FRONTIERA | «Il mare è il latifondo dei Muto»

Il pm Luberto ha ricostruito la storia criminale del gruppo riconducibile al “re del pesce”: «I processi non hanno scalfito la loro forza»

di Michele Presta
PAOLA «Il mare è il latifondo dei Muto». Tanto basterebbe per riassumere in sei parole le altrettante ore di requisitoria del pm Vincenzo Luberto nel corso del processo “Frontiera”. Saranno necessarie altre due udienze, già calendarizzate nei prossimi giorni, per arrivare alle richieste di condanna degli imputati che hanno scelto il rito ordinario (qui le condanne in abbreviato) , ma i magistrati della Dda di Catanzaro sanno bene che “Frontiera” è solo l’ultimo capitolo di una storia criminale lunga quarant’anni. È dal business della fauna marina del Mar Tirreno che il gruppo egemone della costa cosentina che fa capo a Franco Muto alias il “Re del Pesce”, riesce a sviluppare una serie di intrecci economici, ’ndranghetistici e criminali.
Un potere che la famiglia Muto coltiva dalla fine degli anni Settanta ai giorni nostri. Chiusa l’istruttoria dibattimentale, adesso toccherà ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ed al collegio difensivo, convincere i giudici del tribunale di Paola sulle sorti giuridiche degli imputati.

LA RIVERENZA AL CLAN Dalla sentenza del tribunale di Bari del 1987, a quelle del tribunale di Paola del 1994 e del 2006. Non ne esclude nessuna il procuratore aggiunto Vincenzo Luberto nel ricostruire l’ascesa criminale del gruppo egemone del Tirreno. Dagli anni in cui per la prima volta i giudici hanno riconosciuto l’associazione della famiglia Muto, a quelli in cui lo stesso nucleo familiare è diventato un’associazione mafiosa. Dalla cittadina di Acquappesa ai confini con la Basilicata. Chilometri di costa e di mare dove gli unici a cui bisogna dare conto sono gli uomini di Franco Muto.
Estorsioni, botte, minacce, tanto sangue, come quello versato da consigliere comunale e segretario al tribunale di Paola: Gianni Losardo. «Tutti episodi che sono valsi in modo chiaro a determinare il clima di soggezione interna ed esterna che caratterizza da sempre i procedimenti a carico dei Muto», dice il pm. E la mano della malavita tirrenica a Cetraro diventa legge. «In quella porzione di Calabria siamo arrivati a ritenere lecito, quello che lecito non è assolutamente – dice Luberto nel corso della requisitoria -. E guai a pensare che i processi abbiano deflazionato la forza dei Muto, anzi, la loro mano nella gestione delle ditte che si occupavano del pescato c’era anche nelle fasi di amministrazione giudiziaria».

LA SIMULATA ASTA DEL PESCATO Il monopolio nella pesca, l’ormai ottantenne Franco Muto lo conquista quando l’amministrazione comunale di Cetraro concede di poter vendere i pesci sul demanio pubblico. «Quell’episodio mandò fuori di testa il povero Losardo che sappiamo tutti la fine che ha fatto – dice Luberto – anche se le sentenze sono avverse. Le regole erano semplici già 40 anni fa, i pescherecci dovevano passare tutto il pescato agli uomini di Muto, era impossibile disobbedire. Cetraro era l’unica città già in passato dove l’asta del pesce non esisteva. In piedi c’era solo la struttura dove mancavano addirittura i bancali dove esporre tutto il pescato e questa è una colpa grave con cui l’amministrazione dovrà convivere per sempre».
Contro i Muto, infatti, venne istruito uno dei primissimi processi in Italia dove a costituirsi come parte civile fu la Presidenza del Consiglio dei ministri. Erano gli anni della fusione dei fascicoli d’udienza dei procedimenti ‘‘Godfather”, ‘‘Azimuth” e ‘‘Piranha”. «Sapete perché il Comune di Cetraro non ottenne la stessa liquidazione del Consiglio dei Ministri? Perché a loro fu ascritto il concorso colposo nella realizzazione di un reato colposo». In parole povere: a quello che la criminalità faceva coscientemente, loro non facevano quanto necessario per fermarlo.

L’ERA DEI MUTO E L’AMMINISTRAZIONE GIUDIZIARIA Il 30 settembre 1963 nasce la pescheria “San Francesco”, quella che poi otterrà il permesso a vendere sul demanio pubblico. «Dieci anni dopo, un’altra pescheria – spiega Luberto – fu realizzata anche sulla strada statale 18. Lì c’era anche la casa, ma soprattutto c’erano le celle frigorifero che utilizzava anche Andrea Corsino (genero di Franco Muto) quando nel 1998, costituisce la pescheria “Nettuno”. Nel 2002 nasce la “Eurofish”». È quest’ultima società al centro dell’indagine “Frontiera”. Una storia imprenditoriale lunga, caratterizzata da anni di amministrazione giudiziaria, che però come ricostruito dai magistrati inquirenti non minarono la potenza imprenditoriale dei Muto. «Figuratevi che costituirono anche una Eurofish s.rl. ma non la usarono mai perché sequestri e amministrazioni giudiziali non scongiurarono mai i loro affari». E quando il “Re del Pesce” era il libertà, non mancava di redarguire i dipendenti (come vi abbiamo raccontato qui).

I PENTITI COSENTINI Nell’istruttoria dibattimentale a riferire sui rapporti tra il gruppo criminale dei Muto furono soprattutto i collaboratori di giustizia. «Non dimenticatevi che i reggenti del clan Muto –spiega Luberto – dicevano sempre di essere più seri di tutti gli altri perché tra di loro nessuno è mai fuoriuscito per collaborare con la giustizia». Ai magistrati invece hanno deciso di vuotare il sacco Adolfo Fogetti, Daniele Lamanna, Matteo Pulicanò fino al recente Luciano Imperi. Di tutti questi, un contributo rilevante, venne fornito nel corso dell’istruttoria da Adolfo Foggetti che curava gli affari del clan cosentino a cui apparteneva sul territorio di Paola. È dai verbali dei collaboratori di giustizia che la Dda riesce a collegare come Franco Muto riuscisse a piazzare anche il pescato in tutta l’area cosentina ed è anche grazie a loro che si è seguito il filone d’indagine relativo all’espansione nella grande distribuzione nel pescato.

LA GESTIONE DEI BUTTAFUORI C’è la parte del pescato, quella del monopolio nella vendita, delle espansioni sul mercato ma anche della sicurezza nella movida estiva della costa. L’imbeccata questa volta al clan Muto sarebbe arrivata dai “colleghi” di Cosenza che, come raccontato dai collaboratori di giustizia, imponevano i servizi di body guard ai discotecari. «Arrivavano – dice Luberto – si proponevano, ottenevano il contratto e facevano il prezzo. Il metodo lo avevano appreso dai gruppi criminali cosentini, tanto è vero che anche diversi uomini della città di Cosenza lavoravano in queste agenzie. Del resto Giuseppe Montemurro, inizia a collaborare presentandosi con due pistole che dovevano servire proprio per uccidere uno dei servizi di guardiania». La requisitoria continuerà venerdì 7 giugno con la trattazione del rapporto che sarebbe intercorso tra l’imprenditore Giorgio Ottavio Barbieri con il gruppo criminale dei Muto. (m.presta@corrierecal.it)





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