima di venire al punto, le parole che Stendhal dedica al Colosseo, «questo immenso edificio (è) forse più bello oggi che cade in rovina che al tempo del suo splendore (allora non era che un teatro, oggi è la più splendida testimonianza del popolo romano)».
Cosa sono allora le rovine? Qualcosa da recuperare e rendere “funzionalmente” fruibili oppure monumenti feriti e parziali che rimandando tuttavia ad una idea intera di storia e di identità?
È questo il busillis sollevato e rilanciato con forza nelle ultime settimane in Calabria a seguito della comunicazione relativa ad un ampio progetto destinato a consolidare le strutture, valorizzare i ruderi, rendere fruibile l’Abbazia di Corazzo, nel comune di Carlopoli.

Il confronto tra lo stato attuale dei luoghi (sinistra) e il progetto

È un luogo iconico della grande, seppur poco conosciuta, storia calabrese; l’Abbazia, uno degli avamposti della ri-latinizzazione della Calabria avviata dai Normanni è (era) situata al limite delle province di Catanzaro e Cosenza e costituì per lungo tempo un punto di riferimento spirituale, religioso, culturale ed economico per un territorio molto vasto.
Qui riecheggiò lo spirito profetico di Gioacchino da Fiore. Qui riecheggiò il carisma dei Cistercensi.
Il progetto di recupero costerà 1,2 milioni di euro, fondi resi disponibili dal Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), il progettista – opportuno sottolinearlo – vanta un curriculum di tutto rispetto, è una firma prestigiosa, vanta un centinaio di pubblicazioni e ha portato a compimento il restauro di numerosi monumenti, soprattutto quelli legati alla spiritualità gioachimita.
In queste settimane, tuttavia, in molti hanno espresso dubbi sulla natura dell’intervento, il progetto – stando ai rendering e alle immagini diffuse – appare oggettivamente consistente e pur nel rigore scientifico che l’avrà ispirato in tanti guardano alla condizione attuale di Corazzo (al netto degli interventi di messa in sicurezza) come capace di trasferire e per intero tutto ciò che era e significava.

In molti sottolineano l’urgenza non solo di un consolidamento, per così dire neutro, unito invece a ulteriori indagini e studi di natura archeologica.
Ultima in ordine di tempo “Italia Nostra” che indica come «le imponenti rovine del complesso abbaziale di S. Maria di Corazzo debbano essere oggetto di interventi di restauro e di recupero compatibili con i valori paesaggistici e architettonici del sito, in linea con prassi filologiche rigorose, senza compromettere le preesistenze archeologiche o i valori architettonici e artistici».
La tesi appare dunque chiara, la “rovina” è un fatto della storia che non può mai essere sostituito, alterato o anche semplicemente attenuato da un artefatto dei contemporanei; varrebbe in questo senso, attualizzandola, l’affermazione, ad esempio, che l’intellettuale inglese John Ruskin riserva ad una qualsiasi architettura: «Alla fine dovrà giungere la sua ora; ma che venga dichiaratamente e apertamente; e che nessun sostituto disonorante e falso la privi dell’ufficio funebre del ricordo».

Oggi su Corazzo c’è chi chiede di avere lumi sulle scelte e sugli interventi (magari con una presentazione approfondita ed aperta agli esperti del settore), chi senza se e senza ma è affezionato all’aspetto attuale dell’Abbazia, altri ancora richiamano l’esperienza (e le emozioni) di entrare in un luogo che portando addosso i segni di una storia alimenta e suscita il desiderio di conoscenza al di la del visibile concreto.
Depositata è già un’interrogazione parlamentare che chiede lumi al Ministero.
Quale che sia il percorso da qui in avanti (ascoltate o no le richieste di approfondimento e/o correzioni) il progetto sull’Abbazia di Corazzo un merito sembra avercelo già e cioè quello di aver (ri)avviato un discorso più ampio e generale sulla condizione dei nostri beni, sulla natura e sulle funzioni dei restauri, sull’opportunità o meno di considerare questi luoghi come “rovine” e dunque memoria oppure siti da (ri)utilizzare, sul fatto che le “rovine” e i “ruderi” hanno sì vita propria ma per una efficace alchimia della storia e degli occhi assumono una vita più ampia divenendo elemento costitutivo del paesaggio.
È un dibattito importante a patto, ovviamente, che a questo tipo di confronto si accompagni anche la denuncia e l’indignazione per molti altri luoghi di interesse storico-culturale “rovinosamente” abbandonati a se stessi, per indisponibilità di fondi, difficoltà burocratiche o peggio ancora per una criminale disattenzione. (redazione@corrierecal.it)





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