I familiari difendono Aneliyna Adimova: «Non merita una seconda condanna»

Il legale della famiglia della donna assassinata a Belvedere Marittimo un mese fa dichiara: « Voci tendono a descriverla come persona di facili costumi o comunque legata ad ambienti malavitosi. Smentisco categoricamente».

di Michele Presta
COSENZA 
E’ trascorso un mese dalla morte di Aneliya Dimova, donna di origini bulgare ma residente a Belvedere Marittimo popoloso comune del Tirreno Cosentino. E’ stata uccisa in casa sua dopo aver trascorso una serata come tante. La notte tra il 30 agosto e l’1 settembre però il suo destino ha incrociato quello di un 32enne del posto, ritenuto dai carabinieri responsabile del delitto. Si trova ristretto in regime carcerario cautelare, contro di lui sono stati raccolti una serie di indizi che gli investigatori hanno collezionato grazie alle telecamere del circuito di sorveglianza urbana e ai rilievi effettuati dai Ris di Messina che hanno individuato delle tracce biologiche del presunto assassino sulla fede della donna e altri monili trafugati quando si sarebbe introdotto in casa. A distanza di un mese, per tramite dell’avvocato Eugenio Greco, parlano i familiari e gli amici della vittima che esprimono un forte senso di gratitudine e ringraziano per quanto fin qui fatto i carabinieri della stazione di Belvedere Marittimo e quelli del comando di  Scalea, oltre alla Procura della Repubblica di Paola «per l’impegno profuso che ha condotto, in breve tempo, a questo primo importante risultato». Un piccolo tassello in quello che è la complessa costruzione della giustizia. «Un risultato che, se restituisce alla comunità di Belvedere, tanto scossa da questo ennesimo tragico evento, un minimo di serenità, certamente non restituirà Aneliya all’affetto dei suoi familiari – spiega il legale -. Don Gianfranco, parroco della chiesa madre della Marina di Belvedere, ha in varie sedi, stigmatizzato il comportamento di quella parte della comunità di Belvedere Marittimo che, prima che le indagini individuassero un presunto colpevole, ha attribuito responsabilità a persone che nulla avevano a che fare con l’accaduto. Ebbene, anche in questa successiva fase delle indagini, taluni cittadini di Belvedere fanno allusioni e, questa volta, tentano di infangare la memoria di Aneliya, una donna il cui solo errore è stato quello di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato». Non è la prima volta che la comunità di Belvedere Marittimo vive il dramma generato da un episodio di femminicidio. Accadde lo stesso con l’assassinio di Maria Rodriguez nel dicembre del 2015, oggi la storia tristemente si ripete.

«UNA PERSONA PER BENE» «Mi sono giunte voci di commenti, di taluni, poco edificanti sulla persona di Aneliya che tendono a descriverla come persona di facili costumi e/o comunque legata ad ambienti malavitosi – aggiunge Eugenio Greco -. In coscienza smentisco categoricamente queste voci e informo che, nel caso venissi in possesso di validi elementi probatori, sporgerò formale querela nei confronti delle persone responsabili, per tutelare la memoria di Aneliya». Aneliya dagli amici era descritta come una donna normale nella sua semplicità d’essere persona che con sacrifici aveva raggiunto degli obiettivi. Lavorare e prendersi cura della famiglia, foraggiare gli studi del figlio. Anche lei come tanti altri della sua generazione credeva nello studio come arma di riscatto sociale.  Si smetta di infangare la memoria di chi non può difendersi, si smetta di quasi giustificare quanto di terribile è accaduto tentando di trasformare in responsabile chi invece è purtroppo la vittima. Aneliya era una donna che si era ben inserita nel tessuto sociale di Belvedere. Si distingueva per la sua gentilezza, per la sua educazione, per la sua pacatezza, per il suo rispetto verso tutto e tutti. Era molto apprezzata e ben voluta da tutti per la sua semplicità, per la sua disponibilità e per l’attaccamento al lavoro che le permetteva di aiutare economicamente i propri congiunti in Bulgaria – conclude il legale -. Questa era Aneliya una donna che non meritava di finire così tragicamente la sua esistenza e che non merita una seconda condanna». (m.presta@corrierecal.it)





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