Il regista delle indagini al “servizio” delle ditte mafiose

Tutte le accuse della Dda di Catanzaro al maresciallo Greco. La sua vicinanza agli Spadafora. Le accuse dei pentiti. I suoi interventi per ridimensionare le illegalità delle imprese amiche nei tagli boschivi. E “sabotare” l’indagine antimafia “Stige”

CATANZARO Regista occulto di indagini, pronto a tutelare gli interessi delle ditte “amiche” sul controllo boschivo e a intervenire per eliminare scomodi concorrenti. Il vestito che le indagini della Dda di Catanzaro hanno cucito addosso a Carmine Greco, maresciallo a capo della Stazione carabinieri forestali di Cava di Melis, è quello, sintetizzato dall’ordinanza del gip di Catanzaro che ne ha disposto l’arresto (qui la notizia), di mercificatore della funzione pubblica. L’arresto del militare rientra nella maxi indagine antimafia “Stige” che, tra le altre cose, racconta dello scempio che per anni le cosche hanno operato indisturbate sui monti silani.
Secondo il collaboratore di giustizia Francesco Oliverio – che in passato ha rivestito il ruolo di capo del locale di Belvedere Spinello – l’azienda della famiglia Spadafora, di San Giovanni in Fiore, era vicina alla ‘ndrina. In particolare Pasquale Spadafora aveva acquisito i gradi di picciotto, camorrista e sgarrista in seno all’organizzazione controllata da Oliverio. Attraverso l’azienda F.lli Spadafora srl la ‘ndrina di Belvedere Spinello controllava il lucroso settore dei taglio boschivo. Secondo quanto racconta Oliverio, i sangiovannesi avevano il compito di avvicinare le guardie forestali “che si ponevano a disposizione e orientavano i controlli secondo il gradimento dell’associazione criminali”, è scritto nell’ordinanza che ha disposto l’arresto del maresciallo Carmine Greco per associazione mafiosa, su richiesta della Dda di Catanzaro vergata dal procuratore capo Nicola Gratteri e dai sostituti Domenico Guarascio e Paolo Sirleo. Secondo l’accusa , il maresciallo era legato agli imprenditori silani e “curava gli interessi di queste ditte boschive, e quindi della compagine di tipo ‘ndranghetistico, consentendo in maniera perdurante e sistematica che le suddette imprese potessero svolgere la loro attività senza essere sottoposte a controlli tesi a verificare il rispetto” delle leggi sul taglio boschivo, omettendo di intervenire in caso di segnalazioni, e intervenendo anche per estromettere le imprese concorrenti.

MERCIFICAZIONE DELLA FUNZIONE PUBBLICA Nelle conclusioni della sua ordinanza il gip Paolo Mariotti sottolinea come Carmine Greco abbia praticato la mercificazione della funzione pubblica, “con spregiudicatezza e consapevole indifferenza rispetto all’interesse generale che avrebbe dovuto tutelare, prestando invece la propria opera per garantire l’impunità di imprenditori boschivi che, con sfumature diverse, erano contigui alla criminalità organizzata”. Carmine Greco, infatti, “si dimostrava completamente asservito agli interessi della famiglia Spadafora e di Vincenzo Zampelli (anch’egli indagato in Stige). Il collaboratore Francesco Oliverio racconta che Greco rientrava tra coloro che venivano pagati dagli Spadafora per garantire loro il controllo dei tagli boschivi. Lo avevano chiaramente capito, come emerge dalle intercettazioni, alcuni sottoposti del maresciallo i quali commentano di aver percepito che gli interventi di polizia forestale erano spesso orientati ad eliminare “una ditta rivale”degli Spadafora così da aumentarne “l’egemonia sul territorio”. Capitava così che Greco contattasse l’imprenditore boschivo Vincenzo Zampelli e lo informasse delle modalità e dell’esito positivo di un controllo alla sua ditta prima ancora dell’intervento.

L’ATTIVITA’ DI POLIZIA DELLA ‘NDRINA E L’INDAGINE SULLA CARUSO Grazie a Carmine Greco l’organizzazione criminale assume un ruolo egemone sul controllo del territorio e anche funzioni di polizia, attraverso il contrasto a imprese rivali che subiscono sanzioni e controlli. Le irregolarità delle ditte rivali vengono invece accomodate. Tanto stretto era il rapporto tra gli Spadafora e il maresciallo, scrive il gip, da consentire ai primi di orchestrare e manipolare l’indagine a carico di Antonella Caruso, con reciproco vantaggio. Carmine Greco, che indagava sul caso, ne riportava un vantaggio investigativo, con grande eco mediatica “mentre Antonio Spadafora assumeva il ruolo di imprenditore concusso a fronte del ruolo sommerso di imprenditore egemone e facente parte della criminalità organizzata” come invece emerge nella maxi indagine “Stige” della Dda di Catanzaro che ha portato al suo arresto. Ma procediamo con ordine. Antonella Caruso, funzionario pubblico nell’ente regionale Calabria Verde, è accusata dalla Procura di Castrovillari di avere ricevuto 20mila euro da Antonio Spadafora per ottenere un importante appalto per un’attività di disboscamento nel territorio di Castrovillari. Secondo gli investigatori e il gip, la Caruso ha certamente ricevuto tale somma di denaro ma il ruolo di Spadafora nella vicenda è stato plasmato da Greco, a conoscenza delle attività di indagine, delle intercettazioni e quant’altro visto che ne era parte attiva. Greco, da regista, suggeriva ad Antonio Spadafora come scrivere gli sms e come cucirsi addosso il ruolo da concusso, una posizione meno grave di quella contestata in “Stige” inchiesta nella quale Spadafora è stato individuato come imprenditore organico ai clan nel settore dei tagli boschivi. Il proposito di manipolare le indagini – ribadisce il gip – “trova conforto nella conversazione tra il poliziotto Vito Tignanelli e Carmine Greco in cui i due commentavano il buon esito investigativo (di uno dei filoni dell’inchiesta dei carabinieri forestale su Calabria Verde, ndr), il quale avrebbe potuto ridimensionare il buon esito dell’operazione Stige”.  “Pertanto – scrive il gip – il contenuto di quella attività investigativa non è idonea a scalfire quanto già argomentato rispetto alla posizione di Antonio Spadafora e Rosario Spadafora; anzi rafforza la conclusione secondo cui gli stessi avevano la forza e la capacità di partecipare alle scelte investigative riferibili a procedimenti che li riguardavano, e che invece sarebbero dovuti rimanere nell’esclusivo demanio del pubblico ufficiale”.

LE SEGNALAZIONI INASCOLTATE Significativo è, inoltre, quanto accaduto nell’aprile 2016 quando il colonnello dei carabinieri forestali Gaetano Gorpia osserva un intenso traffico di autoarticolati “a pieno carico” che trasportavano legname. Gorpia appurava che la situazione era già stata segnalata al Corpo forestale che, fatti i controlli, non aveva denunciato i tagli abusivi. La cosa non convince il colonnello e vengono disposti sopralluoghi nei quali risulta che la ditta Spadafora stava compiendo un taglio irregolare invadendo il demanio regionale. Gorpia invia i suoi uomini per verificare cosa stesse succedendo. Vengono redatte due relazioni: una delle quali attesta che non vi erano sconfinamenti nel demanio, l’altra informava del fatto che durante i controlli erano stati raggiunti dal maresciallo Greco “montato su tutte le furie” che invitava i carabinieri forestali a seguirlo nei suoi uffici, ma questi rifiutavano. A questo punto il colonnello Gorpia, il 30 maggio, si reca personalmente sul posto dove la ditta Spadafora stava operando dei tagli. E rileva che il taglio di una fustaia si stava effettuando senza la prevista autorizzazione regionale. Inoltre sottolinea che dalle sue osservazioni emerge che anche le piste realizzate per il passaggio degli automezzi non erano autorizzate.

TRATTAMENTI AGLI AMICI “Senti e comunque lì abbiamo trovato un macello. Strade sbancate, c’è e non è un pareggiamento… io ho evitato, ho evitato di sequestrare… che se no, la maggior parte tutte allargate sono… però ho evitato di sequestrare, però ovviamente hanno tagliato piante senza autorizzazione e non una pianta, hanno tagliato parecchie piante fuori, fuori, senza autorizzazione, hai capito?”. Il comandante della stazione carabinieri forestali di Rossano, Vincenzo Calonico, appare quasi in imbarazzo. Si giustifica quasi di avere dovuto fare un verbale amministrativo all’imprenditore boschivo Eugenio Federico. Carmine Greco chiama l’imprenditore e, tra le altre cose gli chiede di fare un lavoro in favore della propria madre. In seguito Greco chiama Calonico e cerca di convincerlo: “Lascialo fregare quel cazzo di Eugenio là… che cazzo te ne fai di quattro piante di cazzo che ha tagliato”. Calonico obbietta che “non ha tagliato quattro piante” e dice che durante il controllo c’era anche altri colleghi. Greco cerca allora altre soluzioni: “Prendi un diametri piccolo e fagli un cazzo di verbale che lo può pagare poverino… che quattro pecore ha… ora gli faccio tagliare il bosco mio”. Ma Calonico risponde che più di quello che ha fatto non può fare vista l’amicizia di Federico con Greco. Secondo quanto emerso dalle indagini vi erano legami non solo tra Greco e Federico ma anche rapporti tra l’imprenditore boschivo e gli Spadafora. Emergono, infatti, tra i tre, appuntamento concordati telefonicamente.

L’IRA DI DON POMPEO Ad ottobre 2017 don Pompeo, il quale gestiva per conto della confraternita ecclesiastica di SS Sacramento di Longobucco alcuni boschi e terreni, redarguisce Carmine Greco: “Ma che combinate a questa Forestale?”. La ditta di Eugenio Federico aveva effettuato dei tagli di alberi e arbusti nelle strade di accesso dei terreni della confraternita. Il sacerdote non è convinto di alcuni atti compiuti dai carabinieri forestali. Ma Greco lo tranquillizza: “E gli faccio un ricorsino eeeeh basta”. Successivamente Greco fa dei sopralluoghi su quei terreni con Eugenio Federico e Rosario Spadafora. “Il probabile fine di tale comportamento – scrive il gip – viene ragionevolmente individuato nel facilitare l’acquisizione di lotti boschivi da parte di imprenditori a lui vicini.

Alessia Truzzolillo
a.truzzolillo@corrierecal.it





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