Coronavirus, Simone torna a casa. «La mia lotta in ospedale di fianco a mio padre»

Il giovane di Santo Stefano di Rogliano è stato ricoverato a Cosenza per quindici giorni nella stessa stanza insieme al papà. «L’ho sconfitto solo grazie all’amore familiare». Dalla finestra di casa ha rivisto la sua bambina. «Stare a casa è un sacrificio? Il Covid-19 è un vero incubo»

di Michele Presta
SANTO STEFANO DI ROGLIANO
Alle 19 di domenica 29 marzo il medico di reparto chiude la cartella clinica. Il risultato del doppio tampone conferma che Simone non è più contagiato da Coronavirus. Sistemati i fogli in ordine, dalle labbra di quell’uomo con il camice bianco escono le parole agognate per più di due settimane: «Sei guarito puoi andare». Sono le 21, Simone percorre un viale e dalla finestra di casa vede sua figlia di appena un anno in compagnia della moglie e della sorella. Le saluta, commosso, poi entra nell’appartamento dove affronterà altri quindici giorni di quarantena. «Vuoi sapere cosa faccio – dice al telefono -. Prego. È l’unica cosa che in questi giorni mi sta aiutano. Lo faccio per me, per la mia famiglia e per mio padre».
Simone Altomare vive a Santo Stefano di Rogliano, dove ricopre anche l’incarico di consigliere comunale, è stato il primo paziente della piccola cittadina del Savuto a risultare positivo al virus e la sua è stata una degenza lunga. Nel mezzo, il coraggio e la forza di chi deve combattere per due, perché come succede spesso il primo paziente contagia le persone con cui sta più a contatto e a Simone è successo con il padre. «Non mi sarei mai aspettato di vivere un periodo della mia vita in ospedale con mio padre».
Simone è il secondo paziente ricoverato a Cosenza a essere dimesso. «Abbiamo passato quindici notti insieme – mi racconta con la voce rotta dall’emozione – è stata una cosa che ci ha spiazzato, ma oltre alle cure mediche sono sicuro di essere guarito anche perché insieme abbiamo combattuto aiutati dalla forza dell’amore familiare. Spero che anche gli esiti del suo tampone possano dare presto dei risultati negativi. Se ci ripenso, tutto questo mi emoziona. Gli sono stato sempre vicino, ero la sua spalla quando doveva andare in bagno lo aiutavo a mangiare». Padre e figlio, insieme, nella stessa stanza. Il tempo scandito dai beep della macchina che ne aiutava la respirazione. «Non ho idea di come mi possa essere ammalato. Dal 6 marzo ho iniziato ad avere la febbre, ho subito pensato fosse una normale influenza, ma mi sbagliavo. Dopo nove giorni ho iniziato ad avere forti dolori toracici, poi la febbre e la corsa in ospedale. Già dalla tac si erano accorti della polmonite, lo stesso è accaduto a mio padre. Hanno iniziato a curarci finché domenica poi non mi hanno detto che ero pronto per essere dimesso». Santo Stefano è blindato, ma Simone è riuscito a limitare l’espansione del contagio adottando un comportamento rigido ed esemplare. «Appena è circolata la notizia del virus, considerati i miei sintomi abbiamo deciso di adottare uno stile di vita drastico – spiega -. L’intera famiglia ha seguito tutti i protocolli. Usavamo mascherine, guanti e quant’altro. Così ha fatto mia moglie le poche volte che è uscita a fare la spesa. Combattere il covid-19 è stato tremendo, per questo mi sento di dire a tutti che rimanere a casa non deve neanche essere percepito come un sacrificio perché il vero sacrificio è combattere questo virus che è un vero e proprio incubo».
Ci vorrà ancora un po’ di tempo prima di un lento ritorno alla normalità. Prima che Simone possa riabbracciare sua moglie e ritornare a giocare con la sua bambina. «Ho solo una paura tremenda di una ricaduta, ma spero che non succeda. Oltre a questo penso a mio padre, a quando tornerà e a quando potrò festeggiare insieme a lui il superamento di questi giorni tremendi». (m.presta@corrierecal.it)







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