Coronavirus, medici in guerra senza armi. A Cetraro 5 posti di rianimazione per 135mila abitanti

Il viaggio delle telecamere di “Fuori dal coro” nell’ospedale del Tirreno. Tra macchinari obsoleti, strumentazione che non basta e paura dei medici. «Non potremmo gestire un’emergenza su vasta scala, ci resterebbero solo le preghiere a San Francesco di Paola»

CETRARO Davanti a un’emergenza come quella esplosa a Milano, gli ospedali di Paola e Cetraro avrebbero una sola opzione, «le preghiere a San Francesco di Paola». Sono le prime parole di Vincenzo Cesareo, direttore dei due ospedali, alle telecamere di “Fuori dal coro”, trasmissione di Rete Quattro che ha documentato le difficoltà (finora potenziali, visti il basso numero dei contagi) delle strutture davanti all’eventualità di una crisi da Coronavirus.
Partiamo dalle mascherine. Ancora Cesareo: «Ieri me ne hanno mandato 135 per tre ospedali. E queste che indossiamo, le Ffp3, a norma hanno una durata protettiva di 6-8 ore».

CINQUE POSTI PER 135MILA PERSONE I numeri aiutano a capire meglio. Nell’area del Tirreno, davanti a una popolazione di 130mila abitanti, ci sono solo 5 letti di rianimazione. «Il sesto – spiega Maria Franca Occhiuzzi, direttore dell’Unità operativa complessa di Anestesia, Rianimazione e Terapia intensiva – non è mai stato attivato per i tagli alla sanità, anche se lo abbiamo chiesto da anni». Per Cesareo «servono poteri speciali per non perdersi nelle solite lungaggini e intervenire subito, altrimenti arriveranno quando è troppo tardi». Il viaggio delle telecamere di Rete Quattro nella sanità di confine è un racconto della realtà. Non è questione di allarmismo; raccontare come un’isola felice la sanità spolpata da anni di sprechi prima e di tagli poi è un servizio che non serve a nessuno. Ieri abbiamo documentato le difficoltà dell’ospedale di Locri (sotto, il video a cura di Michele Macrì e Cosimo Siciliano); a Cetraro la situazione non è più facile. Anche per questo le misure adottate dovrebbero essere seguite quanto più possibile dai cittadini.

MACCHINARI OBSOLETI Nel reparto di Rianimazione c’è un posto singolo inutilizzabile perché «non funziona il ventilatore e non abbiamo il monitor multiparametrico». I macchinari non funzionano perché sono obsoleti. Insomma, se arrivasse un paziente, spiega ancora Occhiuzzi, «non abbiamo il ventilatore per supportare la terapia e senza il ventilatore il paziente non può sopravvivere». E dire che proprio a Cetraro è stato registrato (e gestito) il primo caso calabrese di paziente positivo al Coronavirus, un pensionato di ritorno dalla Lombardia. Il nefrologo Roberto Pititto spiega, senza giri di parole, che «quello che abbiamo fatto qui per un unico paziente, con l’esperienza e il buonsenso, non sarebbe replicabile su vasta scala».

ESERCITO SENZA ARMI «Mettiamo il caso che ci sia più di un paziente – ha detto il direttore sanitario dell’ospedale di Cetraro Vicenzo Cesareo – cosa si fa? Dove li mettiamo, dove li portiamo? I posti di rianimazione sono talmente pochi in Calabria che non si può scegliere chi far vivere o far morire». Le telecamere entrano anche nella tenda allestita per il pre-triage. È arrivata a Cetraro una settimana fa. All’inizio «c’era soltanto la tenda; quella che si vede è una situazione che ci siamo autogarantiti, con i nostri poveri mezzi: un lettino e un carrello per le emergenze». «Fra i medici c’è rabbia, c’è indignazione, c’è anche paura – spiega Pititto – e anche se siamo un esercito senza armi, o con armi obsolete, la guerra tocca a noi comunque farla». (ppp)







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