“Testa di Serpente”, blitz contro “Zingari” e “Italiani”: in 22 rischiano il processo

La Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro ha chiuso le indagini del procedimento scaturito lo scorso mese di dicembre. Tra i reati: l’omicidio di Luca Bruni. Armi, droga e usura per controllare Cosenza

di Michele Presta
COSENZA 
Sono in tutto 22 gli indagati che rischiano di finire a processo dopo il blitz scattato pochi giorni prima del Natale a Cosenza. Sul finire del mese di agosto, il sostituto procuratore Vito Valerio in servizio alla Direzione distrettuale di Catanzaro e competente nel distretto della città Bruzia, insieme al procuratore capo Nicola Gratteri e all’aggiunto Vincenzo Capomolla, ha firmato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari nei confronti degli indagati per il procedimento denominato “Testa di Serpente”. A finire sotto indagine, le consorterie criminali che l’antimafia di Catanzaro ritiene abbiano il controllo dell’area di Cosenza. Nello specifico nelle maglie di Polizia, Guardia di Finanza e Carabinieri, sono finiti il gruppo degli “Zingari” retto dalla famiglia Abbruzzese e gli “Italiani” il cui elemento di spicco è ritenuto Roberto Porcaro. I due gruppi, sostengono gli investigatori, si ritiene abbiano fatto un patto per spartirsi gli interessi economici presenti nella città attraverso la cessione di sostanze stupefacenti e l’attività delle estorsioni. Storia vecchia personaggi nuovi insomma e un compendio di accuse pesantissime che il collegio difensivo dovrà smontare fin dall’udienza preliminare davanti al Gup di Catanzaro che però non è stata ancora fissata.
IL DELITTO LUCA BRUNI Torna d’attualità l’ultimo delitto eccellente di mafia consumatosi a Cosenza: l’omicidio di Luca Bruni, fratello di Michele (scomparso prematuramente) designato come capo dell’omonima famiglia e fatto fuori perché si ritenesse potesse iniziare a collaborare con la giustizia. Dell’omicidio sono accusati Luigi Abbruzzese e Marco Abbruzzese perché «in concorso con Franco Abbruzzese, Maurizio Rango, Lamanna Daniele, Adolfo Foggetti, Francesco Patitucci, Roberto Porcaro e Ettore Sottile (nei confronti dei quali si è proceduto separatamente ndr) con premeditazione e al fine di agevolare l’attività delittuosa della cosca mafiosa di riferimento, in particolare al fine di eliminare fisicamente, assassinandolo il reggente della cosca “Bruni” hanno cagionato la morte di Luca Bruni esplodendo a suo indirizzo numerosi colpi d’arma da fuoco occultandone il cadavere». I due Abbruzzese, è riportato nell’avviso delle conclusioni delle indagini preliminari, insieme a Maurizio Rango ed Ettore Sottile «organizzarono le modalità operative dell’esecuzione». Marco Abbruzzese infine si ritiene abbia preso parte anche alle fasi esecutive dell’omicidio e all’occultamento di cadavere tenendosi pronto ad esplodere dei colpi di pistola qualora Daniele Lamanna non avesse adempiuto il suo dovere da killer. I due Abbruzzese, sempre relativamente al delitto di Luca Bruni, dovranno rispondere davanti al gup anche del reato di detenzione illecita da arma da fuoco e di aver posto in essere delle azioni allo scopo di «assicurarsi l’impunità per l’omicidio» circostanze, quelle dalle quali dovranno difendersi gli imputati, aggravate dal metodo mafioso.
LA GAMBIZZAZIONE NEL CENTRO STORICO L’accusa è di lesioni, quelle causate dai colpi esplosi dalla pistola calibro 9 usata da Marco Abbruzzese. Il reato viene configurato dagli investigatori in un regolamento di conti per questioni di affari illeciti relativi allo spaccio di sostanza stupefacente nel centro storico di Cosenza. E proprio la città vecchia è teatro dell’episodio di cui Abbruzzese è accusato (in concorso con Luigi e Antonio nei confronti dei quali si procederà separatamente). Sui sampietrini di corso Telesio i magistrati della Dda ritengono che l’indagato abbia agito per gambizzare Rocco Abbruzzese detto “Pancione” fratello di Antonio Abbruzzese noto come “Strusciatappine”.
ESTORSIONI, ARMI E USURA Tanto vasto quanto grave il compendio di reati contestati agli indagati. I capi d’imputazione con i tentativi di estorsione da cui dovrò difendersi  Roberto Porcaro riguardano alcune richieste avanzate, nei confronti di ristoratori e imprenditori. L’agire di Porcaro, sarebbe stato orientato: «Avvalendosi della forza di intimidazione ed assoggettamento derivate dall’appartenenza alla criminalità organizzata di tipo ‘ndranghetistico ed in particolare di essere il reggente dell’associazione di tipo mafioso denominata Lanzino-Ruà-Patitucci» è scritto nell’avviso di conclusioni delle indagini preliminari. Ma nei capi di imputazione, per Porcaro, c’è anche la contestazione della detenzione illecita di alcune armi e cartucce così come i proventi illeciti che sarebbero maturati dalla compravendita di alcune armi di provenienza illegale. Porcaro però, insieme a Carlo Drago dovrà rispondere anche di alcuni capi d’imputazione con l’accusa di usura. Un destino giudiziario che condividerà anche con alcuni componenti del gruppo “Banana”: Luigi, Marco e Nicola Abbruzzese oltre che Antonio Marotta, Andrea Greco e Francesco Casella. I tassi secondo gli inquirenti sarebbero stati imposti sempre facendo riferimento ad un metodo mafioso e rivendicando l’appartenenza a gruppi criminali. La restituzione delle somme prestate ad alcuni imprenditori sarebbe avvenuta al 10% in un paio di casi, in uno al 200%. E di estorsione risponderanno anche i fratelli Danilo e Alberto Turboli insieme ad Andrea D’Elia oltre che del reato di lesioni personali. Rischia il processo anche Brancaleone Dario, appartenente della Polizia di Stato e in servizio alla Questura di Cosenza accusato di aver fornito informazioni, coperte da segreto investigativo, ad Abbruzzese Celestino e Anna Palmieri (oggi collaboratori di giustizia). Un “Santa Barbara” da guerra era nascosto a Via Popilia. Della detenzione illegale di queste armi sono accusati Marco, Luigi e Nicola Abbruzzese insieme ad Antonio Bevilacqua, Antonio Colasuonno e Claudio Alushi. Gli investigatori ritengano che siano loro i responsabili del covo pieno zeppo di armi a Via Popilia, all’ultimo lotto in una casa popolare. Tra le armi sequestrate, oltre a quelle comuni da sparo e ad un consistente numero di munizioni, anche una Ak47 Kalashinikov, un revolver, una pistola mitragliatrice, e un fucile a canne giustapposte.
GLI INDAGATI Roberto Porcaro, Luigi Abbruzzese, Antonio Abbruzzese, Marco Abbruzzese, Alberto Turboli, Danilo Turboli, Antonio Marotta, Andrea Greco, Francesco Casella, Carlo Drago, Giovanni Drago, Andrea D’Elia, Pasquale Germano, Abbruzzzese Franco, Antonio Bevilacqua, Antonio Colasuonno, Claudio Alushi, Dario Brancaleone, Domenico Iaccino, Adamo Attenzo, Celestino Abbruzzese. (m.presta@corrierecal.it)

 





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