Reparto Covid “fantasma” e servizi minimi, lo spoke di Corigliano Rossano «è al collasso»

Il dirigente del reparto di Anestesia e Rianimazione, Giuseppe Angelo Vulcano, lancia l’allarme. «Noi qui non reggiamo più l’ordinario, figuriamoci se dovessero arrivare pazienti affetti da coronavirus». Anche la pediatria e la ginecologia in forte sofferenza e a rischio chiusura. E i concorsi? «Serviti a nulla»

di Luca Latella
CORIGLIANO ROSSANO
La seconda ondata della pandemia, se arriverà e quando, troverà l’ospedale di Rossano impreparato. Ma è più in generale lo spoke di Corigliano Rossano ad essere già in ginocchio. Come lo sono i reparti di Pediatria e Ginecologia, fra medici trasferiti, rinforzi che rimangono solo sulla carta e convenzioni che scadono.
I due reparti del presidio ospedaliero di Corigliano, come l’Unità intensiva cardiologica e il reparto Covid dello stabilimento di Rossano con annessi decine di posti di terapia sub-intensiva promessi, sono l’emblema del fallimento del servizio sanitario erogato da queste parti. Una terra come la Sibaritide, 220 mila abitanti, costretta a dover sgomitare per far nascere – e all’eventualità curare – un figlio, sperando sempre che la madre non debba essere elitrasportata a Cosenza per mancanza di medici, nonostante quei reparti siano un’eccellenza del territorio. Il tutto sotto il paradossale “tepore” della coperta corta, secondo cui si tira da una parte e si scopre dall’altra: quel tal pediatra che serve a Cetraro lo si preleva a Corigliano, quell’altro ginecologo lo si trasferisce dal Tirreno allo Jonio dopo una vita. Controsensi, in un infinito walzer di responsabilità e commissariamenti regionali e provinciali.
ANESTESIA E RIANIMAZIONE In tutto questo caos, la punta dell’iceberg – non fosse altro che per l’importanza che ricopre a sostegno degli altri ed in tempi di coronavirus – è il reparto di Anestesia e Rianimazione. “Fortunatamente”, l’Unità operativa complessa al momento non deve combattere – peraltro senza armi – le infezioni derivanti dal virus Sars-Cov-2, ma presto potrebbe non riuscire ad erogare il servizio minimo.
«Il reparto Covid è l’ultimo dei miei pensieri, da tempo non me ne occupo più», dichiara al Corriere della Calabria Giuseppe Angelo Vulcano, segretario Cgil medici e primario facente funzione del reparto di Anestesia e Rianimazione dello spoke di Corigliano Rossano, quasi ad issare bandiera bianca. «Noi qui non reggiamo più l’ordinario, figuriamoci se dovessero arrivare pazienti Covid. Siamo rimasti in sei a Rossano e tre a Corigliano perché altri tre colleghi andranno in pensione al 1 gennaio e al 1 febbraio ed hanno iniziato a godere delle ferie arretrate. Ecco perché il coronavirus è l’ultimo dei miei pensieri. Se arriverà, per come siamo messi ci arrenderemo senza combattere, faremmo meno danni». Dichiarazioni pesantissime e preoccupanti, quelle del dottore Vulcano, fotografia di una situazione «ingestibile e al collasso».
L’unico rimedio, a sentire il primario di Anestesia e Rianimazione è sperare e “pregare” che il Covid-19 non torni ad essere letale come nell’inverno-primavera scorsi e a non dover essere combattuto in un ospedale che è polo Covid solo sui documenti.
Per Vulcano, ovviamente, il problema sono i posti in terapia intensiva perché «un qualsiasi medico può essere riconvertito in qualsiasi altro reparto, ma solo un anestesista rianimatore può mettere mano ai famigerati ventilatori polmonari, perché se non li si sa utilizzare sono un’arma peggiore di quelle convenzionali. Le cognizioni tecniche di chi è formato per fare una ventilazione meccanica che si avvicini alla fisiologia non possono essere apprese dall’oggi al domani». Tradotto: non ci sono medici, nemmeno quelli promessi e sbandierati dalla politica, e chi c’è in caso di emergenza non potrà essere granché d’aiuto.
«Progressivamente nel tempo – prosegue Vulcano – da quando si è verificata la prima ondata, la carenza di anestesisti e rianimatori, nel nostro spoke si è aggravata» e nonostante i lavori del percorso Covid siano stati ultimati ed anche rivisti più volte, i ventilatori restano negli scatoloni mentre qualche letto è stato improntato in stanze deserte al primo piano del Giannettasio, per un reparto “fantasma” che «rimane anche senza un responsabile che indichi chi deve fare cosa».
IL CONCORSO E LE CONVENZIONI Altra situazione paradossale si è delineata con il concorso per anestesisti e rianimatori bandito l’anno scorso dall’Asp. Giunto alla fine nei mesi scorsi è servito «a niente – dice ancora Giuseppe Angelo Vulcano – perché fra quelli chiamati e idonei non è rimasto più nessuno».
Intanto, proprio per tentare di mettere una pezza ad una situazione il cui limite e punto di non ritorno è già stato varcato da un decennio, si starebbe pensando – come accaduto in Lombardia e molte altre regioni in piena fase emergenziale – di impiegare a contratto i medici pensionati. E sarebbe comunque una panacea al male, «un’attività limitata perché per svolgere le mansioni di un dipendente di ruolo servirebbero tre pensionati».
«Ecco perché – conclude il dirigente dell’Unità operativa complessa di Anestesia e Rianimazione dello spoke di Corigliano Rossano – il Covid è l’ultimo dei problemi. Se dovessimo affrontarlo, saremmo costretti ad abbandonare al loro destino tutti gli altri pazienti che necessitano di interventi salvavita». Non resta che affidarsi alla divina provvidenza. (l.latella@corrierecal.it)





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