Il muscolo artificiale che “parla” calabrese

La ricercatrice 29enne Caterina Lamuta dall’Unical è riuscita a conquistare gli Stati Uniti con i suoi studi sui “materiali intelligenti”. Ora collabora con l’Università dell’Illinois sull’applicazione delle sue ricerche: «Conoscere altre realtà permette di aprire gli orizzonti»

COSENZA Datele una fibra di carbonio e vi solleverà il mondo. Riadattando la celeberrima frase di Archimede, si potrebbe sintetizzare così la scoperta di un innovativo muscolo artificiale che ha per protagonista la calabrese Caterina Lamuta. Ricercatrice 29enne, originaria di Terranova da Sibari, quella di Caterina è l’ennesima storia di chi è riuscito a trovare fortuna lontano dalla Calabria. Anche se, come ha raccontato al Corriere della Calabria, fondamentale nel passaggio agli Stati Uniti sono stati gli studi all’Unical, per l’esattezza al Dimeg, il Dipartimento di ingegneria meccanica, energetica e gestionale. Caterina, infatti, dopo la laurea e un dottorato in Ingegneria meccanica ha deciso di avvicinarsi all’università dell’Illinois, negli Stati Uniti, dove è riuscita a portare avanti una ricerca che in poco tempo ha suscitato un interesse mondiale.

LA RICERCA Ad accompagnare Caterina nelle sue ricerca sono stati da sempre i “materiali intelligenti”, ovvero quei materiali le cui proprietà possono cambiare attraverso degli stimoli esterno. Questo concetto, che l’ha accompagnata durante i suoi studi all’Unical, lo ha voluto applicare anche al campo dell’artificial muscle o più semplicemente del muscolo artificiale. Di grande utilizzo in diversi campi, questi materiali e attrezzature negli ultimi anni hanno raggiungo la capacità di poter essere addirittura 100 volte più potenti rispetto ai muscoli naturali. «Fino ad ora questo genere di muscoli funzionano attraverso l’utilizzo di un compressore per l’aria e questo li rende rumorosi e ingombranti – ha spiegato Caterina -. La nostra ricerca si è basata invece su un sistema molto più semplice: usare una fibra di carbonio con l’aggiunta di un silicone». «Noi siamo partiti dall’idea che il muscolo dovesse mantenere una forma ad elica utilizzata fino ad ora con la differenza di un materiale diverso e più resistente. Abbiamo provato ad utilizzare le fibre di carbonio, resistente e flessibile e soprattutto ottimo conduttore. Per renderlo ancora più flessibile abbiamo aggiunto anche una gomma siliconica – racconta ancora Caterina -. Per far muovere il nostro muscolo abbiamo applicato una lieve corrente elettrica all’estremità, il silicone si riscalda e spinge verso l’esternole fibre di carbonio, facendo espandere il diametro del muscolo, accorciandone la lunghezza». A questo punto il muscolo è in grado di poter avere una forza di 18 volte superiore ai muscoli naturali. «Il campo di applicazione di questi muscoli artificiali leggeri e a basso costo è veramente ampio e comprende diversi campi, dalla robotica alla fabbricazione di strumenti per l’assistenza all’uomo», ha dichiarato ancora Caterina.
«Abbiamo superato quello che fino ad ora era un limite della scienza», lo definisce la giovane ricercatrice cosentina che ci racconta anche dell’impatto che la loro scoperta ha avuto all’interno della comunità scientifica. «Appena pubblicammo il nostro articolo il sito dell’università si bloccò per i troppi accessi. Mentre il video su Youtube, in cui spieghiamo il funzionamento del muscolo, raggiunse in poco tempo circa 30mila visualizzazioni».

IL FUTURO Nell’articolo che Caterina Lamuta ha scritto insieme a due ricercatori, Sameh Tawfick e Simon Messelot, viene spiegato passo dopo passo la costruzione del muscolo. «È molto semplice perché i materiale sono facilmente reperibili online. Infatti in molti mi hanno scritto dicendomi che hanno riprodotti i nostri esperimenti», ha aggiunto Caterina che insieme ai suoi colleghi sta lavorando ad un brevetto per poter utilizzare il muscolo artificiale anche in campo biomedico e nella robotica.
Per il momento la sua carriera sembra essere lontana dalla Calabria e dall’Unical. «Da qualche settimana ho ricevuto un’offerta per una posizione di assistant professor presso il department of Mechanical and industrial engineering dell’Università di Iowa che ho deciso subito di accettare mentre continuerò a lavorare sia su queste ultime ricerche e sia sui materiali intelligenti. Con la mia vecchia università – ha aggiunto ancora – mantengo buoni rapporti, soprattutto con il professore Leonardo Pagnotta che mi ha accompagnato nel percorso del mio dottorato di ricerca. E poi continuo a lavorare con alcuni studenti che dalla Calabria vogliono venire qui e svolgere un periodo di studi in America. Proprio come feci io qualche anno fa».
Proprio l’esperienza all’estero è il consiglio che Caterina cerca di dare a tutti gli studenti che incontra: «Conoscere altre realtà permette di aprire gli orizzonti. In molti casi significa anche mantenere dei rapporti di collaborazione, proprio come in questo caso».
«In Italia non abbiamo nulla da invidiare per quanto riguarda le competenze, perché abbiamo validi professori e crescono anche validi studenti capaci di competere a livello nazionale. Quello che ci manca – conclude – sono molto spesso i fondi e le risorse che non ci permettono di portare avanti progetti innovativi. Come avviene invece qui in America, dove fare ricerca è molto più semplice».

Adelia Pantano
a.pantano@corrierecal.it





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