Gratteri: «La ‘ndrangheta è la terza azienda d’Italia»

Dibattito a Roma tra il procuratore di Catanzaro e Nicola Morra. Il presidente della commissione parlamentare antimafia: «Il problema non è solo politico, i burocrati assecondano certe malefatte». Il magistrato: «Oggi la camera di compensazione è la massoneria deviata»

Si inizia con una non risposta. Chi modera l’incontro organizzato da Assud a Roma (la giornalista di Rai Parlamento Susanna Petruni) chiede a Nicola Gratteri come sia possibile, ancora oggi, sentire di un presidente di Regione indagato per aver concesso favori a un’impresa ritenuta dalla Procura distrettuale di Catanzaro vicina a un clan di mafia. Il procuratore non risponde: «C’è un’indagine in corso e incorrerei in un procedimento disciplinare. In molti non aspetterebbero altro, non diamogli questo piacere». La non risposta forse è anche un segno del clima che si respira in Calabria, dove un pezzo di politica non ha risparmiato critiche alla Procura. 
Nicola Morra, presidente della Commissione parlamentare antimafia, può invece parlare. E affronta due problemi. Il primo culturale («diciamo sempre che l’investimento in legalità è il primo da fare nelle società meridionali, ma poi accade l’esatto contrario»), il secondo sostanziale: «Il problema non è solo il ceto politico, ma anche quello burocratico che asseconda e indirizza certe malefatte, visto che l’inchiesta (Lande desolate, ndr) ha decapitato i vertici amministrativo-burocratici della Regione».
Nascita, crescita e – soprattutto – sottovalutazione della ‘ndrangheta sono protagoniste del dibattito. «L’opinione pubblica si è accorta dei clan dopo la strage di Duisburg, un episodio che ha fatto saltare le regole di ingaggio tra le cosche, facendole uscire allo scoperto per consumare una faida – dice Gratteri –. Ma dopo la scoperta non sono arrivate azioni consequenziali». È una costante nella storia d’Italia, anche di quella che riguarda la narrazione dei fenomeni mafiosi. «Gli storici non hanno segnalato la pervasività della ‘ndrangheta. Ancora oggi ci sono intellettuali che tendono a distinguere tra la ‘ndrangheta del passato, che teneva in conto l’onore, e quella di oggi. Se lo fanno in buona fede vuol dire che non hanno studiato: abbiamo evidenza di faide degli anni Venti nelle quali i picciotti uccidevano i bambini. I mafiosi sono sempre stati dei vigliacchi, si sono sempre arricchiti in maniera parassitaria».
Neppure in campo politico si può dire che le ingerenze dei clan siano un’invenzione dell’oggi: «Nelle elezioni del 1869 a Reggio Calabria – parla ancora Gratteri –, i latifondisti pagarono Francesco De Stefano, avo dei De Stefano che controllano tre quarti di Reggio Calabria e un quarto di Milano, per picchiare e vessare i candidati della lista appoggiata dai Borboni e dalla chiesa. Tant’è vero che quelle elezioni vennero annullate».

Da ieri a oggi, certi legami si perpetuano ma cambiano le camere di compensazione. Nel passaggio tra secondo e terzo millennio, il luogo deputato ai patti inconfessabili è «la massoneria, che chiameremo deviata per evitare polemiche». Il magistrato spiega che «in ogni locale di ‘ndrangheta c’è un “santista” che può partecipare alle riunioni di una loggia. E ci sono collaboratori di giustizia che raccontano della presenza, tra gli incappucciati, anche di qualche magistrato. Ma sul punto non ci sono riscontri».
Morra ricorda i legami tra cosche reggine ed eversione nera, con il dato storico «del 43% raggiunto dal Movimento sociale italiano a Reggio Calabria nel 1970 e la nascita della prima giunta di solidarietà nazionale nel capoluogo proprio per evitare l’avanzata della destra». Poi evoca le riunioni al santuario di Polsi e si richiama alla chiusura della società calabrese per spiegare le differenze tra le mafie e i motivi per i quali la ‘ndrangheta ha fatto un salto di qualità. La sua spiegazione abbraccia anche la politica: «Ci sono sacche di chiusura al nuovo perché per secoli il potere si è perpetuato attraverso il sangue. Vale anche per alcune dinastie politiche calabresi».
Mentre studiosi, giornalisti e magistrati si concentravano su altre emergenze, la ‘ndrangheta annetteva a sé tutto ciò che poteva. Da Sud a Nord: «La prima eroina a Roma è stata portata negli anni 70 dal clan D’Agostino di Sant’Ilario che aveva già allora rapporti con i Lupi Grigi turchi e utilizzava l’ex Jugoslavia come canale di passaggio, mentre oggi – sempre per l’eroina – si usa il canale di Suez», spiega Gratteri. Che regala un aneddoto: «Una decina di anni fa, con il professore Antonio Nicaso, andammo a Reggio Emilia a dire che la ‘ndrangheta si stava infiltrando nel tessuto produttivo. Quasi ci picchiarono: “Abbiamo gli anticorpi”, “abbiamo combattuto il fascismo”. Ma la mafia non portava la svastica, offriva prezzi stracciati e lavoro nero agli imprenditori e qualcuno le ha aperto le porte». Dappertutto e in tutta Europa: «Ora è la terza azienda in Italia dopo Fca e Finmeccanica». Il futuro, per il capo della Dda di Catanzaro, «è la mafia albanese: la vediamo in Colombia, Canada e Olanda assieme alla ‘ndrangheta. Spero che se ne accorga anche la Comunità europea che, riguardo la lotta alle mafie, deve fare molto di più per badare a se stessa». (ppp)





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