I caporali come “Cupido”: matrimoni per «far uscire il permesso di soggiorno»

Le donne guadagnavano più degli uomini, così come i giovani rispetto i vecchi. Le intercettazioni raccontano come gli indagati avrebbero organizzato i matrimoni di comodo. «lo l’ho fatto con tante persone ma non cambia nessun documento, in due mesi finisce tutto e ognuno resta con il suo cognome»

di Michele Presta
COSENZA Mirela e Khalid hanno incrociato i loro sguardi per la prima volta davanti al messo comunale che ha celebrato il loro matrimonio. È stato il primo e l’ultimo cenno d’intesa di una finta storia d’amore convogliata a nozze soltanto per ottenere un permesso di soggiorno e lavorare nei campi con una parvenza di regolarità. I finanzieri se ne sono accorti seguendo le tante piste dell’indagine “Demetra” che ha smantellato un grosso sistema di caporalato nella sibaritide. I caporali non procacciavano soltanto la manodopera ma all’occorrenza diventavano dei “Cupido”. Una firma sul foglio che sanciva l’unione dei due, a seguire quella dei testimoni poi un brindisi con lo spumante e dei dolci secchi. Terminato il rito, una stretta di mano e ognuno tornava alle proprie vite: chi in alloggi fatiscenti, chi in procinto di tornare in Romania o poter pagare un affitto per continuare a lavorare nei campi. Queste sono state le nozze di Mirela e Kalid. Dopo il sì, ognuno è tornato alla propria vita. Come loro, i destini di altre coppie si sono intrecciate soltanto per qualche istante. Dagli atti dell’indagine coordinata dalla procura di Castrovillari, emerge come prima di convogliare a nozze, si facessero delle lunghe trattative. Dalla definizione del prezzo, all’accordo per lo scambio dei consensi: ma non sempre tutto filava liscio. Una donna di origini rumene era stata individuata da Seila Ene (destinataria di una misura cautelare in carcere) come possibile sposa. «Ti sei decisa di quella cosa di cui ti avevo parlato qualche tempo fa?» dice l’indagata al telefono. «No, non mi ci metto, devo andare in Romania». Contro le rimostranze, Selia Ene cerca di tranquillizzare la sua interlocutrice spiegando che non ci saranno problemi. «Ascolta un po’ non si cambia nessun documento, niente, ognuno rimane con il suo nome, neanche uno, neanche uno e dopo un mese e mezzo, due, fate l’annullamento, non devi stare chissà quanto, se vuoi andare, ritornare, ma fino all’estate finisce».
La donna dall’altro capo del telefono non è convinta. «Non voglio mettermi nei guai, ho pure un bambino». «Ma non c’è nessun guaio in cui metterti perché tu non lo conosci, lui non ti conosce e tutto – replica la voce al telefono – e ognuno rimane con il proprio nome. Giusto per far uscire a loro il permesso di soggiorno, solo questo! E dura un mese e mezzo, due, finché è pronto il documento, più o meno tanto duro – replica la voce al telefono». Cerca di essere persuasiva Ene al telefono, spiega la procedura e come andranno le cose per poter far arrivare il permesso di soggiorno al suo sposo. I matrimoni costavano qualche migliaio di euro. I finanzieri hanno annotato alcune cifre: una volta 2500euro, un’altra 3800 euro. Prevalentemente, per i matrimoni di comodo, sono state coinvolte donne dell’est Europa. Rumene che, dalle intercettazioni telefoniche, si sono ritrovate in un increscioso vortice di chiamate e salti mortali pur di avere i documenti in tempo utile in base a quelli che erano i ritmi imposti dai caporali. La manodopera è preziosa ed è ancora più prezioso trovare braccianti fedeli per questo il permesso di soggiorno rappresentava una meta da raggiungere a tutti i costi. «Io l’ho fatto con tante persone ma non cambia nessun documento, in due mesi finisce tutto e ognuno resta con il suo cognome. Solo che a loro danno un documento e non li cacciano dall’Italia, è il loro unico vantaggio» riferisce sempre Seila al telefono con un’altra persona.
Dalle intercettazioni telefoniche i finanzieri sono stati in grado di stabilire in che modo il sistema fosse organizzato. «La somma è 3000 euro ma dipende anche dall’età. 500 euro si mettono da parte per l’avvocato (per l’annullamento, ndr) quindi in mano puliti sono 2500 euro. Di questi 1000 euro ti si danno nel giorno in cui porti il certificato (nulla osta dell’ambasciata, ndr)». Completata la pratica,poi alla sposa è direttamente l’organizzatrice del matrimonio a dare il restante. «Dopo alcuni giorni, dopo il matrimonio già ti porta a Rossano e firmi l’annullamento». I meccanismi da oliare erano diversi, c’era chi come Kolaj Edmon «ha il compito di avvicinare i funzionari dei Comuni nei quali si trovano le abitazioni dei soggetti interessati, al fine di ottenere in tempi brevi il certificato di residenza necessario per poter contrarre matrimonio» ma anche chi come Ait Lhsaine, in alcuni casi «si occupa anche della predisposizione dei documenti necessari per i matrimoni» è scritto nell’ordinanza del giudice.
LA VALUTAZIONE DEL GIP Per il giudice delle indagini preliminari, Luca Accolitta, emerge che «il gruppo riconducibile ad Ene Seila non si pone alcun limite in ordine al numero di matrimoni da combinare, né alcuno di essi è stato organizzato per soddisfare specifiche esigenze del momento. Si tratta invece di un meccanismo di guadagno illecito che i sodali intendono porre in essere tendenzialmente sine die, ogni qual volta, cioè, il soggetto di volta in volta individuato, avente le caratteristiche idonee, ossia lo status di cittadino comunitario, venga persuaso a prestarsi al matrimonio combinato». È questo l’unico modo per consentire alla manodopera di rimanere e superare l’ostacolo del permesso di soggiorno attraverso il “ricongiungimento familiare”. «Tale meccanismo è talmente consolidato – aggiunge il giudice – che anche in tale ambito esiste un tariffario, i cui importi variano, tra l’altro, a seconda del sesso del nubendo (la donna guadagna più dell’uomo, ndr) e dell’età (il più giovane guadagna di più del più anziano, ndr). Anche in questo caso si tratta, come è evidente, di un rilevante elemento sintomatico della configurabilità del reato associativo, sia sotto il profilo della indeterminatezza del programma criminoso, sia sotto il profilo della esistenza di una, sia pur rudimentale, struttura organizzativa idonea allo scopo perseguito, quest’ultima oltretutto facilitata dalle attività criminose poste in essere dal gruppo sul versante dell’intermediazione di lavoro illecita, dal momento che in molteplici occasioni i nubendi sono stati individuati tra i braccianti alle dipendenze degli indagati, per lo più di nazionalità rumena, aventi dunque le caratteristiche richieste: l’una indefettibile – lo status di cittadino comunitario – l’altra implicitamente necessaria – lo stato di bisogno che avrebbe potuto far cadere le naturali ritrosie rispetto all’azione da compiere, come ben dimostra l’episodio in cui la moglie di un potenziale nubendo si dice disposta a concedere il marito a chiunque, pur di intascare le somme richiesta». (m.presta@corrierecal.it)





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