Franco Muto lascia il carcere duro e finisce ai domiciliari. Le reazioni della politica

Il tribunale delle libertà accoglie l’istanza presentata dagli avvocati. “Il Re del Pesce” è malato da tempo e per come emerso dal procedimento “Frontiera” è da considerarsi ormai un ex boss. Morra: provvedimento da riesaminare. Santelli: i boss non vanno in pensione, Viscomi: decisione da tremendo valore simbolico. Magorno: notizia che lascia senza parole. Ferro: scelta che suscita sfiducia nello Stato

COSENZA Il malessere causato dalla malattia lo aveva palesato più e più volte. Dal carcere dove da diversi anni scontava il regime del carcere duro, Franco Muto, ai giudici del processo “Frontiera” ha sempre riferito che le condizioni in cui la malattia aveva ridotto il suo fisico non potevano conciliarsi con le regole stringenti del 41bis. A distanza di due mesi dalla fine di quel procedimento che lo ha visto condannato a 7 anni e 10 mesi per intestazione di beni fittizi e assolto dall’accusa di associazione mafiosa, Muto, che negli anni è diventato il “Re del Pesce”, è ritornato da pochi giorni a Cetraro dove sconterà la sua pena al regime degli arresti domiciliari. A convincere il tribunale delle libertà a scarcerare Franco Muto, su richiesta dei suoi avvocati, sono state proprio le evidenze processuali e storiche emerse nel corso del processo “Frontiera”. L’operazione condotta dalla Dda di Catanzaro non solo decimò gli affari del clan egemone sul Tirreno, ma ridisegnò lo schema di potere. Non sarebbe più “Il Re del Pesce” a controllare gli affari della cosca ma suo figlio Luigi, arrestato dalle forze dell’ordine nel blitz del 2016 e condannato nello stesso procedimento del padre, dopo aver optato per il rito abbreviato. Sono anni che Franco Muto tenta un ritorno a Cetraro. L’istanza di scarcerazione è stata avanzata in diverse occasioni dai suoi avvocati sia dinnanzi al tribunale delle libertà che davanti agli ermellini della Corte di Cassazione. L’ultimo no, Muto, lo aveva ricevuto dal giudice Alfredo Cosenza presidente del collegio giudicante che nel palazzo di giustizia di Paola ha istruito il processo “Frontiera”. Nonostante il vecchio boss cetrarese lamentasse diversi malesseri, negli ultimi periodi legati alle difficoltà di deambulazione, per i medici nominati dai diversi giudici il quadro clinico non risultò mai incompatibile con le regole del carcere duro. Poi c’era un altro aspetto: il timore che Franco Muto, tornato a casa avrebbe potuto riprendere le redini della cosca. Adesso lo scenario è cambiato, i giudici del Tdl hanno disposto il rientro a casa. L’ultimo desiderio è stato esaudito: «lasciatemi morire a casa».
MORRA: «MI AUGURO CHE IL CASO VENGA RIVALUTATO» «Il Tribunale del riesame ha concesso i domiciliari a Franco Muto, famoso come “re del pesce” della costa tirrenica cosentina. Dopo tanti tentativi, puntualmente bocciati dai giudici precedentemente chiamati a decidere, ora Muto è stato giudicato non più in grado di sostenere il peso del carcere e del 41 bis, per cui tornerà in quel di Cetraro, suo luogo d’origine». Lo afferma in una nota il presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra. «Mi domando se chi ha giudicato abbia valutato con la massima prudenza possibile la richiesta avanzata dai legali di Muto, non fosse altro che questa decisione, per quanto possa esser stata legittima e ponderata, verrebbe a smentire tutte le precedenti, di segno opposto». «In casi come quello di Muto, esponente di punta della ‘ndrangheta calabrese – conclude – la prudenza non deve essere mai troppa, pertanto mi auguro che le autorità competenti facciano un’ulteriore valutazione della bontà della scelta del Tribunale del riesame».
SANTELLI «I BOSS NON VANNO IN PENSIONE» «La concessione degli arresti domiciliari a Franco Muto, potente boss della ‘ndrangheta del Tirreno cosentino, ci lascia perplessi e aspettiamo di conoscere le motivazioni del provvedimento». Lo afferma l’on Jole Santelli, vice presidente della commissione antimafia di Forza Italia. «Un boss di questo calibro non va in pensione – continua la Santelli – né si può affermare che la sua perversa influenza sul territorio sia scemata».
«Nell’opinione pubblica generale questa notizia – conclude Santelli – ha destato molto sconcerto e per questo è obbligatorio rendere trasparente al più presto i motivi di questa decisione, che vanno spiegati con concretezza e non con decisioni calate dall’alto».
VISCOMI: «DECISIONE DA TREMENDO VALORE SIMBOLICO» «Strana terra la nostra. Proprio di frontiera». Così Antonio Viscomi, parlamentare del Partito democratico commenta sul suo profilo facebook la notizia della decisione di far scontare a casa al boss del Tirreno cosentino Franco Muto la sua condanna. «E “Frontiera” – si legge nel post – era stato chiamato dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro l’operazione di polizia giudiziaria e poi il processo contro la cosca Muto di Cetraro. Qualcuno ricorda l’esito di quel processo? Francesco Muto, considerato capo della cosca e per il quale la Procura aveva chiesto una condanna a venti anni, fu assolto per il reato di associazione mafiosa e condannato a sette anni e dieci mesi per intestazione fittizia di beni». «Per i giudici la cosca Muto esiste – aggiunge Viscomi – opera, è attiva nel tirreno cosentino, e tuttavia non Francesco è il capo cosca, ma suo figlio Luigi, condannato a quindici anni. Ora, a quanto pare per ragioni di salute, sconterà gli anni di condanna ai domiciliari: dal carcere duro a casa sua».
«Eppure stiamo parlando di ndrangheta – sottolinea il deputato dem – di cosche, di locale, di famiglie. E per contrastarle dobbiamo essere in grado di comprendere la loro logica di organizzazione e di azione. Per questo è importante studiare, e non solo citare forse senza neppure averli letti, i libri di Nicola Gratteri e di Antonio Nicaso e, per chi può, leggere gli atti di tanti processi portati a compimento dal procuratore di Catanzaro».
«Per questo – conclude Viscomi – escludere prima che il padre sia colpevole di partecipazione all’associazione mafiosa di cui è capo il figlio e concedergli subito dopo gli arresti domiciliari, possibili proprio per il venir meno del regime carcerario previsto per i condannati di mafia, ha un tremendo valore simbolico. Qualcuno infatti potrà dire: sono tornato a casa, sono più forte io dello Stato. E lo dirà. E questo non è accettabile. Perciò in questa regione bisogna decidere da che parte stare. E bisogna deciderlo ora».
MAGORNO: «NOTIZIA CHE LASCIA SENZA PAROLE» «La notizia della scarcerazione di Franco Muto lascia senza parole. Non si può non condividere il pensiero di Klaus Davi. Da parte mia non mancherà mai il sostegno a personalità come Nicola Gratteri e a tutte le persone che ogni giorno lavorano per rendere la #Calabria una terra dal profumo di #legalità». È quanto afferma, in una nota, il senatore del Pd, Ernesto Magorno.
FERRO: «SCELTA CHE SUSCITA SFIDUCIA NELLO STATO» «Rispetto come sempre le decisioni della magistratura, che avrà ritenuto di avere motivazioni molto solide per concedere i domiciliari al boss della ‘ndrangheta Franco Muto, il “re del pesce”, finora detenuto in regime di carcere duro». È quanto afferma il segretario della commissione parlamentare antimafia nonché parlamentare di Fratelli d’Italia, Wanda Ferro. «È innegabile però – aggiunge – che la decisione del Riesame, per quanto ponderata, susciti perplessità tra i cittadini e contribuisca a diffondere un senso di sfiducia sulla complessiva capacità dello Stato, nelle sue articolazioni, a dare una concreta risposta alla criminalità organizzata. Che un boss condannato per gravi reati torni a casa restituisce inevitabilmente l’idea di uno Stato che indietreggia nell’azione di contrasto alla mafia».
«Certo, in uno Stato di diritto – prosegue – prevale sempre il rispetto della legge, anche di fronte ad un legittimo senso di rivalsa nei confronti dei più spietati boss mafiosi, ma occorre a questo punto interrogarsi sulla eventuale necessità di rafforzare l’efficacia della attuale legislazione per avere la certezza che i criminali scontino fino in fondo la propria pena, senza il rischio che possano tornare, con l’alleggerimento delle misure detentive, alle loro postazioni di comando».
«È doveroso – conclude – nei confronti dei cittadini, dei magistrati e delle forze dell’ordine che sacrificano la loro vita nella lotta alle organizzazioni mafiose, ma soprattutto nei confronti delle tante vittime innocenti della criminalità e dei loro familiari».
(mi.pr.)





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