La lettera del pentito: «Sono un uomo libero, ma soffro nel non vedere i miei figli»

Luca Pellicori scrive al Corriere della Calabria. E racconta la sua amicizia con Marco Perna, il suo passato criminale e la scelta di collaborare con la giustizia. «Ringrazio il dottor Camillo Falvo della Dda di Catanzaro perché mi ha ridato la luce. Se non avessi cambiato vita oggi sarei in qualche fosso»

COSENZA «Mi chiamo Luca Pellicori e sono un collaboratore di giustizia». Scrive tutto con la lettera maiuscola, dal carcere dove si trova recluso, l’ex braccio destro di Marco Perna, figlio di Franco, tra i più importanti boss della città di Cosenza. In una lettera indirizzata al “Corriere della Calabria” tiene a presentarsi come se fosse un perfetto sconosciuto, ma la storia criminale e le dichiarazioni rese nel corso del processo “Apocalisse” (attualmente in discussione dinnanzi alla Corte d’Appello di Catanzaro) non sono certo una novità per i nostri lettori. 
Fuggì in modo rocambolesco da casa sua il venerdì precedente ai giorni di Pasqua del 2016. E da quel giorno iniziò a vuotare il sacco circa il modo con cui il gruppo criminale riconducibile proprio a Marco Perna (per come emerso nel processo di primo grado) si riforniva di droga da spacciare in città. I rapporti tra i due, come raccontato durante il processo, erano «fraterni» una circostanza che, nella lettera, il collaboratore di giustizia rimarca, quasi a voler giustificare la scelta di abbandonare il crimine.

«Io e Marco Perna eravamo come fratelli – è scritto nella missiva che ci ha inviato –. Abitavamo nello stesso palazzo nel “rione Serra Spiga” molto noto a Cosenza per via della criminalità che vive in quel quartiere. Andammo insieme in carcere nell’ottobre del 2014 e il 17 ottobre del 2017 per una ordinanza cautelare emessa dal tribunale di Cosenza per estorsione aggravata e lesioni a un noto imprenditore di Cosenza. A casa mia trovarono una pistola “Smith and Weston” calibro 38 e mezzo chilo di stupefacente insieme ad un libro contabile dove io riportavo tutta la contabilità dello stupefacente le entrate e le uscite». 
Pellicori nella lettera aggiunge anche delle circostanze che gli permisero di scoprire la relazione tra la ex compagna e lo stesso Perna. Come spiegato anche nel processo “Apocalisse”, nelle tre pagine spedite alla nostra redazione, il collaboratore di giustizia racconta del sistema di videosorveglianza installato a casa sua con il quale controllava tutto quello che accadeva in strada. Il circuito video serviva anche a tenersi pronti alle visite delle forze dell’ordine. «Mi resi conto che stavo correndo un pericolo e decisi di scappare, arrivai dai carabinieri alle 2.55 di notte, scalzo ed in pigiama. Iniziai così a collaborare ma trascorsi i 180 giorni in località protetta sentii l’esigenza di sentire i miei figli. Parlai con la mia ex compagna, la perdonai per il tradimento e la implorai di seguirmi. Lei decise di seguirmi, ma mentre stava per arrivare da me, fui raggiunto da un definitivo di Cassazione e fui arrestato. Lei è rimasta circa dieci giorni e poi è tornata nella località d’origine».

IL RAMMARICO PER AVER PERSO LA FAMIGLIA Il preambolo, nella lettera di Pellicori, ha una finalità: spiegare il dolore che prova per non poter stare in contatto con i suoi tre figli. «Dovevo scegliere di collaborare con la giustizia molto prima, forse la mia famiglia l’avrei salvata». Nonostante un decreto del Tribunale dei minori che autorizza Luca Pellicori a vedere i figli, anche in modo telematico, gli incontri non avvengono: «Ho scritto a voi perché sono veramente stanco di mandare istanze al Tribunale dei minori di Catanzaro per poi rispondermi che hanno già provveduto con il decreto emesso nel 2018 che mi autorizza a riabbracciare la mia prole ma che non è stato mai messo in atto. Sono un padre veramente afflitto dal dolore di non sapere dove sono i miei figli, se stanno bene, se hanno un raffreddore». Pellicori, si dichiara redento, non è più l’uomo pronto a «sparare se ce n’era bisogno». «Mi sento un uomo libero, svuotato da tutta la cattiveria che ho fatto e di questo do molti meriti al dottor Camillo Falvo della Dda di Catanzaro perché mi ha ridato luce, la vita se no chissà che fine avrei fatto: di certo non ero qui a scrivervi oppure mi trovavo in qualche fosso chissà dove».







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