«Il boss Lanzino e Di Puppo? Non so come siano stati assunti dalla Rende Servizi»

Il ragioniere della Rende 2000 interrogato dal pm Bruni: «Mi portavano le carte e io procedevo». La difesa di Principe: i dipendenti non temevano l’ex sindaco ma il boss cosentino

di Michele Presta
COSENZA Non ci sono i confronti con i rivali e le pizzicate politiche nel “Sistema Rende” finito sotto processo dopo l’indagine della Dda di Catanzaro. Archiviata la campagna elettorale, per Sandro Principe si spalancano le porte del municipio rendese solo come consigliere comunale. Varca, invece, quelle del tribunale di Cosenza da imputato per corruzione aggravata in atti amministrativi e concorso esterno in associazione mafiosa, insieme a Umberto Bernaudo, Pietro Ruffolo e Giuseppe Gagliardi quest’ultimo indagato per la sola corruzione elettorale. Non rinuncia a presenziare l’udienza neanche questa volta il vecchio leader socialista. Impassibile ascolta l’esame dei testimoni citati dal pubblico ministero Pierpaolo Bruni nel corso dell’istruttoria dibattimentale. La gestione; l’assegnazione e tutta la vicenda legata ai canoni di locazione dei 41mq quadrati del bar Colibrì concessi nell’area mercatale di Rende alla moglie di Adolfo D’Ambrosio, insieme ad una serie di contestazioni sulle modalità di assunzione nella cooperativa “Rende Servizi” sono gli argomenti sui quali il pubblico ministero ed il collegio difensivo si confrontano ormai da diversi mesi. E proprio sull’incidente capitato al bar ha riferito l’avvocato Marco De Stasio, nominato all’epoca dei fatti, quale legale per ottenere il risarcimento del danno dopo l’esondazione del torrente che passa vicino alla zona dove si trovava il bar da parte di Adolfo d’Ambrosio. «Mi chiamarono per quella tracimazione d’acqua – risponde alle domande del pm – e poi feci tutta la parte relativa al risarcimento del danno. In un primo momento intervenne il comune ma poi si accertò che a pagare doveva essere l’Anas». Il passaggio dell’amministrazione comunale dal bar dato in concessione a D’Ambrosio venne fatto da Giuseppe Gagliardi (assessore comunale ai lavori pubblici nel 2011). «Ho una lontana parentela con Gagliardi – spiega il testimone». Un legame che all’epoca dell’interrogatorio davanti ai magistrati permise all’avvocato di spiegare come «se Gagliardi si fosse impegnato per la risoluzione del problema poi D’Ambrosio si sarebbe impegnato in campagna elettorale per procacciare voti alla coalizione che faceva riferimento a Principe». Circostanza che però, a distanza di quasi 8 anni, Marco De Stasio corregge in parte spiegando che quelle erano delle sue personali deduzioni visto che non parlava di politica con D’Ambrosio e poche volte con Gagliardi.

LA COOPERATIVA RENDE 2000 Un filo di voce, gli occhiali da sole per non tradire gli sguardi e la posizione composta per tutto l’esame. Eugenio De Ciccio è un ragioniere, anche se tutti lo conoscono come istruttore tecnico amministrativo. «Io non so come sono stati assunti Michele di Puppo ed Ettore Lanzino», dice al procuratore Pierpaolo Bruni. Alla contestazione sulle dichiarazioni rese nel corso di un interrogatorio dove il testimone ha riferito delle volontà di Sandro Principe nella scelta dei lavoratori della cooperativa De Cicco dice: «Io vedevo solo Bartucci. Principe sì e no l’ho incontrato un paio di volte. Mi portavano le carte delle assunzioni e io procedevo, facevo il mio lavoro». Mentre secondo gli uffici di Procura tutti gli ordini venivano eseguiti per una sorte di timore nei confronti di Principe, per l’avvocato Franco Sammarco la paura a cui si faceva riferimento nelle intercettazioni captate da De Cicco erano da riferirsi non al suo assistito ma ad Ettore Lanzino e Michele Di Puppo. Il legale, infatti, ripercorrendo le date dei verbali ed i diversi momenti nei quali sono avvenuti determinati episodi, ha fatto notare come il teste pronuncia il nome di Principe solo alla fine, quando qualcuno «voleva incastrarlo». Chi fosse ad ordire la trama non è stato riferito e un mistero rimane anche sul clima di terrore che rimane agli atti e sui quali il tribunale poi lavorerà per il giudizio.

I DIRIGENTI COMUNALI Dall’indizione del bando di gara ai sopralluoghi dopo l’allagamento del bar Colibrì hanno parlato i dirigenti Francesco Raimondi, Gianfranco Sole e Francesco Minutolo. Sulle indicazioni e direzioni che Raimondi avrebbe ricevuto sul bando di gara per l’assegnazione del bar, il dirigente ha spiegato del dovere degli amministratori pubblici di interloquire con gli eletti e i componenti di giunta. D’Ambrosio e sua moglie furono gli unici a partecipare a quel bando di assegnazione. «Venivano in ufficio a chiedermi che tipo di materiale sarebbe servito per il bar, così come che tipo di strumentazione che sarebbe servita». Dei problemi con la giustizia di Adolfo D’Ambrosio, l’ex dirigente del comune di Rende, riferisce di aver saputo solo la «vox populi, il 2007 io sapevo solo che era un ladro di galline» e sul perché, nonostante per gli altri appalti ha riferito di essere ligio al dovere, sulla questione del bar si sarebbe consultato con Principe, Raimondi dà sempre la stessa risposta: «Era un mio dovere collaborare». Un confronto non indicazioni sul da farsi «quelle non le ho mai ricevute» dice durante il controesame della difesa. «Io non ho ricevuto ingerenze né da Principe né da Bernaudo che le cronache dipingevano come “secondo cittadino”. I dirigenti da Sandro Principe ricevevano dei consigli saggi, appunti fatti più che altro visto il suo spessore amministrativo» (m.presta@corrierecal.it)





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