Le intuizioni calabresi nella lotta al Coronavirus

“Nuovi” farmaci come il Ruxolitinib sperimentati all’Annunziata. Il brevetto e le pubblicazioni del Grande ospedale metropolitano. Gli studi sul Tocilizumab tra Cosenza, Catanzaro e Reggio. Il contributo della nostra sanità alla battaglia contro la pandemia

di Pablo Petrasso
LAMEZIA TERME
Sarà pure disastrata e priva di risorse, dopo dieci anni di anni di tagli (seguiti a decenni di sprechi e caos contabile). Sarà pure la sanità dalla quale si fugge più spesso, come dimostrano i numeri dell’emigrazione sanitaria. Il sistema Calabria, però, oltre ad aver retto all’impatto del Coronavirus, è riuscito a “partecipare” – con ricerche pubblicate su riviste internazionali e intuizioni riprese nel resto del Paese – al percorso avviato dalla comunità scientifica alla ricerca di metodi e cure per reggere l’urto dell’epidemia.

L’intuizione del Ruxolitinib

L’ospedale Annunziata di Cosenza

La prima intuizione “made in Calabria” di cui si ha ufficialmente notizia è un’idea che nasce all’ospedale dell’Annunziata di Cosenza e si lega all’utilizzo del Ruxolitinib, farmaco prodotto da Novartis. Proviamo a raccontarla attraverso la storia di un paziente.
G. N. ha 66 anni («ma ne dimostro molti meno») e lavora come insegnante a Cosenza. La storia del “suo” Covid è peculiare. Non sa spiegarsi come possa aver incrociato il virus («non esco molto, forse al supermercato, forse una serata in pizzeria») e, a dire il vero, senza la Tac disposta al Pronto soccorso, forse non avrebbe mai saputo di essere infetto. Quell’esame ha rivelato una polmonite interstiziale quando i tamponi davano esito negativo. «Ho avuto la febbre per una quindicina di giorni. Non sembrava nulla di preoccupante, ma alla fine mi sono convinto ad andare in ospedale. Ma nessuno dei cinque tamponi che ho fatto è risultato positivo». Dopo la Tac, i medici hanno eseguito un esame più profondo, con una sonda nei bronchi: solo a quel punto è stato chiaro che il problema era il Coronavirus. Per tutto il tempo in cui è stato ricoverato, G. N. non ha avuto problemi respiratori né febbre. Quella “macchia” sulla sua Tac, però, non accennava a scomparire. «Stavo bene, ma gli esami segnalavano la polmonite interstiziale». Tra i farmaci somministrati all’insegnante prima del ritorno a casa – dopo tre settimane di ricovero – anche il Ruxolitinib.
Il suo caso non è l’unico. Il medicinale fa capolino a Cosenza tra le possibili terapie antiCovid a fine marzo, quando anche la Calabria teme che la tempesta sanitaria possa abbattersi sui suoi ospedali. Il 7 aprile, l’Azienda ospedaliera di Cosenza diffonde la prima buona notizia: uno dei pazienti ricoverati nel reparto di Rianimazione dell’ospedale dell’Annunziata viene estubato. A. V., che era già stato trattato due volte con il Tocilizumab (il primo farmaco, sperimentato inizialmente a Napoli, a dare una concreta speranza contro il virus), è sveglio e respira autonomamente. Il primario del reparto, Pino Pasqua, è ottimista. Racconta le lacrime dell’uomo al suo risveglio. E l’azienda spiega che il 66enne «è stato trattato con il Ruxolitinib, farmaco già utilizzato in ambito ematologico, il cui protocollo proprio lo scorso 6 aprile ha ottenuto l’approvazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco». L’impiego di questo farmaco all’Annunziata di Cosenza – spiega una nota – «è iniziato lo scorso 27 marzo, sulla base dell’esperienza per il trattamento di patologie mieloproliferative croniche degli specialisti della Uoc di Ematologia, diretta dal dottor Massimo Gentile – dottori Francesco Mendicino e Ciro Botta – in collaborazione con il professor Marco Rossi dell’Università Magna Grecia di Catanzaro. Attualmente l’applicazione del protocollo terapeutico con Ruxolitinib prosegue nel reparto di Malattie Infettive, diretto dal dottore Antonio Mastroianni, secondo le indicazioni di Aifa». Una storia di collaborazione tra strutture sanitarie calabresi. Che continua con ottimi risultati, secondo quanto è stato possibile apprendere, anche su altri pazienti, in tutto una decina.
Dopo le prime uscite “ufficiali”, l’Azienda ospedaliera di Cosenza non ha annunciato studi o altre iniziative rispetto alla terapia sperimentata nelle corsie bruzie e i medici che l’hanno ideata e sviluppata inizialmente – Mendicino e Botta – hanno declinato ogni commento. Di certo il Ruxolitinib è entrato nella letteratura scientifica delle cure al Covid ed i suoi effetti positivi sono stati sottolineati a Bergamo (qui un testo del dottor Andrea D’Alessio, responsabile dell’Unità operativa di Medicina interna e Oncologia al Policlinico San Marco di Zingonia) e Livorno. Il medico dell’ospedale lombardo evidenzia che il farmaco avrebbe permesso «un miglioramento in pochi giorni nella maggioranza dei soggetti (ad oggi circa quaranta). Nell’ultima settimana – scrive – abbiamo dimesso i primi pazienti guariti dalla sindrome di rilascio di citochine, con grande soddisfazione di tutti i Sanitari». Era il 28 aprile scorso – un mese dopo l’inizio della sperimentazione a Cosenza – nei giorni in cui la lotta al Coronavirus dava i primi flebili segnali di speranza nelle corsie italiane sotto assedio.

Il brevetto del Grande ospedale metropolitano

La seconda intuizione terapeutica arriva da Pierpaolo Correale, primario di oncologia del Grande ospedale metropolitano di Reggio Calabria e ha portato al deposito di un brevetto e alla stesura di due manoscritti. Lo studio è un successo tutto calabrese per curare il danno polmonare acuto legato al Covid-19 con una tecnica innovativa disegnata in collaborazione con il “New England Inflammation and Tissue Protection Institute, Northeastern University” di Boston. L’idea è stata quella di «curare il danno polmonare infiammatorio – ha raccontato Correale a CityNow –, la cosiddetta polmonite da Covid, utilizzando un sistema molto simile a quello che fa la natura, cioè sfruttare l’asse Atp adenosina per bloccare la l’infiammazione. E questa cosa si è potuta realizzare grazie alla dedizione e alle capacità tecniche del dottore Macheda e del dottore Caracciolo che sono riusciti a creare una modalità di somministrazione in aerosol di questa molecola che si chiama adenosina, nei pazienti che erano ricoverati parte in rianimazione e parte in malattie infettive». La terapia, che si basa su un “farmaco” prodotto direttamente dal nostro organismo, ha avuto effetto in 120 ore su 13 dei 14 pazienti trattati. La scomparsa del quadro infiammatorio polmonare è arrivata in tempi rapidi e il virus è scomparso completamente nel giro di 15-20 giorni. «Ovviamente è una casistica piccola – ha detto ancora Correale –, è una terapia che è nata con l’intento di salvare la vita alle persone e quindi non con un intento di ricerca e quindi faremo sicuramente una fase 3. Per ora abbiamo dei contatti, abbiamo mandato il protocollo ad Aifa per l’approvazione di uno studio nazionale su 80 pazienti, ma sono in contatto con gli Stati Uniti, perché a quanto pare un gruppo di Boston un gruppo di Miami pare che vogliono inserirsi subito a far partire la sperimentazione a livello mondiale. Non potevo più tenere i dati secretati, avremmo voluto finire questo studio però è troppo importante». «Lo studio osservazionale è in fase pubblicazione e riguarda 14 casi Covid. L’obiettivo – ha spiegato il primario della Rianimazione, Sebastiano Macheda – è arrivare a uno studio sperimentale che, alla luce dei pochi episodi di coronavirus che registriamo in Italia, probabilmente verrà fatto all’estero».

Gli studi sul Tocilizumab

La parola Tocilizumab è entrata nel lessico comune assieme alla pandemia. L’intuizione sull’utilizzo di questo farmaco prodotto da Roche e utilizzato per curare l’artrite reumatoide questa volta appartiene all’ospedale Cotugno di Napoli. Ed è stata ripresa sia a Cosenza, di nuovo all’Annunziata, che a Reggio Calabria. L’Ao bruzia, in una nota del 30 maggio scorso, ha spiegato che «lo studio sperimentale sull’utilizzo del Tocilizumab sottocute in pazienti Covid-19 ha ottenuto il via libera del Comitato etico della Regione Calabria». L’Azienda pubblicherà uno studio su una rivista scientifica open access, “EClinical Medicine”, un magazine costola della rivista “The Lancet”. Sarà l’Unità operativa complessa Malattie infettive e tropicali dell’Azienda Ospedaliera a guidare lo studio farmacologico al quale hanno aderito altri Centri: l’Ospedale di Urbino, l’Università di Perugia, l’Ospedale di Venezia e quello di Rovereto. Per il primario del reparto, Antonio Mastroianni,«il nostro Centro è stato il primo ad utilizzare il farmaco  Tocilizumab in formulazione siringa per uso sottocutaneo con modalità innovative off-label, secondo un protocollo da noi pensato e strutturato ad hoc e condiviso con molti Centri Italiani, in un momento di grave e drammatica crisi nella gestione dei pazienti affetti da Covid-19, conseguendo ottimi risultati in termini di risparmio di molte vite umane». Nell’articolo su “EClinical Medicine” «riporteremo i risultati di sicurezza e di efficacia della terapia con Tocilizumab nella formulazione siringa per uso sottocutaneo, nei primi dodici pazienti, con Covid ed insufficienza respiratoria moderata-grave».
Sul “Journal of Medical Virology”, il 15 maggio, è stato pubblicato un altro studio “made in Calabria” proprio sull’utilizzo del Tocilizumab sottocute. Si intitola proprio “Use of subcutaneous tocilizumab in patient with Covid-19 pneumonia” ed è il risultato di una collaborazione tra diversi dipartimenti dell’Università “Magna Graecia” di Catanzaro. Lo firmano Maria Mazzitelli, Eugenio Arrighi, Francesca Serapide, Maria Chiara Pelle, Bruno Tassone, Rosaria Lionello, Giuseppina Marrazzo, Domenico Laganà, Francesco Saverio Costanzo, Giovanni Matera, Enrico Maria Trecarichi e Carlo Torti, direttore dell’Uo di Malattie infettive e tropicali. Sono tre i casi analizzati nello studio (due donne, di 61 e 57 anni, e un uomo di 56). Per tutti e tre i pazienti, dopo la somministrazione del Tocilizumab, i gravi sintomi manifestati (febbre e polmonite) – che non erano scomparsi neppure dopo la terapia con antivirali – sono regrediti dopo due giorni. I risultati, si legge nello studio, «sembrano supportare l’efficacia e la tollerabilità del Tocilizumab somministrato sottocute nei pazienti con Covid 19, per lo meno in quelli per i quali la polmonite non ha reso necessario il ricorso alla ventilazione meccanica».
Anche l’Unità operativa di Anestesia e rianimazione del Gom segnala di essere stata individuata, «già nella fase iniziale della pandemia», quale centro satellite nello studio clinico Tocidiv-19. Si tratta – secondo quanto riporta una nota pubblicata sul sito dell’azienda ospedaliera – di uno “Studio multicentrico – a livello nazionale – sull’efficacia e la sicurezza di Tocilizumab nel trattamento di pazienti affetti da polmonite da Covid-19”, promosso dall’Unità di Sperimentazioni Cliniche dell’Istituto Nazionale Tumori Irccs – Fondazione “Pascale” di Napoli, con l’obiettivo di raccolta dei dati relativi all’impiego del farmaco Tocilizumab somministrato per via endovenosa (e non sottocutanea, dunque una metodologia diversa rispetto a quella degli studi cosentino e catanzarese) nei pazienti affetti dal virus SARS-CoV-2. L’Uoc reggina di Anestesia e Rianimazione, «già il 18 marzo, in piena emergenza pandemica, ha arruolato il primo paziente ai fini della sperimentazione». E «l’impiego off-label del farmaco ha ottenuto l’autorizzazione da parte dal Comitato Etico dell’Istituto nazionale per le Malattie infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma, secondo quanto stabilito dalla circolare Aifa sulle procedure semplificate per gli studi dell’emergenza da Covid-19». Lo studio del Gom dal titolo “Valutazione dei pazienti affetti da Covid 19” è autorizzato da tempo dal Comitato etico-Sezione Area Sud-Regione Calabria e si svolta in collaborazione con il Dipartimento di Biomedicina e Prevenzione dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. (p.petrasso@corrierecal.it)





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