«Non è una lotta tra pubblico e privato ma contro il cancro» – VIDEO

Il fratello di Francesca Fuoco racconta il calvario per sottoporsi all’intervento chirurgico. «Estraniarsi dai medici e dalla famiglia è devastante»

di Michele Presta
COSENZA C’è anche Romeo Fuoco, fratello di Francesca la donna sottoposta ad intervento chirurgico alla mammella al Policlinico Gemelli e che negli ultimi giorni ha fatto balzare agli onori della cronaca le difficoltà del Dca numero 100 deliberato dal commissario per la Sanità Regionale Saverio Cotticelli, tra le “Sorelle in Rosa” che si sono radunate nel piazzale antistante la clinica “La Madonnina” di Cosenza. La struttura, così come tante altre su tutto il territorio calabrese non rientra più tra quelle accreditate dal servizio sanitario regionale e per questo motivo le donne in cura vivono da settimane l’angoscia di doversi rivolgere altrove per le proprie cure. Una difficoltà acuita dalle liste d’attesa e da una risposta immediata delle strutture pubbliche soltanto in caso di gravi urgenze. Romeo Fuoco ha il cellulare in mano, come se fosse un modo di stare in contatto con la sorella. «Mi aveva chiesto di venire qui per portare un saluto e un apprezzamento per quello che stanno facendo queste donne che come lei hanno vissuto o vivono l’agonia di una diagnosi e la cura del tumore al seno». La voce è rotta dall’emozione quando ripercorre le tappe che hanno portato la sorella dalla cura a Cosenza a quelle di roma. «Mia sorella ha sentito più volte il generale Cotticelli, ma non è servito a nulla – prosegue – gli aveva promesso di farla operare ma erano disponibili soltanto gli ospedali di Reggio Calabria e Catanzaro. Nostra madre è morta sei anni fa per tumore al seno, non siamo riusciti a fidarci ciecamente. Cotticelli doveva farsi un giro tra le strutture che funzionano davvero nella nostra regione e fare in modo di non chiudere quelle che nel tempo sono diventate un’eccellenza». In questo modo si alimenta la migrazione sanitaria, un grido d’allarme lanciato dalle pazienti e dalla politica. «Mia sorella – conclude Romeo – aveva instaurato un rapporto di fiducia con tutta l’equipe medica, si sentiva confortata in un momento di grande sconforto. Per non parlare dei costi. Dovrà stare 20 giorni in una struttura che costa 50 euro al giorno, ha dovuto noleggiare la macchina e insieme a lei starà il marito. Abbiamo potuto fare tutto questo solo grazie alla vicinanza di una nostra cugina».
“SORELLE IN ROSA” Donne tra i 35 e i 50 anni. È questa l’età in cui il cancro al seno miete più vittime. È la prima causa di mortalità femminile. «Questa manifestazione è un abbraccio per Francesca a cui vogliamo testimoniare la nostra vicinanza e il nostro affetto per la battaglia intrapresa da diverso tempo». A parlare è Pileria Pellegrino in rappresentanza delle donne che simbolicamente indossano qualcosa di rosa. «Ci è stato impedito di poterla vedere per il decreto 100 e quindi le strutture private non possono operare i tumori alla mammella, lei ci ha creduto fino alla fine di essere operata qui, ma il suo tempo a disposizione era ormai passato a causa del protocollo della chemioterapia». Distano 500 chilometri Francesca e le sue amiche. Una manifestazione che non vuole strascicarsi in polemica ma dalla quale emergono tutte le contraddizioni di questa situazione. «La storia di Francesca e delle tante che ci sono in Calabria ci auguriamo chi ha il potere di far cambiare questo decreto. Il seno è simbolo di femminilità e affrontare una patologia è già doloroso, farlo in questo clima è straziante da un punto di vista psicologico – prosegue Pielria Pellegrino – . Estraniarsi dai medici e dalla famiglia è devastante, non poter scegliere di chi farsi operare per dei cavilli burocratici è inaccettabile». Le interlocuzioni con Saverio Cotticelli non hanno portato a nulla di concreto, anche perché è ritenuta una persona «onesta, messa davanti a gestire una situazione non semplice. Siamo convinti che ci sono altre persone a decidere per lui». Le donne si augurano che vengano scongiurati i rischi di diagnosi tardive che spesso possono essere fatali, così come l’organizzazione dell’intero comparto non più adibito per le sole urgenze ma che riesca a programmare tutto. (m.presta@corrierecal.it)





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