L’antimafia di Salvatore Borsellino. «Combattiamo nei posti dove viviamo»

Il fratello del magistrato partecipa a un incontro a Cosenza. «È stato ucciso da pezzi deviati dello Stato» – VIDEO

di Michele Presta
COSENZA Gli scontri tra Totò e Paolo Borsellino spesso erano duri. «Di questo ho ancora il rammarico», dice il fratello del magistrato antimafia. Due vite diverse: da una parte l’ingegnere trasferitosi a Milano da ormai 50 anni, dall’altro l’uomo di Stato che per amore della sua città ingaggia una guerra senza confini con la mafia. «Sono passati 27 anni dalla morte di mio fratello, ma non posso rassegnarmi così alla sua scomparsa. Quando vengo al Sud – spiega Salvatore Borsellino – mi sento a casa mia perché cerco di spiegare che non bisogna abbandonare questo Paese al suo destino e lasciarlo alla criminalità. Dal malaffare non si sfugge, ormai è globalizzato, per questo le forze giovani devono rimanere nelle città in cui sono nate e combattere le cose che non vanno con lo spirito e la forza dell’amore che aveva mio fratello». Alla “Casa della Musica” di Cosenza, gli studenti del liceo “Lucrezia della Valle” assistono alla forza dirompente dell’uomo che apre un libro rosso (rilegato come l’agenda del magistrato ucciso nel 1992) e mentre lo sventola abbraccia Sara Scarpulla, madre di Matteo Vinci, ucciso da un’autobomba a Limbadi. L’empatia dei due venuti da così lontano eppur così vicini diventa complicità quando all’immagine del magistrato viene affiancata quella del giovane calabrese originario di Limbadi, nel Vibonese, morto in un agguato di ’ndrangheta. «Siate bravi a riconoscerli. Nutritevi – spiega la donna ai liceali – della terra buona perché quello che vi offrono vi metterà in ginocchio». All’incontro “Legalità e sviluppo del territorio” promosso dall’istituto cosentino insieme al presidente della commissione parlamentare Antimafia, ha partecipato anche l’imprenditore testimone di giustizia Gaetano Saffioti. «Sono 17 anni 9 mesi e 9 giorni che sono una persona libera – spiega Saffioti –. Dopo 18 anni parliamo ancora di ’ndrangheta e non di sviluppo del territorio. Ora c’è qualcosa che la mia generazione non aveva: l’informazione e questa deve essere una leva di sprono. Io l’ho capito. Ho pensato fin da subito fosse meglio vivere povero ma a testa alta e non ricco ma in ginocchio».
LA LOTTA DI BORSELLINO Qualche ora prima di morire il magistrato scrisse una lettera agli studenti di un liceo siciliano che non riuscì mai a spedire. Frasi che sono state da input per i giovani cosentini che nell’incontrare chi per primo ha letto quelle parole hanno – attraverso un lungo flashback – rivissuto in prima persona il racconto della Sicilia stragista. «Vivevo in una città che aveva una toponomastica ufficiale – spiega Salvatore Borsellino – e poi una che si aggiornava di volta in volta in base alle persone che ci venivano ammazzate. Ricordo ancora quando mia madre mi raccontò come mio fratello mesi prima di morire decise di non avere più attenzioni per i figli in modo che soffrissero meno quando sarebbe arrivato il momento della sua morte». Per il fratello del magistrato ucciso a via d’Amelio la mafia è paragonabile ad un cancro. «Si nasconde al sistema immunitario – dichiara Borsellino – e voi avete il compito di essere anticorpi vigili. Mio fratello è stato un soldato mandato in guerra ma che è stato ucciso dal fuoco che gli è arrivato dalle spalle. A fare fuoco pezzi deviati dello Stato che lo hanno sacrificato in nome di una trattativa di cui ancora si continuano a pagare tangenti e di cui stiamo aspettando di conoscere la verità».
«FAI SILENZIO CA PARRASTI ASSAI» All’incontro ha partecipato anche il procuratore aggiunto di Cosenza Marisa Manzini, oggi consulente a tempo pieno della commissione parlamentare antimafia. Recentemente sono emerse nuove minacce nei suoi confronti. A riservare attenzioni al magistrato ancora Pantaleone Mancuso che durante il processo “Black money” le intimò: «Fai silenzio ca parrasti assai», frase da cui ha preso titolo il libro scritto dallo stesso magistrato. «Sono parole – spiega Manzini – che vengono utilizzate perché la ’ndrangheta deve far capire che esercita un controllo sul territorio. È una organizzazione che ha fatto solo del male a questo territorio diventando intermediaria di grandi affari e che oggi la fa da egemone anche perché le leggi che ci sono non sono sufficienti». Manzini ha ricordato come nel 1992 stesse facendo la pratica abilitante alla professione di magistrato. «Sono una donna del Nord che adesso si sente donna del Sud. In quegli anni – ha concluso – in molti sentimmo il dovere di trasferirci per senso del dovere e per mantenere viva la memoria di chi era morto combattendo quella battaglia».
«NON RIGUARDA GLI ALTRI» Il pentastellato Nicola Morra in chiusura dell’incontro ha ribadito come non si può immaginare la lotta alle mafie pensando che sia un compito da delegare ad altri. «Non pensate che a Cosenza non ci siano imprenditori che non pagano il pizzo» ha detto il presidente della commissione Antimafia rivolgendosi agli studenti. «I numeri della nostra regione ci inchiodano: due su cinque le Asp sciolte per infiltrazioni mafiose, Cosenza così come altri 69 comuni è in dissesto finanziario, la Corte dei Conti dice che il bilancio regionale è farlocco. Tocca a voi interrompere i ponti con questo sistema e capire che barattare la propria sanità o i servizi con delle feste come quelle del cioccolato non sono più la strada che siamo disposti a percorrere». (m.presta@corrierecal.it)





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