Cosenza, delitto Chiodo Tucci: inflitti tre ergastoli

La corte d’assise del tribunale di Cosenza ha disposto il fine pena mai nei confronti di Fiore Abbruzzese, Antonio Abbruzzese e Celestino Bevilacqua. Luigi Berliginieri è stato condannato alla pena di 30 anni, mentre Saverio Madio dovrà scontare una pena di 28 anni e 6 mesi

di Michele Presta
COSENZA
La Corte d’Assise del tribunale di Cosenza ha condannato alla pena dell’ergastolo Fiore Abbruzzese, Antonio Abbruzzese e Celestino Bevilacqua (per tutti è tre è stato disposto l’isolamento diurno per 18 mesi) mentre Luigi Berlingieri è stato condannato alla pena di 30 anni di reclusione e Saverio Madio alla pena di 28 anni e 6 mesi (esclusa la circostanza aggravante della premeditazione). Gli imputati sono stati condannati al pagamento in solito delle spese processuali ed a quelle delle custodie cautelari, oltre che all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e all’interdizione legale per la durata della pena. È questa la prima verità giudiziaria messa nero su bianco dal collegio giudicante presieduto da Paola Lucente con a latere il collega Giovanni Garofalo e i giudici popolari chiamati a decidere sulla sorte degli imputati per il duplice omicidio nel quale morirono Aldo Benito Chiodo e Francesco Tucci. Un dispositivo di sentenza (le motivazioni saranno rese note tra 90 giorni) che arriva a 20 anni dal fatto di sangue consumatosi a Via Popilia, nel cuore di uno dei quartieri popolari di Cosenza, il 9 novembre del 2000. La Dda di Catanzaro è stata in grado di istruire il processo grazie alle rivelazioni di diversi collaboratori di giustizia, in modo particolare quelli del gruppo degli “Zingari” che nel corso dell’istruttoria dibattimentale hanno poi ripercorso le tappe che portarono alla decisione dell’uccisione dei Benito Chiodo. Francesco Tucci, invece, si trovava soltanto al posto sbagliato nel momento sbagliato e i colpi di pistola e di kalashnikov non lo risparmiarono. L’unico superstite dell’agguato fu Mario Trinni, che rimase ferito solo da alcuni proiettili e riuscì a dileguarsi nonostante i killer si fiondarono contro di lui nel tentativo di inseguirlo.  Il pubblico ministero Vito Valerio, designato dalla direzione distrettuale antimafia la città di Cosenza, nel corso della sua requisitoria nei confronti di Antonio Abbruzzese detto “Strusciatappine” di Fiore Abbruzzese detto “Ninuzzo”, di Saverio Madio, Celestino “Ciccio Bevilacqua e Luigi Berlingieri aveva invocato la pena dell’ergastolo. Per lo stesso delitto è stato già condannato a 9 anni di reclusione Franco Bevilacqua. Sono state proprio le cantate dell’ex boss dei nomadi ad indirizzare gli inquirenti. “Feanchino i Mafarda” ha spiegato come alla decisione di uccidere Benito Chiodo, si arrivò a causa degli attriti tra il gruppo dei nomadi e quello degli italiani, di cui la vittima era esponente. E in modo particolare gli zingari avevano mire “espansionistice” non sarebbe bastata più la droga ma volevano entrare anche nel business illegale delle estorsioni. Benito Chiodo avrebbe violato i patti di un’alleanza già molto precaria e lo sgarro avrebbe decretato la condanna a morte. Per quanto riferito dal collaboratore di giustizia Bevilacqua alla guida della Lancia Thema usata per l’agguato mortale si trovava Fiore Abbruzzese insieme allo stesso Franco Bevilacqua, Gianfranco Iannuzzi (deceduto) e Luigi Berlingieri. A fare da mandante sarebbe stato Antonio Abbruzzese mentre Francesco Madio e Celestino Bevilacqua altro non avrebbero fatto se non da attività di supporto al gruppo di fuoco. La ricostruzione dei fatti resa da Franco Bevilacqua e ribadita poi anche da Franco Bruzzese è stata giudicata in maniera positiva dalla corte. Di altro avviso è invece il collegio difensivo composto da Nicola Rendace, Filippo Cinnante, Rossana Cribari e Gianfranco Giunta che per queste ragioni, ricorrerà in appello dopo aver letto le motivazioni.
LE DICHIARAZIONI SPONTANEE DI FIORE ABBRUZZESE Tutte rispedite al mittente con tanto di giustificazioni portate all’attenzione della giuria. Prima che la corte si ritirasse per la camera di consiglio Fiore Abbruzzese ha provato a spiegare la sua innocenza ed estraneità ai fatti. «Sono stato toccato e leso nella mia dignità» dice riferendosi alle racconto fatto da Franco Bevilacqua. «Siamo persone come tutti gli altri – dice ai giudici dal carcere dov’è ristretto l’imputato -. Si accosta la mia persona a fatti dei quali non sono responsabile. Il gruppo di cui parla Bevilacqua non è mai esistito e lui a via Reggio Calabria non ha mai messo piede, infatti, ha riferito solo di luoghi pubblici ai quali tutti possono avere accesso. Dice che avrei preso 225 milioni proventi di rapina e secondo voi con questi soldi mi sarei fatto arrestare? Mio padre mi ha insegnato valori e rispetto per le donne e per gli altri. Nelle ordinanza successive al 1998 non si parla mai di me, fino a giugno 2000 nessuno parla di me. Nessuno riferisce di problemi con Benito Chiodo e anche la ricostruzione fatta per occultare la macchina usata per l’omicidio è fuori da ogni logica razionale.  Di me parla solo Bevilacqua, ci sono altri 17 collaboratori e nessuno conosce il mio nome». (m.presta@corrierecal.it)





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