“Cloaca Maxima”, in sei a processo per gli sversamenti nel Crati

Il direttore dell’impianto di depurazione di Rende e altri 5 dipendenti rinviati a giudizio con l’accusa di inquinamento ambientale

COSENZA Vincenzo Cerrone (direttore dell’impianto di depurazione di Coda di Volpe, nel Comune di Rende), Dionigi Fiorita, Giovanni Provenzano, Annunziato Tenuta, Rosario Volpentesta e Eugenio Valentini sono stati rinviati a giudizio dal Gup di Cosenza nell’ambito dell’inchiesta “Cloaca maxima”. Tutti e sei, in concorso, sono accusati di aver generato un deterioramento significativo delle acque del fiume Crati e del relativo ecosistema, alterandolo sotto l’aspetto chimico, fisico, olfattivo e visivo. L’indagine venne avviata dalla Procura della Repubblica di Cosenza ed affidata ai carabinieri forestali a seguito del consistente numero di denunce presentate dai cittadini residenti nelle aree contigue all’impianto di depurazione. Gli odierni imputati, secondo i magistrati inquirenti, sarebbero i responsabili degli sversamenti nel fiume Crati attraverso l’apertura di un bypass posto a monte della sezione ossidativa del depuratore. Nel corso d’acqua finivano liquami non completamente depurati poiché sottoposti alla sola fase di sedimentazione primaria. Ma i carabinieri hanno più volte verificato come nel Crati finissero anche acque fognarie senza nessun trattamento depurativo ad eccezione della “grigliatura”. Nel corso della fase investigativa, i carabinieri evidenziarono il grande paradosso dell’impianto di depurazione di Contrada Coda di Volpe: più che depurare, secondo i militari, era utilizzato per inquinare. Nel fiume Crati venivano sversate sostanze altamente inquinanti senza passare dai filtri che ne avrebbero dovuto garantire la depurazione. Una schiuma bianca invadeva le sponde e il letto del fiume da cui si levava un odore nauseabondo che più volte ha spinto gli abitanti a contattare le forze dell’ordine. Nei soli mesi di dicembre 2017 e gennaio 2018 i militari dell’arma hanno accertato come ci fossero stati 141 sversamenti inquinanti. Non solo, la complessa attività di indagine è stata condotta con dei meccanismi di intercettazione ambientale e telefonica , con la captazione di oltre 10mila telefonate e la visione di 5.873 filmati. «Sta stramazzannu». Quando gli indagati pronunciavano queste parole, significava che nel fiume Crati si stavano sversando liquami inquinanti. I carabinieri capiscono che è la parola in codice utilizzata e che ogni tanto veniva usata per indicare lo sversamento anche la parola «sfiorare». Per questo motivo i militari iniziarono a fare delle visite a sorpresa, ma l’incontro era tutt’altro che ben accetto. Dalle conversazioni intercettate è emerso infatti come i dipendenti della Geko, si affannassero affinché alla visita dei carabinieri tutto dovesse risultare in ordine e funzionante secondo legge. In qualche stralcio di conversazione i carabinieri appuntano come dai dialoghi di Fiorita con un dipendente emergesse preoccupazione per quanto stavano facendo. «Si mintissanu na cazzi i tappi ari ricchie e un rumpissinu i palli». Dice Dionigi Fiorita al tecnico Provenzano. I due stavano discutendo di una visita da parte dei carabinieri e Fiorita – riportano gli organi di pg nei documenti prodotti – stava raccomandando al tecnico di accendere un compressore per non destare sospetti. (mipr)







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