Cosenza, in fila dal macellaio-usuraio: «Sapevamo facesse prestiti»

Ex impiegati, pensionati, disoccupati. Diversi hanno richiesto del denaro a Maurizio Bruno, arrestato nel corso dell’inchiesta “Alto Tasso”. Un testimone dice di aver incontrato con lui Celestino Abruzzese. Indebitato per curare la figlia: «Ero disoccupato e avevo bisogno di soldi»

di Michele Presta
COSENZA
Impiegati, pensionati, disoccupati, un’imprenditore. Alla macelleria di Maurizio Bruno tutti entravano con il cappello in mano. L’umiliazione e l’imbarazzo di chiedere soldi prendevano il sopravvento in tutte le occasioni quasi come la paura di non potere pagare il debito nei tempi pattuiti. Nelle deposizioni rese ai poliziotti della squadra mobile di Cosenza, agli ordini di Fabio Catalano, i testimoni chiamati in questura per costruire il quadro indiziario dell’inchiesta “Alto Tasso”, nonostante i timori, avevano parole buone nei confronti di chi per loro esercitava operazioni di credito in modo abusivo. Sapevano di trovare disponibilità dove le banche invece sbattevano le porte in faccia. Piccoli o grandi prestiti, spesso per pagare la routine della vita quotidiana, per far fronte alle intemperie del clima o per prendersi cura dei propri cari. Fiumi di denaro “sporco” in circolo per tutta l’area urbana. Non è la prima operazione antiusura e Mario Spagnuolo, in conferenza stampa, ha annunciato che presto potrebbero esserci nuovi aggiornamenti. Un’anticipazione che il capo della procura di Cosenza si lascia scappare dopo aver saputo gli esiti delle perquisizioni domicilari dei cinque finiti sott’indagine. Non si ferma il lavoro degli investigatori, anche perché, l’obiettivo è quello di capire l’origine e l’eventuale destinazione di questi soldi. Seppur si tratti di persone note alle forze dell’ordine per il momento l’elite criminale cittadina non sembrerebbe essere coinvolta, ma i cinque non lavoravano da soli. Diversi testimoni raccontano che spesso gli veniva intimato di pagare perché i soldi dovevano essere restituiti ad altri.
L’IMPRENDITORE VITTIMA DI USURA «In città tutti sapevano di Maurizio Bruno», il macellaio accusato di usura, secondo le testimonianze finite nell’inchiesta, dispensava banconote con la stessa abilità di cui era in grado di tagliare la carne. Qualcuno sostiene che smise di fare il macellaio perché l’usura sarebbe stata più redditizia, ma sono supposizioni sulle quali poi si esprimeranno i giudici nel valutare complessivamente la situazione. Dietro al bancone si presentavano in diversi. Come un imprenditore edile, in difficoltà per non aver ricevuto il compenso di 33mila euro per lavori eseguiti all’Hotel Centrale di Mimmo Barile.«Non ho pensato di rivolgermi alle banche per avere un finanziamento perché ero perfettamente a conoscenza che non disponendo di garanzie non me lo avrebbero mai accordato, i miei familiari non avrebbero potuto aiutarmi e, comunque mi dispiaceva chiedere aiuto a loro, pertanto, sono andato direttamente alla macelleria di Maurizio». Poche centinaia di euro, restituite non appena i lavori che faceva venivano pagati. «Una volta con mia grande sorpresa (all’appuntamento tra i due ndr) c’era una terza persona soprannominata “Micetto”(Celestino Abbruzzese ndr) che io conoscevo. Micetto è conosciuto da tutti, è di etnia rom, ed è stato coinvolto in diverse vicende giudiziarie, sui giornali si parlava di lui e della sua famiglia soprannominata “I banana”. Mi ricordo che io entrai e salutai, “Micetto” neppure rispondeva al saluto, ricordo che “Micetto” aveva un atteggiamento spavaldo, da spaccone, stava lì e non diceva nulla». Celestino Abbruzzese ha deciso di collaborare con la giustizia dopo la sentenza di condanna per il processo Job Center». La vittima, ha raccontato come per diversi mesi avesse avuto bisogni di piccoli prestiti, per altri invece no. Ma spiega anche di aver realizzato dei lavori in casa di Celestino Abbruzzese perché richiestogli da Maurizio Bruno in quanto era in compagno della “figliastra”. «Nel 2017, era inverno, si presentava a casa mia Maurizio e mi chiedeva se avessi potuto fargli dei lavori a casa della sua “figliastra” che è sposata o è compagna di “Micetto” tale Anna (presumibilmente Anna Palmieri, anche lei collaboratore di giustizia) di cui non conosco il cognome poiché avevano bisogno che il lavoro venisse fatto da una ditta regolare perché tale Anna era agli arresti domiciliari, “Micetto” era in prigione in quel periodo. Maurizio specificava che questa volta sicuro mi avrebbero pagato (in precedenza aveva svolto un lavoro a casa sua, non retribuito ndr). Non è stato così, neppure quella volta nessuno mi pagò, l’importo dei lavori ammontava a circa € 1000, anche quella volta».
IL PRESTITO PER PAGARE LE CURE DELLA FIGLIA Maurizio Bruno avrebbe finanziato anche un padre disperato poiché senza lavoro e impossibilitato nel pagare le cure della figlia. «Mia figlia necessitava di fare una visita a Roma – ha raccontato l’uomo agli inquirenti -.Io all’epoca non lavoravo perché ero stato licenziato nel 2014 da una ditta di Roma, neanche la mia compagna all’epoca lavorava.Avevo urgentemente bisogno di soldi cioè di 1000 euro che mi sarebbero serviti per affrontare il viaggio e le spese e quindi mi sono recato da Maurizio Bruno perché sapevo che avrebbe potuto prestarmi il denaro». La richiesta di finanziamento è stata approvata, ma per la vittima inizia la sequela del rientro dal debito. «Lavoravo saltuariamente facevo un po’ di tutto mi davo da fare pur di guadagnare, anche piccoli lavoretti. La mia compagna, invece, riprendeva a lavorare solo dopo un anno e mezzo, non le ho mai chiesto soldi a lei per dargli a Maurizio, mi vergognavo, ho sempre pagato con quello che guadagnavo. Lei, all’epoca in cui ho contratto il prestito, sapeva che avevo avuto dei soldi da una terza persona ma non sapeva esattamente da chi, non conosceva neppure i dettagli dell’accordo, anche perché lei non avrebbe condiviso la scelta di chiedere i soldi a terze persone». Difficoltà che mese dopo mese, diventano insormontabili. E il primo prestito di 1.500 euro poi è lievitato. «Pur pagando 100 euro al mese non riuscivo a rientrare dal debito. A fine 2017 la somma complessiva era di 2000 euro». Finché entrambi non sono arrivati ad una nuova soluzione. «Nella primavera del 2018, ho incontrato Maurizio per dargli la somma mensile –piega la vittima- nell’occasione, mi propose un nuovo accordo per arrivare alla chiusura del conto e all’estinzione del mio debito nei suoi confronti: avrei dovuto dargli € 250 ogni mese per 8 mesi e poi ulteriori € 900, quindi, in tutto complessivamente € 2900, a partire da quella data, entro otto mesi. Io gli facevo presente che erano troppi soldi e lui diceva che glieli dovevo a titolo di interessi. Io accettavo perché, effettivamente, i soldi me li aveva prestati e quindi mi sentivo in dovere di darglieli».(m.presta@corrierecal.it)





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