Il mistero del calabrese che (forse) sparò ad Aldo Moro

Un libro di Davide Gravina ripercorre la storia di Giustino, brigatista legato alla ‘ndrangheta che avrebbe giustiziato il politico della Dc

SPEZZANO ALBANESE “Sulle tracce di Aldo Moro”, un libro ed una discussione sullo statista Dc e sull’Italia di ieri e di oggi. Per iniziativa dell’amministrazione comunale di Spezzano Albanese, con gli ex parlamentari Franco Laratta, Mario Tassone, con l’autore dello studio su Moro, Davide Gravina, con i giovani amministratori di Spezzano Albanese Rossana Nociti e Caterina Marini, con Andrea Novembrini, giovane impegnato e rappresentante degli studenti Unical, che ha introdotto i lavori parlando della necessità di una nuova stagione dell’impegno e della partecipazione.
E dal dibattito sulla figura di Moro è emersa una notizia troppo sottaciuta in passato: è stato il criminale calabrese Giustino De Vuono, a sparare ad Aldo Moro (non furono quindi i brigasti a sparare) dopo che il corpo era stato sistemato nel cofano della Renault 4 rossa. Fu lo stesso De Vuono a guidare l’auto con il corpo di Moro e a parcheggiarla a due passi dalle sedi della Dc e del Pci. Riuscendo a dileguarsi, incredibilmente senza essere nemmeno notato. Eppure Roma era presidiata da centinaia di uomini delle forze dell’ordine.
De Vuono faceva il barbiere a Scigliano (piccolo centro del Savuto, in provincia di Cosenza), emigrò in Lombardia negli anni 60, si arruolò nella Legione Straniera e vi rimase per 5 anni.
Aveva legami con la ‘ndrangheta. Più volte ricercato per reati molto gravi, rapimenti, estorsioni, sequestri di persona, fu anche condannato ma riuscì ad evadere dopo solo due anni di carcere. Da allora, siamo a metà anni 70, è sempre sfuggito alla cattura.
Anche durante il sequestro Moro è finito tra i ricercati dalla polizia.
Nel tentativo di catturarlo, il 6 dicembre 1979 la polizia è sulle tracce di alcuni criminali a Campora San Giovanni, nel comune di Amantea. Scoppia un conflitto a fuoco e alcuni agenti rimasero feriti. Ma di De Vuono nessuna traccia.
Nel 1981 viene intercettato e arrestato a Lucerna, in Svizzera, dopo un anno viene estradato in Italia. Ma misteriosamente di lui non vi è più alcuna traccia. Non si sa se sia stato veramente estradato. Definitivamente scomparso.
Quella di Aldo Moro è una storia infinita, carica di troppi misteri. E Davide Gravina nel suo libro prova ad accendere nuova luce. Tracciando l’intera storia processuali con tanto di documenti e atti ufficiali.
Molto politica la relazione di Franco Laratta, giornalista e già parlamentare, che ha parlato di Moro come uno dei più illuminati statisti del ‘900, confrontando l’Italia di Moro con l’Italia odierna : «Oggi Moro non troverebbe spazio nella politica italiana, nell’epoca in cui tutto è urlato, mentre volgarità, arroganza e profonda ignoranza dominano la vita politica e sociale, Moro fine intellettuale cattolico, uomo delle “convergenze parallele”, oggi probabilmente non verrebbe nemmeno eletto in parlamento».
Mario Tassone, un lungo passato di deputato, più volte nelle Commissioni parlamentari sul caso Moro, ha parlato delle sue grandi qualità umane e politiche, del forte senso dello Stato e delle istituzioni, delle sue capacità di vedere il futuro prima di ogni altro.
Nel convegno sono emerse tante cose che attraversano i misteri del caso Moro: chi lo voleva libero veramente? Chi temeva il suo ritorno? Perché fu impedita a Paolo VI una mediazione con le BR?
Dopo 40 anni i misteri rimangono intatti.







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