Trent’anni fa la vita spezzata di Roberta Lanzino – VIDEO

Non ha ancora un volto l’assassino della 19enne uccisa e ritrovata sulla strada che da Falconara porta sul Tirreno cosentino. Il caso era stato riaperto dopo le rivelazioni del boss pentito Franco Pino, ma a fine 2017 gli imputati sono stati assolti

COSENZA Roberta Lanzino nell’abitazione balneare di Miccisi (San Lucido, Tirreno cosentino) non ci arriverà mai. Sono passati trent’anni dal suo assassinio, gli stessi, facendo un balzo lungo indietro nel tempo, in cui per la prima volta il padre Franco le diede il permesso per raggiungere la costa in sella allo scooter del fratello. Tramontavano gli anni ’80 di una Cosenza icastica, viva e reattiva nella musica. Vite di giovani che crescevano in quegli anni e che così, come la 19enne Roberta, godevano della prima emancipazione familiare. Era una conquista percorrere meno di 30 chilometri in sella ad un motorino per riportarlo al fratello, un miraggio, e tale resterà quel desiderio di emancipazione. Il corpo della giovane viene ritrovato privo di vita il 27 luglio. Irrompe ancora il motorino nella narrazione di quella calda estate. Due marescialli lo ritrovano e a pochi metri Roberta Lanzino giace seminuda e ricoperta dalle sterpaglie.

L’ULTIMA VOLTA Dal radar dei genitori Roberta sparisce qualche minuto prima che Franco e Matilde si mettessero in viaggio per raggiungere San Lucido. La figlia all’appuntamento al bivio di San Fili non c’è. Gli accordi erano semplici, in sella allo scooter a San Lucido si arriva solo percorrendo la strada vecchia, la strada statale è pericolosa. I genitori iniziano a preoccuparsi, ma la paura che qualcosa di tragico possa essere accaduto arriva alle 21.45 del 26 luglio 1988 quando dopo ore di ricerche vane chiamano i carabinieri.

IL RITROVAMENTO Forze dell’ordine, amici, volontari passano a setaccio il percorso. Una testimone dice ai militari di aver visto una ragazza in sella al suo motorino seguita da un Fiat 131. Le ricerche si concentrano lungo la strada che da Falconara porta a Fiumefreddo. Alle prime luci dell’alba il due ruote è ritrovato sul ciglio di una strada, la ragazza ad una decina di metri di distanza.

LA SCENA DEL CRIMINE E LE INDAGINI È color tenebra la luce che si tenta di fare sulla vita spezzata della giovane studente di Cosenza. La notizia dell’assassinio corre di bocca in bocca e sul luogo del delitto arrivano, oltre agli agenti, molti curiosi. Un macabro ritrovamento in quegli anni non è un evento straordinario, ma che a perdere la vita sia una ragazza senza legami o “apparentamenti” che contano getta nello sconforto la città e non solo. Roberta Lanzino è stata colpita con un’arma da taglio lunga poco più di cinque centimetri. Tre colpi sul cuoio capelluto, altri nella zona cervicale e uno sull’avambraccio. Dalla scena spariscono alcuni vestiti, mentre per i periti che si sono occupati del caso, il luogo in cui il corpo è stato ritrovato è lo stesso in cui la violenza è stata consumata.

IL DELITTO IMPUNITO Sono passati trent’anni dal giorno tragico in cui Roberta Lanzino venne uccisa. Il suo assassino non ha ancora un volto, ha avuto, in questi sei lustri, dei lineamenti, ma sempre dai contorni sfumati. Dalle indagini immediatamente dopo l’assassinio a quelle riaperte nel 2007 i nomi accostati a quello della vittima ne sono sempre usciti puliti. La prima persona ad essere sospettata è proprio l’uomo che si trovava alla guida di quella 131 misteriosa. I carabinieri credono di averla individuata in un giovane di San Lucido, un pregiudicato, che ha un macchina simile a quella vista dai testimoni. Il giovane non ha un alibi convincente, nella sua auto vengono trovate macchie sospette e su i suoi vestiti si trovano filamenti di tessuto. Ma le macchie non sono di sangue, i filamenti di tessuto non appartengono ai vestiti di Roberta e la sua macchina non è la Fiat 131 vista dai testimoni; il giovane viene scagionato ed esce dall’inchiesta. I sospetti allora ricadono su Luigi Frangella, il contadino che stava mietendo ai bordi della strada. Il sospettato convive con il fratello Rosario, affetto da disturbi psichici, anche lui contadino e pastore. Luigi agli inquirenti raccontò di aver visto suo cugino, Giuseppe, passare, con il suo furgone, su quella strada «nell’immediatezza di Roberta». Questa è l’esatta espressione usata nell’interrogatorio, nell’immediatezza di Roberta. Giuseppe allora siede sul banco dei testimoni, ma c’è qualcosa che non quadra: prima nega fermamente di essere passato da quella strada, successivamente ammette di averlo fatto ma ad un’ora diversa da quella indicata dal cugino Luigi e poi, ancora, racconta una cosa strana. Afferma che quel giorno, mentre passava col suo furgone, ha visto Rosario correre in uno stato di grande agitazione, solo più avanti vi era il fratello Luigi, anche lui scosso, che si guardava attorno in modo strano. Pur non ricordando chi dei due avesse urlato, sostiene di aver sentito gridare una frase che poteva suonare come: «Cos’hai fatto?». Il primo agosto il sostituto procuratore della Repubblica Domenico Fiordalisi fa arrestare Rosario e Luigi con l’accusa di violenza carnale ed omicidio, facendo anche trattenere Giuseppe per favoreggiamento. Il principale sospettato, in verità, è Rosario, perché durante una perquisizione, sui suoi pantaloni vengono trovate macchie di sangue umano, ma principalmente per le sue condizioni psichiche. Il 16 agosto, però, il Tribunale della Libertà scarcera i “tre pastori”.
Le accuse di Rosario, sono infatti considerate le accuse di un uomo incapace di intendere e di volere, e quindi non sono valide. Il 22 novembre 1991 all’1 e 35 di notte, dopo 15 ore di camera di consiglio, i Frangella vengono assolti per non aver commesso il fatto. Il verdetto verrà confermato dalla Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro e in Cassazione. Anni più tardi verranno indagati solo per falsa testimonianza: perché con le loro prime ammissioni si sono accusati di un reato che non avevano commesso.

IL CASO RIAPERTO 24 ANNI DOPO Parla il boss Franco Pino. Ai magistrati, il collaboratore di giustizia, racconta di aver raccolto alcune confidenze a Palmi nella casa circondariale. A parlare all’orecchio dell’ormai ex boss sarebbero stati altri pezzi grossi della mala cosentina. Le cose raccontate da Franco Pino fanno riaprire le indagini e l’iscritto nel registro è Francesco Sansone, un agricoltore di 46 anni. Non è nuovo alla giustizia, alla riapertura delle indagini Francesco Sansone si trova nel carcere di Turi, in provincia di Bari, e sta scontando una pena a 30 anni per aver commesso due omicidi, rispettivamente nel 1989 e nel 1990. Per Franco Pino, quando Roberta Lanzino è stata uccisa, Sansone non era solo ma in compagnia di Luigi Carbone. Di Carbone si perdono le tracce il 27 novembre dell’89: secondo i magistrati, fu Sansone stesso ad ucciderlo, sciogliendolo nell’acido con la complicità di suo padre e di suo fratello. E questo perché Carbone minacciava di raccontare tutto quello che sapeva sul delitto Lanzino. O forse perché Francesco Sansone temeva che il suo ex complice Carbone potesse rivelare qualcos’altro. Riaperta nell’estate del 2007, la nuova indagine viene chiusa a maggio del 2008. Francesco Sansone è accusato formalmente dell’omicidio di Roberta Lanzino. L’intero processo durerà 9 anni. Altri giorni di agonia giudiziaria che si concluderanno a fine 2017 con il verdetto di non colpevolezza emesso per Sansone, suo padre (finito anch’egli nel processo) e l’ormai defunto Carbone

Michele Presta
m.presta@corrierecal.it

Alla ricostruzione dei fatti ha contribuito l’avvocato Giovanna Pagano con la sua tesi sul “Caso Lanzino” al termine degli studi di specializzazione in criminologia all’International Academy of Forensic Science





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