«Su una di quelle strade fatte male morì anche un bambino» – VIDEO

Un cartello di imprese gestiva per intero gli appalti. Facciolla: «Nessuna denuncia, ci guadagnavano tutti». Lupacchini: «Evitare inquinamento prove»

COSENZA Al centro dell’operazione “Accordo Comune” (qui la notizia) c’è un cartello di imprese che con la collaborazione dei funzionari pubblici gestiva per intero l’organizzazione degli appalti pubblici. Le indagini condotte dalla Guardia di finanza e coordinate dalla Procura di Castrovillari sono durate un anno e mezzo e hanno cristallizzato il disegno criminale che sullo Ionio era quasi “ben voluto” da tutti. A far saltare il banco una missiva giunta sulla scrivania dell’ex prefetto di Cosenza Gianfranco Tomao. Il mittente era l’ex sindaco di Corigliano e lo spunto ha oggi portato alla notifica di arresto in carcere per 5 imprenditori. Ai domiciliari sono finiti invece 10 tra imprenditori e pubblici dipendenti. In sette invece sono stati sospesi dal loro pubblico servizio.

IL MERCATO DEGLI APPALTI PUBBLICI Il cartello delle imprese funzionava così: appena il Comune indiceva una gara d’appalto arrivavano una serie di offerte tutte diversificate e al ribasso. La cifra da scrivere, una volta presentato l’incartamento, veniva concordata in modo da garantire il massimo della possibilità di vincita in danno agli altri concorrenti. «Nessun imprenditore ha mai denunciato – dice il procuratore Eugenio Facciolla – perché si trattava di un sistema in cui tutti ci guadagnavano». E il gioco è presto spiegato: una volta ottenuto l’appalto l’azienda vincitrice affidava i lavori a delle ditte (che rientravano nel cartello) con delle procedure di subappalto che non erano autorizzate. L’impresa aggiudicatrice però indipendentemente dall’esecuzione dei lavori riceveva il 5% del valore dell’appalto mediante falsi servizi o scambi di beni e quindi false fatture.
«Ritengo emblematico il caso delle panchine – aggiunge Facciolla – sulla principale piazza di Corigliano ne sono state 42 dal costo di 3.800 euro l’una mentre abbiamo accertato che il costo effettivo è di 860 euro». Tanti gli appalti passati al setaccio della Guardia di finanza, da quelli per la costruzione dei loculi per finire ai lavori di adeguamento ai rischi idrogeologici. «I lavori venivano eseguiti male e al risparmio, tutto ciò in violazione delle leggi del codice penale e del codice degli appalti – continua il procuratore –. Su una strada interessata da questi lavori la scorsa estate un bambino ha perso la vita mentre giocava in bicicletta».

LE IMPRESE E GLI APPALTI AL CENTESIMO «Fammi 15mila euro di bitume», dice un funzionario all’imprenditore. «Va bene ingegnè ma poi mettete l’iva al 10% così ci guadagnate pure voi». I toni delle intercettazioni riferite nel corso dell’incontro con la stampa sono questi. E le riferisce il comandante della stazione della Guardia di finanza Francesco Coppola. Servono a capire il ruolo degli imprenditori all’interno dell’operazione. Tutto passava dalle loro mani, erano loro che omettevano la vigilanza e il controllo sulle procedure di aggiudicazione ed esecuzione ed erano ancora loro che per rientrare nei soldi risparmiati dal ribasso facevano delle varianti illegittime e delle false perizie.
«Da una sola ditta siamo riusciti a risalire al volume di affari della altre 28 coinvolte – dice Coppola –. La cosa che subito ci è saltata all’occhio era la loro preoccupazione affinché la documentazione fosse sempre formalmente corretta». Ma se la gara d’appalto sembrava essere corretta i funzionari poi omettevano la verifica della legittima cessione e la presenza dei requisiti di qualificazione e di ordine tecnico e organizzativo nei casi di sub-appalto dell’esecuzione delle opere. Il meccanismo, secondo quanto riferito dagli inquirenti, era così collaudato che non dava fastidio a nessuno perché ognuno aveva la propria quota di territorio sul quale operare. L’Italia divisa in due, e ognuno degli imprenditori del cartello aveva la sua quota. A questo sistema di divisione ha fatto riferimento Valerio Bovenga, comandante della stazione di guardia di finanza della sibaritide. E proprio Sibari ritorna con prepotenza agli onori della cronaca. «Molte delle imprese coinvolte nell’operazione – dice il procuratore Facciolla – hanno interessi sui nuovi appalti della sibaritide».

LA LEZIONE DI LUPACCHINI Il procuratore generale della corte d’Appello di Catanzaro Otello Lupacchini in meno di 10 giorni arriva due volte a Cosenza. Sempre al fianco di Eugenio Facciolla. Il tono severo non nasconde grande conoscenza del diritto e ci tiene a precisare subito due cose: «Questo è un punto di partenza non di arrivo, ma soprattutto nessuno è colpevole fino al terzo grado di giudizio». Il procuratore generale, posa gli occhiali da sole che ha indossato fino a qualche minuto prima e dice ai cronisti: «Non serve a nulla autoincensarci, dobbiamo aspettare prima di ogni considerazione che si arrivi alla conclusione del processo. Queste cerimonie – continua Lupacchini – fumose e torbide hanno causato spesso delle macerie morali, culturali e familiari senza che si arrivi al vero obiettivo della legge». Il procuratore generale passa poi ad alcuni aspetti sull’operazione “Accordo Comune”. «C’è un compendio probatorio notevole. Tutto il materiale adesso dovrà essere valutato nel corso del processo certo l’intervento era necessario in modo da evitare e scongiurare tutti i possibili rischi di inquinamento delle prove. Non ci rimane che aspettare gli accertamenti processuali».

Michele Presta
m.presta@corrierecal.it





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