La nuova Calabria Verde sospende i fannulloni (e anche La Rupa)

Il commissario Mariggiò scopre un’interdizione dai pubblici uffici per l’ex consigliere regionale (che non l’aveva comunicata). Confermato l’allontanamento dall’Azienda di un dipendente che aveva falsificato certificati medici e di un operaio per l’aggressione di un collega

COSENZA Il “tesoro” che la Dda gli ha sequestrato il 17 ottobre scorso non è l’unico guaio per l’ex consigliere regionale Franco La Rupa. All’inchiesta si è aggiunta, infatti, la «sospensione dal servizio, nonché dallo stipendio e dalle indennità o compensi collegati alla presenza in servizio» deliberata dal suo datore di lavoro, il commissario straordinario di Calabria Verde Aloisio Mariggiò. Il provvedimento è retroattivo; decorre, infatti, dall’11 aprile 2018, giorno in cui è diventata esecutiva la sentenza che condanna La Rupa a tre anni di reclusione e cinque di interdizione dai pubblici uffici. 
Un dato emerso solo dopo l’ultima disavventura giudiziaria dell’ex consigliere regionale, come viene riassunto nell’atto adottato dal commissario dopo l’istruttoria dell’Avvocatura aziendale e dell’Ufficio provvedimenti disciplinari. Dopo l’intervento dei magistrati antimafia di Catanzaro, Mariggiò chiede a La Rupa il provvedimento di sequestro. Scendendo nel dettaglio emergono altri particolari, non esattamente di secondo piano. Salta fuori così la sentenza di condanna a tre anni con la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, «notificata – è la ricostruzione dell’Ufficio provvedimenti disciplinari – in data 12 ottobre 2017». Per questo motivo La Rupa «non può prestare servizio alle dipendenze dell’Azienda Calabria Verde in quanto attinto dalla pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per anni cinque». L’ex sindaco di Amantea, però, «non ha adempiuto alla necessaria trasmissione dei provvedimenti giudiziari a suo carico all’Azienda per cui presta servizio a tempo indeterminato nei tempi dovuti». Una dimenticanza che gli ha permesso di restare al proprio posto da aprile fino a novembre. Una volta svelata la “distrazione”, l’iter procede spedito, perché «la pena accessoria non abbisogna, per l’esecuzione, di un provvedimento da parte dell’Ufficio procedimento disciplinari in quanto il suo effetto è automatico alla sentenza». Resta da valutare se vi sia lo spazio per «l’eventuale recupero delle somme per la illegittima permanenza negli uffici aziendali». Non si tratta di un licenziamento (e non è detto che lo diventi), che è subordinato alla prosecuzione dell’istruttoria, «non appena si acquisiranno tutti gli elementi conoscitivi sulle pregresse vicende penali che hanno interessato La Rupa».

FANNULLONI Che a Calabria Verde sia iniziato un nuovo corso risulta chiaro anche da altri provvedimenti adottati nei mesi scorsi e confermati dal Tribunale del Lavoro di Cosenza. Uno dei dipendenti ha ricevuto una contestazione per truffa: avrebbe «presentato certificati medici falsi per simulare impedimenti per motivi di salute a espletare le proprie mansioni». A quel punto l’Azienda ha deciso di intervenire con un provvedimento di sospensione, «una misura precauzionale – spiega l’Avvocatura di Calabria Verde nel giudizio – per il lavoratore a carico del quale sussistono gravi indizi di responsabilità penale o disciplinare». Il ricorso presentato dal lavoratore è stato respinto, anche alla luce dell’evoluzione del caso giudiziario: il giudice per l’udienza preliminare, infatti, lo ha rinviato a giudizio. E il reato ha «indubbia gravità», visto che il lavoratore avrebbe «prodotto certificazione falsa per l’esonero da alcune delle mansioni lavorative». Il dipendente sospeso ha provato a dare la colpa alla moglie (sarebbe stata lei – questa la linea difensiva – a falsificare «la certificazione medica in maniera superflua, trattandosi di problemi realmente esistenti»); nulla da fare, l’ha sputata l’Avvocatura di Calabria Verde.

AGGRESSORE LICENZIATO Altro provvedimento del giudice del lavoro: la conferma del licenziamento di un operaio che avrebbe insultato e aggredito un collega sul posto di lavoro. Il legale del dipendente definisce il licenziamento un atto di ritorsione, per lo più privo di motivazioni precise. Tesi che non regge. Il Tribunale conclude che «il licenziamento è compiutamente motivato», anche basandosi sulla denuncia presentata nell’agosto 2017. Quando il lavoratore licenziato si sarebbe scontrato con il collega perché «intendeva firmare il foglio di presenza in entrata e in uscita». Davanti a un rifiuto lo avrebbe prima minacciato («ti ammazzo») e poi «strattonato facendolo rovinare a terra». Queste dichiarazioni, riporta la sentenza, «non sono state in alcun modo contestate (…) e, tenuto conto della loro puntualità, specificità e convergenza, consentono – nella presente fase sommaria del procedimento – di ritenere raggiunta la prova della sussistenza del fatto contestato». Un altro punto per l’Avvocatura: ricorso rigettato e licenziamento confermato. (ppp)







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