“Sistema Rende”, il pentito Foggetti parla per bocca di Adolfo D’Ambrosio

Il collaboratore di giustizia spiega di non aver mai conosciuto Sandro Principe ne di avere mai fatto per lui campagna elettorale. Dei rapporti con la criminalità organizzata, spiega di aver saputo tutto dalle conversazioni con l’ex gestore del bar Colibrì

di Michele Presta
COSENZA
Sandro Principe non l’ha mai visto e mai conosciuto, per lui non ha mai fatto nessun tipo di campagna elettorale non ne conosce le sembianze e le fattezze eppure il collaboratore di giustizia, Adolfo Foggetti, ne parla. Chiamato a testimoniare nel corso del processo “Sistema Rende” che con rito ordinario vede imputati oltre all’ex primo cittadino socialista anche Umberto Bernaudo e Pietro Ruffolo con l’accusa di corruzione aggravata in atti amministrativi e concorso esterno in associazione mafiosa anche Giuseppe Gagliardi per corruzione elettorale, l’ex “sgarro” della malavita cosentina del clan Rango-Zingari ha risposto a tutte le domande del pubblico ministero Pierpaolo Bruni. Dei politici che sarebbero entrati nell’orbita di Adolfo D’Ambrosio (condannato con rito abbreviato a 4 anni e 8 mesi), il collaboratore di giustizia ha riferito di esserne venuto a conoscenza grazie a delle lunghe chiacchierate fatte in macchina con D’Ambrosio per raggiungere da Cosenza la cittadina di Mesoraca dove «incontravamo “Topolino” ( il cui vero nome è Mario Donato Ferrazzo ndr) perché eravamo riusciti ad inserirci nelle estorsioni del taglio boschi». In base alle confidenze fatte al collaboratore di giustizia, i politici di riferimento della criminalità organizzata nel comune di Rende, sarebbero stati oltre a Sandro Principe anche Umberto Bernaudo e l’ex consigliere regionale Rosario Mirabelli (condannato a 2 anni per lo stesso procedimento con rito abbreviato). «D’Ambrosio mi raccontò di aver ottenuto in gestione il bar dell’area mercatale di Rende – dichiara Foggetti -. Gli davano i voti e facevano “salire” (termine indicato come sinonimo di eleggere ndr) chi decidevano loro». Secondo Adolfo Foggetti quando uno del «calibro di Michele Di Puppo ti viene a chiedere il voto non ci sono alternative». I nomi dei tre politici sono gli unici che D’Ambrosio avrebbe fatto nel corso dei viaggi in auto con Adolfo Foggetti. «La concessione del bar è stata per tutti i favori che sono stati fatti». La versione fornita al collegio giudicante però è contrastante. Foggetti fornisce questi dettagli ma nel controesame degli avvocati Sammarco e Calabrò non riesce ad essere preciso e dettagliato. «Non so di altri piaceri oltre al bar e agli impieghi nella cooperativa – risponde alle domande dei legali – non so indicarvi di altri appalti perché mi hanno insegnato a non chiedere più di tanto. SandRO Principe non l’ho mai incontrato e visto, ne per lui ho mai fatto campagna elettorale». E poi: «No, non ho mai visto gli ex affiliati del mio clan chiedere voti per Sandro Principe». Mentre negli interrogatori del 2015 il collaboratore di giustizia non aveva mai riferito degli impieghi di alcuni criminali come Ettore Lanzino e Michele Di Puppo nelle cooperative per la nettezza urbana, nel corso dell’udienza ha riferito che di come si muovesse la coop ne sentì parlare a Francesco Patitucci, “zio” Rinaldo Gentile e Umberto Di Puppo. «Li sentii parlare di questa cooperativa e di come fossero assunti criminali come Ettore Lanzino e forse Michele Di Puppo. Percepivano lo stipendio anche senza andare a lavorare veniva usata anche come strumento per liberarsi della sorveglianza speciale. Venivano assunti perlopiù parenti». (m.presta@corrierecal.it)





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