Raganello un anno dopo. «È stata una tragedia di serie B» – VIDEO

Commemorazione a Civita per le dieci vittime travolte dalla piena del torrente. Il vescovo: «Non potremo mai dimenticare». Il comitato dei familiari delle vittime: «Dopo le prime battute la storia è andata nel dimenticatoio». Oliverio: «Ringrazio chi con coraggio è andato avanti»

di Michele Presta 
CIVITA Dieci rintocchi di campana rompono il silenzio piatto delle montagne nel massiccio del Pollino. Un piccolo altare, le fiamme fioche delle fiaccole sistemate ai piedi di una croce in legno, le lacrime che rigano i visi consumati dal dolore di una morte assurda e improvvisa. La comunità di Civita abbraccia parenti e familiari delle vittime morte il 20 agosto dello scorso anno tra le gole del torrente Raganello. I nomi di Antonio, Maria Immacolata, Carlo, Valentina, Myriam, Claudia, Gianfranco, Carmen e Antonio vengono scanditi nel rito religioso greco-bizantino adottato secoli fa a Civita. I presuli cospargono l’aria d’incenso. E quei vicoli che gridavano dolore, oggi, in silenzio accolgono il passo lento di padri, madri, figli, sorelle e fratelli per cui Civita è diventata tabernacolo di memoria. «Quest’uomo – dice monsignor Francesco Savino –  alla mia presenza ha comunicato alla sua figliola che la madre non ci sarebbe stata più». Il vescovo della diocesi di Cassano allo Iono, dal “belvedere” che affaccia proprio sul “Ponte del Diavolo” e sulle gole, stringe a sé uno dei sopravvissuti alla violenza dell’acqua e del fango che ha investito gli escursionisti un anno fa, il marito di Maria Immacolata Marrazzo. «La dignità con cui quest’uomo ha comunicato alla figlia quella morte, ha devastato il mio cuore – ha proseguito il vescovo durante la commemorazione –. Ho cercato subito il suo volto, appena sono arrivato. Ma lo stesso ho fatto con gli altri, il vostro volto esprime quello che è successo un anno fa e che non potremo mai dimenticare».
L’EMOZIONE CHE RAFFORZA IL RICORDO Due riti per un solo messaggio di conforto. Se il Papas Pietro Lanza, dalla chiesa di Santa Maria Assunta, chiede ai familiari delle vittime uno sforzo per comprendere il senso della chiamata alla morte di dieci anime, Monsignor Savino porge la guancia dell’umanità. «Le emozioni fortissime, come quelle di oggi, non sono indotte dai social media ma vengono dai drammi della vita. Ci chiediamo dove siano Antonio, Maria Immacolata, Carlo, Valentina, Myriam, Claudia, Gianfranco, Carmen e Antonio – dice Savino – è una domanda a cui non so dare una risposta. Potrei tentare ma sarebbe una risposta filosofica. Io so che, umanamente parlando, so che le vittime di quella immane tragedia sono nei vostri cuori, in quello dei figli che crescono in loro nome e nelle famiglie che vanno avanti. Le persone che non ci sono più sono nel cuore delle persone che li hanno amati».

RAGANELLO «UNA TRAGEDIA DI SERIE B» Il senso della memoria per chi non è sopravvissuto e la battaglia di chi, come spiega Rosanna Santopaolo: «ha la responsabilità di dare voce a chi non ce l’ha più o è troppo piccolo per poter raccontare quello che è accaduto». Con questo spirito è nato il comitato dei familiari delle persone vittime del torrente Raganello. «Il nostro – continua l’avvocato – è un comitato che vuole giustizia oltre che una verità che sia certa e completa». La procura di Castrovillari guidata da Eugenio Facciolla, ha iscritto nel registro degli indagati 14 persone (qui la notizia). Tra loro, anche i sindaci di Civita, Cerchiara e San Lorenzo Bellizzi (qui le contestazioni della procura) oltre che alcune guide accusate di esercizio abusivo della professione (qui il nostro approfondimento). «La tragedia poteva essere evitata ma il ventaglio degli indagati non riteniamo sia completo – ha aggiunto Rosanna Santopaolo –. La storia del Raganello, dopo le prime battute, è andata nel dimenticatoio, non si è proprio parlato di questa vicenda tranne qualche mezzo di informazione locale». Della poca attenzione data alla vicenda che si è consumata un anno fa, è convinta anche Amelia De Rasis, sorella di Antonio la guida che era uscita con il gruppo e membro del Soccorso Alpino Italiano, unica vittima calabrese. «Il dolore è ancora forte e lo affrontiamo solo grazie all’aiuto che costantemente ci forniscono familiari e amici. Dai vertici di governo non abbiamo avuto nessun supporto, non volevamo soldi, ma un aiuto in termini psicologici nei confronti di chi si è ritrovato a vivere questa situazione. La nostra è stata una tragedia di serie B. Dalla vicenda giudiziaria non ci aspettiamo nulla, abbiamo perso Antonio, nessuno potrà ridarcelo».
OLIVERIO E TOCCI SI STRINGONO ALLA COMUNITÁ Tutti presenti i sindaci del comprensorio del Pollino. Al pari delle forze dell’ordine che con i loro uomini nei tre giorni del Raganello sono stati impegnati di notte e di giorno. Nessuno manca all’appello. «È passato un anno e non si potrà mai cancellare quella drammatica vicenda nella quale hanno perso la vita dieci persone – dice il presidente della regione Mario Oliverio –. Appena appresa la notizia, ero fuori per qualche giorno di ferie, sono immediatamente rientrato perché ho capito subito, sin dalle prime notizie che mi venivano fornite dal soccorso alpino e poi dal sindaco, che si preannunciava una vicenda davvero senza precedenti, tragica. Sono state ore durissime e voglio esprimere ancora una volta il cordoglio alle famiglie attorno a cui ci stringiamo, che con grande compostezza e dignità hanno vissuto quelle ore di strazio, di profondo dolore. Voglio ringraziare il sindaco e la comunità di Civita che con grande dignità hanno sopportato quella sofferenza e hanno, sia pure in quei momenti difficili, che mai potranno essere dimenticati, saputo andare avanti». Parole a cui fanno eco quelle del primo cittadino Alessandro Tocci. «Oggi è il giorno della preghiera e del ricordo delle vittime del Raganello e di vicinanza ai loro familiari e di rispetto per la mia comunità per tutto quello che hanno fatto un anno fa. La sobrietà e la solidarietà – aggiunge Tocci – rappresentano la testimonianza di vicinanza ai familiari delle persone che non ci sono più. Questa tragedia non verrà mai cancellata dalla nostra memoria. Abbiamo vissuto come comunità un anno di passione con grande dignità e grande senso di umanità. L’unica speranza è che nel rispetto della giustizia un giorno si possa conoscere la verità su quello che è successo». (m.presta@corrierecal.it)

 







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