Oriolo vittima di un omicidio «feroce e pianificato»

Il gip del Tribunale di Cosenza, competente per l’ipotesi di delitto consumato nei confronti del 79enne, ribalta quanto stabilito dal collega di Reggio Calabria. «I responsabili della rapina e delle lesioni hanno agito con le stesse modalità con cui si è operato ai danni di Ciancio Giglio Palmo», vittima del Vibonese

di Michele Presta
COSENZA
Lo scenario è totalmente ribaltato. Angelica Melania Serban, accusata del delitto di Domenico Oriolo rimane in carcere e nei suoi confronti l’accusa di omicidio volontario viene ripristinata considerata la sussistenza di numerosi indizi. Il gip del tribunale di Cosenza, si esprime con parere totalmente contrario rispetto a quanto fatto dal collega di Reggio Calabria (qui la notizia) e condivide l’impianto accusatorio messo in piedi dagli investigatori della squadra mobile di Cosenza diretta da Fabio Catalano le cui indagini sono state coordinate dal procuratore capo Mario Spagnuolo e dal sostituto Maria Luigia D’Andrea. L’accusa di omicidio regge, così come quella di rapina perché la situazione sembrerebbe essere incontrovertibile, tenuto conto sia dei precedenti penali della donna di origini rumene sia del metodo con cui insieme ad altre complici avrebbe agito. «Diversamente da quanto opinato dal tribunale di Reggio Calabria, sussistono gravi indizi di colpevolezza anche in ordine alla contestazione della imputazione provvisoria del concorso in omicidio volontario», sostiene il gip Giuseppe Greco che non arretra neanche sull’ipotesi della rapina. «Il delitto di rapina è pluriaggravato in quanto risulta commesso nei confronti di un  ultrasessantacinquenne e sussistono gravi e numerosi indizi ai quali desumere che la rapina è stata posta in essere da più persone riunite in concorso tra loro».

LE IPOTESI SULLA MORTE DI ORIOLO La scomparsa dell’uomo aveva subito fatto allertare i familiari nell’aprile del 2017. È stato il nipote l’ultimo ad averlo sentito. Al telefono parole biascicate senza alcun senso logico, circostanza che secondo gli inquirenti conferma come prima di essere rapinato Oriolo fosse stato narcotizzato. Sono due i super testimoni che gli investigatori riescono a rintracciare. Le loro testimonianze, così come le conferme circa l’identità della donna a distanza di 3 anni, hanno permesso di scavare a fondo nelle indagini. Entrambi i testimoni confermano di aver visto i due a bordo di una macchina mentre percorrevano la strada statale 107 (la macchina poi è stata ritrovata nei monti della “Crocetta”). Uno dei due testimoni ha riferito di aver riconosciuto l’uomo dopo gli appelli diffusi sui giornali a seguito della scomparsa, il secondo invece ha riferito di conoscerlo bene perché proprietario di un fondo confinante con il suo. Elementi utili per il gip che ripercorre gli ultimi istanti di vita dell’uomo nell’ordinanza di convalida, facendo emergere anche le incongruità circa le dichiarazioni della donna sul possesso di un cellulare di ultima generazione che si ritiene di proprietà dello scomparso.
«L’odierna indagata, pochissimi giorni dopo la sparizione dell’Oriolo, era in possesso dello smartphone a lui sottratto  in occasione della rapina e il 12 aprile del 2017 è stato messo in funzione con una scheda telefonica attivata dalla stessa indagata in un centro telefonico di Cosenza». Nelle intercettazioni della polizia emerge anche come la donna del rinvenimento desse due versioni diverse, prima un regalo, poi un acquisto. Ma i poliziotti hanno accertato altro e cioè che l’attivazione della sim fosse avvenuta in compagnia di una donna, che poi si è accertato essere la sorella di Daniel Varga, ex compagno dell’indagata e condannato per l’uccisione di Palmo Ciancio Giglio.

LA CIRCOSTANZA DEI FATTI SIMILE ALL’OMICIDIO E sono proprio le analogie con quel delitto consumato su una spiaggia del Vibonese a convincere il giudice circa la bontà delle accuse mosse nei confronti dell’indagata. «Il caso vuole che il Varga all’epoca fosse il compagno dell’odierna indagata e che le modalità esecutive dei richiamati delitti siano sorprendentemente  simili a quelle poste in essere ai danni di Damiano Oriolo – scrive il gip –. Inutile dire che dalle indagini relative a siffatto atroce fatto di sangue era emerso il chiaro coinvolgimento di Angelica Melania Serban. In quanto ripresa dal circuito di video sorveglianza situata nel luogo dove sono avvenuti i fatti delittuosi e la stessa è stata peraltro riconosciuta come la donna che aveva adescato la vittima successivamente rapinata e uccisa barbaramente». Il giudice pone delle analogie con quel delitto come il tentativo di abbandonare il corpo per non ritrovarlo più: Ciancio in mare, Oriolo in montagna.  I pantaloni di Domenico Oriolo, sostiene il giudice «sono stati strappati con violenza di dosso alla vittima per opera di più aggressori mentre indossava le proprie calzature». Per il giudice non c’è solo l’ipotesi della narcotizzazione ma anche di lesioni che ne avrebbero cagionato la fuoriuscita di sangue come suggerirebbero le tracce ematiche trovate nella macchina considerato che «il corpo dell’Oriolo sia stato trascinato con violenza da più persona all’esterno dell’autovettura mentre giaceva sul sedile posteriore della stessa privo di pantaloni e dopo essere stato ferito dai medesimi aggressori (ipotesi rafforzata dal fatto che sul sedile sono stati rinvenuti sia il portafoglio che la protesi dentaria)».

I DUE PARERI DEL GIUDICE «Diversamente da quanto argomentato dal tribunale di Reggio Calabria, Damiano Oriolo è stato vittima di una feroce e pianificata deliberazione omicidiaria posta in essere da più di una persona – sostiene il gip Greco –. Sul portafoglio appartenuto all’Oriolo sono state rinvenute tracce biologiche appartenenti ad almeno tre diversi soggetti. Né va trascurato il fatto che sulla tamponatura esterna del medesimo portafoglio non sono state rinvenute tracce biologiche riconducibili a soggetto di sesso femminile». Evidenza di un ulteriore elemento rispetto a quanto sostenuto è che «la stradina che conduce al luogo ove è stata consumata la rapina risultava sbarrata trasversalmente a 180 gradi e per tutta la sua larghezza dal tronco di un albero. Opera che ad ogni evidenza ha chiesto l’intervento di più persone – ritiene il giudice – e che è stata realizzata senza dubbio al fine di impedire l’accesso da parte di estranei nei luoghi ove si trovava l’autovettura sulla quale era stata consumata la rapina, ovvero per impedire all’Oriolo di allontanarsi da questi luoghi con la propria autovettura». Il giudice non ritiene plausibile che sia irragionevole pensare che dopo essere rimasto all’interno dell’auto ferito ne sia uscito fuori, così come sia deceduto mentre si trovava all’esterno. «I responsabili della rapina e delle lesioni hanno agito con le stesse modalità con cui si è operato ai danni di Ciancio Giglio palmo». Per questo secondo il gip i presunti autori della rapina e dell’omicidio «ritornati sul luogo del delitto abbiano prelevato la vittima in vita e ne abbiano cagionato la morte. Per il giudice è da scartare l’ipotesi secondo la quale Domenico Oriolo, dopo essere stato narcotizzato e rapinato, sia stato lasciato in totale stato di abbandono all’interno della sua macchina e quindi lasciato morire. «I responsabili della rapina e delle lesioni hanno agito con le stesse modalità con cui si è operato ai danni di Ciancio Giglio Palmo». Per questo secondo il gip i presunti autori della rapina e dell’omicidio «ritornati sul luogo del delitto abbiano prelevato la vittima in vita e ne abbiano cagionato la morte sottraendo definitivamente i resti mortali alle altrui richieste».  (m.presta@corrierecal.it)





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