La sliding door dell’Elaiopolio. La storia (riscritta) di un gigantesco fallimento

L’ex sindaco di Rossano, Stefano Mascaro, racconta al Corriere della Calabria perché fallì una delle occasioni di sviluppo più importanti per la Piana di Sibari. «Si preferiva vendere olio “finto”, la colpa fu degli agricoltori»

di Luca Latella
CORIGLIANO ROSSANO E pensare che le occasioni di sviluppo, la Piana di Sibari, le ha avute. Ma non le ha mai sapute sfruttare. Opportunità che avrebbero potuto far “svoltare” l’economia del nord-est della Calabria, fanalino di coda nelle dinamiche socioeconomiche della regione.
Una terra ricchissima, il cui “Pil” potrebbe bastare per proiettarsi fra le eccellenze agroalimentari italiane ma, forse, maledetta. Baciata dalla natura e dalla bellezza dei luoghi, figli della storia trapassata nel tempo, la Sibaritide oggi sembra essere solo una “potenzialità” inespressa, probabilmente per la mancanza di visione delle classi dirigenti e politiche del passato, ma anche per quell’arcaico e atavico atteggiamento da vassallo che questa terra ha sempre assunto.
E ne avrebbe da raccontare di occasioni – perse, sprecate per negligenza – di “sliding doors”, quelle porte girevoli che se imboccate differentemente, oggi avrebbero potuto narrare un’altra storia. Come nel caso dell’elaiopolio di Rossano. Diecimila metri quadrati di potenziale innovazione mai entrati in esercizio.
Sarebbe dovuto servire per imbottigliare l’olio dei produttori locali, oltre 200mila gli ettari ulivetati del territorio, fra cui “fiorisce” la nobile “dolce di Rossano”, una cultivar di olivo unico nel suo genere per qualità organolettiche.
I lavori dell’elaiopolio iniziano nel 1968 e le cronache del tempo sul quindicinale “La Nuova Rossano” narrano di celebrazioni in pompa magna, alla presenza di 23 sindaci del territorio. Sono tempi in cui viene anche posata “la prima pietra” dell’ospedale, che poi si trasferirà dal centro storico allo scalo della città.
La struttura verrà inaugurata nel 1973 ma non andrà mai a regime. Per colpa della burocrazia farraginosa, si dirà nei decenni a venire: troppo facile scaricare responsabilità e negligenze sugli altri.
Una sliding door sulla vicenda, però, la offre Stefano Mascaro che al Corriere della Calabria racconta una realtà, oggi, incontrovertibile. L’ex sindaco di Rossano riscrive pubblicamente le sorti della struttura – una vicenda che conosce bene sin da ragazzo, perché seguita dal padre, Giuseppe, poi eletto senatore della Repubblica – offrendone un quadro completamente nuovo rispetto al passato.
«Il fallimento dell’elaiopolio? Ma quale burocrazia – dice subito – la colpa è stata di quegli olivicoltori che hanno preferito vendere olio “finto”».
Da sindaco, nel 2017, prova a far mutare la proprietà dell’elaiopolio – in capo all’Arssa – quindi dal Ministero dell’Agricoltura alle disponibilità patrimoniali del comune di Rossano. Bussa alle porte dell’allora ministro Maurizio Martina e lo invita in città. Durante l’incontro Mascaro chiede al capo del dicastero all’Agricoltura il percorso più agevole affinché il Comune subentri nella titolarità dell’importante e storica infrastruttura, ma senza grande successo.
«Martina – racconta Mascaro – aveva assunto l’impegno di trasferire il bene al comune di Rossano. Avremmo voluto partecipare a dei bandi europei per mettere in funzione la struttura ma era necessaria la titolarità».
Quello dell’ex sindaco che “riscrive” la storia dell’elaiopolio è un racconto accorato. «L’obiettivo era  imbottigliare e vendere l’olio del territorio, la dolce di Rossano, sotto un unico marchio controllato da un consorzio», spiega, un po’ come accade per le mele in Val di Non.
«Mio padre – prosegue – nella sua veste di primo presidente dell’Istituto nazionale dell’Agricoltura invitò il ministro Colombo ad inserire anche Rossano fra le tre sedi degli elaiopoli di Stato in tutto il Paese. E così fu, ma ai nostri produttori del tempo piacevano più le integrazioni agricole che il lavoro. Preferivano, insomma, vendere olio “finto”, sulla carta, dimostrando costi mai effettuati. Tenevano accesi generatori e macchinari per giorni e giorni, anche di notte per dimostrare di aver consumato energia elettrica. In fondo era più facile la via del mantenimento dello status quo piuttosto che produrre, offrire lavoro e migliorare. Quello è stato il grande business di chi si è arricchito con l’agricoltura. A dire la verità qualcuno si è rimboccato le maniche, ma erano pochissimi, molti altri hanno preferito la scorciatoia delle “carte”».
Eppure, secondo Mascaro – e non solo – l’elaipolio di Rossano rappresentava «un’idea avveniristica» per quel tempo. «Venivano qui ad acquistare le grandi aziende olearie, i Dante, i Carapelli che producevano il 35% dell’olio italiano ed anche in questo caso siamo stati “bravissimi” nell’essere superati dagli altri, come la Puglia».
L’ex sindaco definisce l’“operazione olio finto” come «il grande imbroglio», nonostante la struttura nata per l’imbottigliamento dell’olio godesse di grandi prospettive, «tanto da ispirare il ministro spagnolo all’Agricoltura di quegli anni, venuto in visita a Rossano per osservare da vicino l’elaiopolio, dopo la caduta di Franco e la grande voglia di rinascita della Spagna».
«Avremmo potuto mettere insieme un prodotto unico al mondo – è il rimpianto di Stefano Mascaro – anche perché quel consorzio stava nascendo, grazie all’impegno di mio padre, e di alcune famiglie come i Romano e gli Amantea».
Oggi la recriminazione è doppia perché «quel progetto è irrecuperabile». In quelle palazzine ci sono solo degli uffici dell’Arssa mentre i capannoni sono desolatamente serrati.
«Ma non si dica più che il fallimento dell’elaiopolio di Rossano è della politica, bensì degli agricoltori». In una terra dilaniata nei secoli dai bizantinismi, come non credere a Stefano Mascaro? (l.latella@corrierecal.it)

 







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