Da Barbieri 11mila euro al mese per il clan Muto, «ma non fa parte della cosca»

Le motivazioni dell’assoluzione dell’imprenditore nel processo “Frontiera”. Per i giudici non ci sono trattamenti di favore per il Gruppo. «Estorsioni per Piazza Bilotti e sconti di 50 centesimi al chilo sul pesce. Non è dimostrata l’appartenenza al sodalizio criminoso»

di Michele Presta

COSENZA Perché dall’imprenditore Giorgio Ottavio Barbieri arrivassero 11mila euro al mese al clan retto da Franco Muto è un aspetto che neanche il tribunale collegiale di Paola è riuscito a chiarire. Rimane nell’alveo delle ipotesi non provate che il pagamento servisse per garantire la protezione ai cantieri avviati dal costruttore romano o se servisse da protezione per le attività imprenditoriali che nel tempo erano state avviate sulla costa tirrenica. Agli atti giudiziali, alla fine del processo di primo grado, rimane solo il versamento dei soldi che agli uomini del “Re del Pesce” arrivavano per tramite di Massimo Longo nel corso di appuntamenti rapidi e mai nello stesso posto. E questo per i giudici, non è una prova che «tra il gruppo Barbieri e il clan Muto esista un sodalizio». Anzi «le somme, periodicamente conferite al clan, non possono ritenersi prova sufficiente che si tratti di un’impresa subalterna al sodalizio criminoso, ovvero “partecipata” da esponenti criminali». Su queste motivazioni si poggia l’assoluzione di Giorgio Ottavio Barbieri dal processo “Frontiera”. L’indagine istruita dalla Dda di Catanzaro coinvolse il costruttore circa i presunti rapporti con la criminalità organizzata del Tirreno cosentino. Insieme a lui, rispondevano del reato di associazione mafiosa anche la sorella Francesca Barbieri e il suo “factotum” Massimo Longo entrambi assolti con formula piena nel procedimento di primo grado. Vennero accusati di essere «imprenditori e finanziatori della cosca» ma per il collegio giudicante non è così. Resta fermo il versamento, ma non si ravvisa l’utilità.

LE CONTRADDIZIONI Gli investigatori, nella fase di indagine, ascoltarono ore di conversazione. Longo chiedeva spesso del “vecchio” boss, poi si metteva d’accordo per la consegna. Come emerso nella fase dibattimentale, il danaro, prima degli arresti del luglio del 2016, veniva materialmente ricevuto da Pier Matteo Forestiero, uomo ritenuto intraneo al clan Muto. Poi da Davide Bencardino. I soldi venivano prelevati attraverso degli artifici contabili dalla “Sala Slot 6” e consegnati. Ma il giro dei contanti secondo i giudici non avrebbe garantito nulla né in termini di protezione né in termini di connivenza criminale. «Certamente tale non può essere il trattamento di favore riservato all’Hotel delle Stelle (del Gruppo Barbieri ndr) per l’acquisto del pesce, che prevedeva uno sconto di 30-50 centesimi al chilogrammo per il prodotto acquistato, o la possibilità di rinviare il pagamento del pesce da un anno all’altro, vantaggi che non appaiono incompatibili con le normali dinamiche di mercato» è scritto nelle motivazioni. C’è dell’altro e ossia il timore di Massimo Longo in prossimità dei giorni della consegna del denaro così come gli atti intimidatori subiti all’aviosuperfice di Scalea. Per i giudici del tribunale paolano è incompatibile il totale assoggettamento alla cosca così come la paura con un rapporto di che invece secondo i magistrati avrebbe assunto gli aspetti di una vecchia familiarità. «Emergono dagli atti elementi dissonanti con tale tesi investigativa – mettono i giudici nelle motivazioni -. Innanzi tutto, l’atteggiamento di estremo timore con cui Massimo Longo (in una circostanza nel versare la somma si scusa anche di aver ritardato di un giorno ndr), si reca a parlare con esponenti della criminalità, anche del clan Muto. Un atteggiamento che appare poco compatibile con la qualità di “intraneo” alla cosca. Poi il fatto che, per gli appalti a Cosenza, Barbieri finisca per pagare una quota, sebbene ridotta: pratica che non trova riscontro nel trattamento che ricevono le imprese vicine ai Muto a Cosenza, che non potevano essere toccate. Le modalità con cui le pretese estorsive vengono rivolte a Barbieri, appaiono assolutamente non amichevoli (si consideri l’agitazione che provoca a Longo l’improvvisa visita di Mario Piromallo ndr). In ultimo, la vicenda dell’intimidazione all’aviosuperfice di Scalea che, per modalità aggressive e gravità dei danni provocati, non può riscontrare la tesi dell’“intraneità” alla cosca, sia pure considerando il carattere irruente del capo emergente, Luigi Muto, e la sua volontà di affrancarsi dal carisma del padre». Il timore di dover interloquire con Luigi Muto, che da questo procedimento è considerato come boss della cosca, è captato in alcune telefonate di Massimo Longo con suo cugino al quale confida le sue paure.

LA PROTEZIONE PER GLI APPALTI Le tre grandi opere realizzate negli ultimi 15 anni nella provincia di Cosenza portano la firma di Giorgio Ottavio Barbieri. È lui, attraverso la sua ditta che realizza Piazza Bilotti a Cosenza, gli impianti di risalita a Lorica e l’aviosuperfice a scalea. E nel dietro le quinte della costruzione delle opere si cela una profonda attività di indagine fatta di appostamenti e captazioni, di verbali di collaboratori di giustizia e testimonianze rese durante il processo. Giorgio Ottavio Barbieri non ha solo la grana giudiziaria del processo “Frontiera”. È invischiato anche nel processo “Lande Desolate” ma anche in un altro processo per mafia istruito dalla Dda di Reggio Calabria. È in quel fascicolo che i magistrati ficcano il naso nei presunti rapporti con Giorgio Morabito (affiliato della cosca dei Piromalli) ed è al gruppo criminale reggino che i giudici del Tribunale di Paola si riferiscono quando motivano la possibile protezione del gruppo relativamente agli appalti. «La vicenda della richiesta estorsiva dei cosentini al Barbieri per il cantiere di piazza Bilotti non dimostra affatto la pur dedotta appartenenza del Barbieri a quel sodalizio criminoso (clan Muto, ndr), come il Tribunale invece afferma. Quando la richiesta dei cosentini era pervenuta a Massimo Longo e questi ne aveva informato Barbieri – scrivono i giudici -, i due avevano deciso di chiedere a Giorgio Morabito e non ai Muto, di intervenire. Solo quando Barbieri e Longo avevano ottenuto l’interessamento di Morabito, era stato organizzato e si era svolto l’incontro anche con Franco Muto, nel corso del quale questi aveva assicurato il suo intervento con i cosentini, per ridurre la somma che Barbieri avrebbe comunque dovuto corrispondere come ”pizzo” per il cantiere di Piazza Bilotti». Tutto questo, comunque, a parere dei giudici non è utile a chiarire se Giorgio Ottavio Barbieri fosse uomo dei “Piromalli” e dunque per questo avesse ottenuto lo sconto oppure se fosse colluso con il clan Muto e versasse al medesimo del denaro in cambio di illeciti vantaggi. Tutti interrogativi rimasti senza risposta sui quali la corte giudicante afferma come si tratti di «carenze motivazionali che devono essere colmate. Anche perché si deve ricordare come sia complessa, nei territori di forte insediamento mafioso, la situazione degli imprenditori e debba, pertanto, porsi particolare attenzione alle emergenze l’accolte nel corso delle indagini per comprendere se i contatti eventualmente tenuti da costoro con gli uomini dei clan siano significativi di un loro pieno inserimento in quei sodalizi, o dimostrino, invece, una loro prossimità al crimine organizzato con il conseguimento di reciproci vantaggi, o siano rivelatrici del fatto che siano solo vittime di richieste estorsive». (m.presta@corrierecal.it)





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