«Il Covid è una brutta bestia». Bevacqua racconta la sua lotta contro il virus

Il capogruppo del Pd in consiglio regionale: «Sono stato sulla soglia del ricovero. La zona rossa? Troppi rimpalli tra giunta e commissario Cotticelli, ma i 52 milioni per le terapie intensive non sono stati spesi. Sul Decreto Calabria è strano che il centrodestra si lamenti adesso»

Bevacqua

LAMEZIA TERME Domenico Bevacqua ha affrontato il Covid. Lo definisce «una brutta bestia». Al Corriere della Calabria racconta la sua esperienza nella lotta contro il virus. Ma riflette anche sulle condizioni della regione, chiamata a combattere una battaglia sanitaria e, da domani, economica, ancora più dura che nel primo lockdown. La “zona rossa” nasce, per il capogruppo del Pd in consiglio regionale, dai continui rimpalli di responsabilità tra giunta regionale e commissario al Piano di rientro, un’impasse che non ha permesso di scrivere «una sola riga di Piano anti Covid».
Inevitabile partire dai segni del passaggio del virus. «È un’esperienza che non auguro davvero a nessuno: la sensazione è quella di un progressivo e inarrestabile sprofondare senza possibilità di appigliarsi a nulla. La febbre costante annebbia le percezioni e spossa ogni resistenza fisica, mentre l’ossigenazione al limite ti toglie il respiro e ti offusca la mente. Se ne sto uscendo, ringrazio innanzi tutto il buon Dio e chi da lassù non mi ha abbandonato; la mia famiglia, sempre premurosa, amorevole e accorta; i miei amici medici, infettivologi, di base e Usca che, nei momenti più brutti e difficili, hanno saputo supportarmi e incoraggiarmi, non lasciandomi mai solo nella tempesta. Così come ringrazio i tantissimi amici che mi hanno inondato di affetto e di prezioso calore umano. So che in tanti hanno pregato per me e la cosa mi ha profondamente commosso. Vivendolo sulla propria pelle ci si rende pienamente conto della enorme stupidità e pericolosità di chi, anche occupando ruoli istituzionali, ha fino all’altro ieri negato e minimizzato. Il Covid non è affatto uno scherzo e nessuno può sapere in che modo reagirà il proprio corpo se ne viene colpito. Per questo rivolgo un appello accorato a tutti i calabresi: il Covid è una brutta bestia. Portiamo con noi la coscienza di essere responsabili verso tutti i nostri simili, specie i più fragili».

Qual è stato il momento più difficile nelle settimane in cui ha sperimentato l’aggressione del virus?
«Ce n’è stato più d’uno ma, nel mio ricordo, restano impressi a fuoco il sabato, la domenica e il lunedì della seconda settimana, precisamente il 21, 22 e 23 ottobre quando, con la febbre che non accennava a calare e l’ossigenazione al limite, avevamo con i medici già programmato il ricovero in ospedale. Grazie a Dio, il quadro clinico ha avuto una spontanea evoluzione verso parametri migliori: l’ossigenazione si è stabilizzata a un livello accettabile ed è stato possibile evitare misure drastiche. Dopo di che, a questo primo timido raggio di luce, ne sono seguiti altri sempre più robusti nella direzione della guarigione. Adesso, sto attendendo l’esito del tampone per la conferma della negativizzazione. Anche se ancora ho voce bassa e affaticata e mi sento molto stanco».

Nelle ultime settimane, con il rimpallo di voci sull’istituzione della “zona rossa” e l’arrivo del nuovo commissariamento, il clima sulla sanità calabrese è diventato torrido. Al punto che più di qualcuno invoca denunce alle Procure e la politica sembra inerme.
«La politica deve risolvere i problemi, non scaricarli: è per questo che siamo stati delegati dai cittadini, non per ulteriormente delegare. Le procure sono quotidianamente impegnate nel loro insostituibile e pesante lavoro, non possiamo pensare di affidare loro anche il fardello del governo della cosa pubblica. In questi mesi, come gruppo Pd, abbiamo evidenziato in tutte le sedi pubbliche e istituzionali le mancanze di una giunta regionale che si è mostrata capace solo di discutibili nomine “privatistiche” e, per il resto, è rimasta inerte; così come abbiamo denunciato l’impossibilità di comunicazione con una struttura commissariale le cui responsabilità sono enormi. Abbiamo sollecitato in ogni modo una presa di coscienza che superasse gli stucchevoli e irresponsabili rimpalli di competenze fra Giunta e commissario. I 52 milioni messi a disposizione dal Governo nazionale per la riorganizzazione della rete ospedaliera calabrese e, in particolare, per le terapie intensive, sono rimasti a Roma: semplicemente perché la Calabria non è stata in grado di scrivere una sola riga di Piano. Abbiamo provato in tutti i modi a chiedere di lasciar perdere gli eventi di vetrina, gli spot “emozionali”: abbiamo chiesto di concentrare tutta l’azione verso gli indispensabili obiettivi sanitari. Non si è mosso nulla e il risultato non poteva che essere quello che è oggi: la Calabria zona rossa. E non per la curva dei contagi quanto, invece, per la insufficienza drammatica delle strutture assistenziali. Non si può immaginare fallimento più grave e manifesto di un governo regionale. Devo dire che, purtroppo, siamo rimasti spesso soli nella nostra battaglia. Se si eccettuano i sindacati, sempre attivi e in prima linea, abbiamo riscontrato soltanto un silenzio a volte perfino inspiegabile. Un silenzio assordante anche da parte di chi, oggi, pare prepararsi a scendere in campo solo con argomentazioni populiste, senza capire davvero che cosa la Calabria e i calabresi richiedono».

La proroga del Decreto Calabria, però, è un “prodotto” del governo Pd-M5S ed estende, potenzialmente, di altri tre anni un commissariamento della sanità che non è servito a evitare la “zona rossa”…
«Penso, innanzitutto, che, quando il governo giallo verde emanò questo scellerato decreto, non si levò una sola voce di dissenso nell’ambito delle destre calabresi. Ecco perché non posso che meravigliarmi quando, in queste ore, mentre l’attuale governo nazionale si sta ponendo il problema di costruire una struttura commissariale finalmente all’altezza degli ardui compiti, assistiamo a levate di scudi chiaramente strumentali. Anche da parte di chi, come il presidente Tallini, inutilmente da noi sollecitato a far valere le prerogative del Consiglio regionale che presiede, pare preoccuparsi adesso soltanto dei criteri di nomina (e delle nomine in quanto tali) dei manager da porre a capo delle aziende sanitarie calabresi. Mi pare un po’ poco, mi pare un po’ fuori luogo, mi pare parecchio la vecchia politica di sempre. Anche su questo, il sottoscritto e il gruppo del Pd regionale abbiamo posto con forza il tema del commissariamento coinvolgendo il capo delegazione al governo Dario Franceschini e la sottosegretaria Zampa, che ringrazio per il loro contributo e la loro mediazione. A noi non interessa mettere la bandierina. A noi interessa che vengano scelte personalità competenti, capaci che conoscono a fondo i problemi della sanità calabrese e che hanno piani seri e concreti per avviarli a soluzione. Le bandierine, in questi anni, hanno solo consentito ai soliti noti di inserirsi per poi convergere su atti e scelte viziate all’origine. Ognuno operi con coscienza secondo il ruolo che ricopre e si senta parte di una responsabilità collettiva, perché la sanità è di tutti e ha bisogno del concorso di tutti».

È stato forzatamente fuori dalla scena in queste settimane ma avrà continuato ad osservare la politica. Cosa si aspetta adesso, con l’inizio della campagna elettorale ormai prossimo?
«Quanto sei occupato giorno e notte da questioni vitali e che attengono alla tua sopravvivenza su questa Terra, la politica scompare dal tuo orizzonte e si mette silenziosa in un angolo ad attendere tempi migliori. In questi venti giorni, non ho sentito nessuno: anche perché i medici mi hanno tassativamente vietato di usare perfino whatsapp e mi hanno opportunamente indotto a concentrarmi sul mio recupero fisico e psicologico. Presumo di tornare in attività nella prossima settimana. Nel periodo recentemente trascorso, ho avuto modo, piuttosto, di pensare ai rapporti umani intrecciati con la politica. Mi riferisco, in particolare, anche alla compianta presidente Santelli e alla sua sfortunata vicenda umana. Nei pochi mesi del suo mandato, sono stato sempre consapevole della sua salute precaria e ho cercato sempre di tenerlo presente, pur nell’antagonismo che i rispettivi ruoli ci assegnavano. Ho avuto con lei un rapporto sempre franco e sincero e sono a conoscenza dei giudizi positivi e lusinghieri che lei ha espresso in diverse sedi sulla mia persona. Spesso si fa l’errore di scambiare la correttezza con la debolezza: è questo uno dei mali peggiori che affligge la politica attuale. Io ci tengo a distinguere il confronto sulle idee, che può essere anche aspro, dal rispetto per le persone, che deve sempre osservare limiti invalicabili. L’ho sempre fatto e confido di continuare a farlo sempre. D’altronde, le mie posizioni, espresse anche al nome del Gruppo che ho l’onore di rappresentare, testimoniano quella coerenza, quel rispetto istituzionale e quella ferma determinazione nel porre al centro del dibattito e dell’agire politico le emergenze calabresi». (redazione@corrierecal.it)





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