“Franchino ’i Mafarda” racconta in aula come furono uccisi Chiodo e Tucci

La deposizione del boss della cosca Rango-Zingari che ha permesso alla Dda di Catanzaro la riapertura delle indagini sul duplice delitto avvenuto nel 2000. «Ho sparato all’impazzata in aria per fare in modo che nessuno si affacciasse»

di Michele Presta
COSENZA Franco Bevilacqua parla. Tutti nell’ambiente della Cosenza criminale lo conoscono come “Franchino ’i Mafarda”. Negli anni 2000 era tra i capi della cosca Rango-Zingari, poi nel 2001 decide che è arrivato il momento di collaborare con la giustizia. In un battesimo di mala celebrato nel carcere di Cosenza, il suo nome non «compare nella copiata», e dalla latitanza a Gioiosa Ionica due informatori, le cui identità non sono state mai tradite dal boss, gli riferiscono quello che è successo. Convoca la moglie e la figlia e si consegna alle forze dell’ordine. Per lui, prima battezzato “sgarrista” a Catanzaro, poi “santista” nella “Sacra corona unita” nel penitenziario di Lecce e infine “crimine” a Cosenza, vivere con i giorni contati sul calendario non era accettabile. Il peso di una condanna a morte diviene insopportabile soprattutto dopo aver partecipato al gruppo armato organizzato per l’uccisione di Aldo Benito Chiodo, quando venne assassinato anche Francesco Tucci. I magistrati mettono nero su bianco le confessioni del boss (già condannato per lo stesso delitto) e 18 anni dopo riaprono il caso iscrivendo nel registro degli indagati quelli che poi sarebbero diventati imputati: Antonio Abbruzzese alias “Strusciatappine”, Fiore Abbruzzese detto “Ninuzzo” Luigi Berlingieri alias “Occhi di ghiaccio”, Saverio Madio e Celestino “Ciccio” Bevilacqua. Tutti appartenenti al “clan degli zingari” cosentini. «Al procuratore Eugenio Facciolla ho fatto vedere tutto – dice –. Siamo saliti su di un elicottero dei carabinieri e gli ho mostrato il percorso fatto a bordo della macchina prima di incontrare e uccidere Chiodo. Gli ho permesso di ritrovare la macchina che avevamo usato e anche uno dei kalashnikov che avevamo utilizzato».
I KALASHNIKOV PER UCCIDERE I RIVALI All’alba del nuovo millennio anche nella città di Cosenza arrivano i kalashnikov. Franco Abruzzese ne aveva uno personale con il manico in legno. Benito Chiodo aveva rotto i patti sulla spartizione del territorio che il gruppo degli “italiani” e quello degli “zingari” avevano accordato per dividersi la città di Cosenza. C’era una sola soluzione a quello sgarro: ucciderlo. «Avevamo nascosto una Lancia Thema in un cantiere nella zona dei silos», racconta il pentito. Il pm Camillo Falvo gli dice di andare avanti. «Facemmo una staffetta con Antonio Bevilacqua e Saverio Madio per non sbagliare». Sì, perché il delitto fallì il giorno prima quando Chiodo intercettato dai killer fu trovato in compagnia di due donne. «Abbiamo fatto tutto il parco Robinson fino all’ultimo lotto e alla prima palazzina vedendo dove si trovava Chiodo abbiamo fatto il giro dell’edificio per prenderlo davanti». In macchina con il volto coperto da un passamontagna, oltre a lui, riferisce che c’erano anche Fiore Abbruzzese, Gianfranco Iannuzzi (oggi deceduto) e Luigi Berlingeri. «Lo abbiamo preso di sorpresa, abbiamo iniziato a sparare, ma le armi si sono inceppate perché abbiamo messo i caricatori sbagliati – racconta durante il processo –. Tucci e Chiodo li abbiamo uccisi, Mario Trinni ci è scappato. Ho sparato all’impazzata in aria per fare in modo che non si affacciasse nessuno e nessuno vedesse la macchina, infatti, dalle prime ricostruzioni tutti dicevano di aver visto una Golf e uno scooter».
LA FUGA DA VIA MANCUSO La stradina che incrocia via Popilia dove si trovano le ultime palazzine si chiama via Mancuso. Le 18 del 9 novembre 2000 sono passate da poco e i corpi di Benito Chiodo e Francesco Tucci sono riversi a terra tra il sangue e i bossoli dei kalashnikov. «Siamo scappati a bordo della macchina – spiega Franco Abbruzzese – arrivati al cantiere ci siamo fatti luce con degli accendini. Dovevamo nascondere sotto terra la vettura che avevamo usato e che Luigi Berlingeri e Fiore Abbruzzese insieme ad un’altra persona avevano rubato per noi a più di 300 chilometri da Cosenza». Le forze dell’ordine si mettono alla ricerca degli assassini, loro sentono le sirene e vedono arrivare “Ciccio” sprovvisto delle chiavi della «villetta sicura» dove si sarebbero dovuti cambiare. «Strisciammo a terra – spiega alla Corte d’Assise di Cosenza –, poi siamo riusciti a prendere la zona della montagna e a darci una ripulita nel fiume. Siamo arrivati alla stazione ferroviaria di Vaglio Lise e da lì a tarda notte siamo arrivati a via Reggio Calabria, dove Celestino Bevilacqua e Tonino Abbruzzese ci aspettavano con le cose pulite». Questo, secondo il racconto di “Franchino ’i Mafarda”, il racconto di cosa fecero gli autori del duplice omicidio Chiodo-Tocci. Il dibattimento sul “cold case” riaperto dalla Dda di Catanzaro proseguirà nella prossima udienza con il controesame degli avvocati che compongono il collegio difensivo (tra loro Maria Rosa Bugliari, Rossana Cribari, Filippo Cinnante, Cesare Badolato, Nicola Rendace, Francesco Tomeo e Gianfranco Giunta). Il presidente della Corte di Assise, Paola Lucente, ha comminato una multa di 500 euro a Mario Trinni insieme all’accompagnamento coattivo dell’unico superstite dell’attentato. Anche lui siederà al banco dei testimoni per raccontare quegli istanti. (m.presta@corrierecal.it)







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