Veleni dell’ex Marlane, la Cassazione rinvia a Catanzaro: dovrà valutare eventuali danni

Accolto il ricorso del Comune di Tortora. Saranno i giudici catanzaresi a stabilire l’eventuale risarcimento alle vittime

PRAIA A MARE La vicenda Marlane con i suoi veleni è tutt’altro che conclusa. Anche sul fronte giudiziario. La prima sezione della Corte di Cassazione lo scorso 7 novembre ha infatti annullato con rinvio la sentenza di assoluzione espressa 2 anni fa dalla Corte d’Appello di Catanzaro nei confronti di tutti gli imputati – con esclusione di Pietro Marzotto (nel frattempo deceduto) – finiti alla sbarra per disastro ambientale e rimozione o omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro. I giudici della Suprema Corte hanno così accolto il ricorso avanzato dal Comune di Tortora che si era appunto opposto contro quella decisione. In Appello gli ex dirigenti e quadri della Marzotto e dell’ex fabbrica tessile di Praia a Mare erano stati tutti assolti dalle accuse residue – dopo l’assoluzione pronunciata anche dal Tribunale di Paola – a carico di tutti gli imputatati. La Corte ha inoltre dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore generale di Catanzaro e inammissibile il ricorso del responsabile civile Marzotto Spa. Quest’ultimo è stato condannato al pagamento delle spese processuali e della somma di 3mila euro in favore della Cassa delle ammende.
Ora sarà la corte d’Appello di Catanzaro – a cui dalla Cassazione gli atti sono stati trasmessi – a decidere sulla richiesta di risarcimento di tutti i danni subiti dalla condotta di tutti gli imputati e dei responsabili civili Eni spa e Marzotto Spa.
Intanto se il fronte civile si riapre, resta ancora in piedi il procedimento definito “Marlane bis” in cui risultano indagate sette persone dalla Procura di Paola. Si tratta in particolare del procedimento a carico di Vincenzo Benincasa, Salvatore Cristallino, Ivo Comegna, Carlo Lomonaco, e Attilio Ruisse, insieme agli ex consiglieri delegati della Marzotto spa, Silvano Stoner e Ernesto Antonio Favrin.
Secondo l’accusa la loro condotta avrebbe causato il disastro ambientale dell’area dove sorgeva la fabbrica oltre alla morte di alcuni operai a seguito delle malattie che avrebbero contratto mentre lavoravano all’interno dello stabilimento praiese. Le ultime stime degli inquirenti, parlano di circa 150 casi tra deceduti e persone che si sono ammalate gravemente.
LA STORIA DELL’INCHIESTA Una storia lunga quella legata alla vicenda delle Marlane che parte dal 1999 quando il primo filone d’indagine aperto dalla Procura della Repubblica di Paola cercò di comprendere cosa stesse succedendo in quella che si riteneva una delle principali aree industriali della nostra regione. Dalle denunce di alcuni dipendenti della Marlane, infatti, emergeva un quadro allarmante di una serie di decessi legati alle pessime condizioni di lavoro in cui erano costretti ad operare all’interno dello stabilimento tessile di Praia a Mare. Un filone che però stava finendo nelle secche della giustizia se non ci fosse stato un nuovo impulso alle indagini impresso dai vertici della Procura paolana che hanno consentito di aprire due ulteriori filoni d’inchiesta – uno nel 2006 e l’altro nell’anno successivo – poi confluiti tutti nell’indagine madre che ha portato al processo contro tredici persone. Tutte accusate a vario titolo di omicidio colposo plurimo, lesioni gravissime e disastro ambientale. Quel primo processo finì con una doppia assoluzione: sia in primo grado sia in Appello. Ora il nuovo fronte civile riaperto dalla Cassazione e soprattutto il nuovo filone d’inchiesta scaturito da nuovi elementi di prova a carico degli imputati. (rds)





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