Summit a Playa del Carmen e investiture nuziali per far crescere il “marchio” Grande Aracri

Una lettera dal carcere per le nozze del «nipote preferito». La vacanza “aziendale” in Messico e il futuro degli affari. I viaggi dal Nord a Cutro per festeggiare la libertà del boss Nicolino (che si arrabbia). La “caccia” alla schedine e il riciclaggio del denaro. Così l’inchiesta Grimilde racconta una delle ‘ndrine più potenti d’Italia. Un brand da cui si esce «pentiti o nella tomba»

di Pablo Petrasso
CROTONE
La discrezione non è esattamente il loro tratto distintivo. Comprano due discoteche (Italghisa e Los Angeles, quest’ultima grazie a un prestito mai restituito di 177mila euro) e le pubblicizzano andando in giro su un enorme Hummer. Organizzano summit di ‘ndrangheta in Messico, a Playa del Carmen, e gite in gruppo da Reggio Emilia a Cutro per la scarcerazione di Nicolino Grande Aracri. Al punto che lo stesso boss sconsiglia ai suoi parenti trapiantati in Emilia Romagna di essere così sfacciati.
È nell’aprile 2011 che «era sbarcata tutta Reggio Emilia a Cutro» e Salvatore Grande Aracri (figlio di Francesco e nipote di Nicolino) arriva in Calabria assieme a Girolamo Rondinelli (figlio della sorella di Nicolino). I due fanno arrabbiare il “capo”, che spiega loro «di non esporsi troppo e di stare attenti a non attirare le forze dell’ordine». Di più, dice ai nipoti che «si sarebbero dovuti attivare solo per le questioni importanti del sodalizio». I pentiti – questo racconto si deve a Giuseppe Giglio – aiutano a tracciare un quadro dei rapporti interni alla ‘ndrangheta di Reggio Emilia. E a spiegare come le giovani leve stessero acquistando peso e potere.
Un altro pentito, Antonio Valerio, inserisce – nel corso di un interrogatorio del 19 luglio 2017 – il giovane Grande Aracri nell’organigramma del clan emiliano. E racconta un episodio che risale al matrimonio del nipote del boss. Nel pranzo organizzato in un ristorante di Montecchio Emilia, proprio Nicolino «inviò una lettera di cui venne data lettura nel corso della festa». Era «dedicata al “caro nipote”; nella lettera si evidenziava che Salvatore era il nipote “preferito” di Nicolino e che avrebbe dovuto essere “tenuto in considerazione”». A quei tempi – la cerimonia è del luglio 2006 – il capoclan è in carcere ma il suo messaggio, nella simbologia mafiosa, appare a tutti come un’investitura. Gli inquirenti cercano di dimostrare l’appartenenza del 40enne al clan. E le parole dei collaboratori di giustizia offrono nuovi spunti.
Da un ristorante all’altro: sempre a Brescello c’è una importante riunione per risolvere questioni economiche. E a uno dei due tavoli, assieme ai vertici del clan in Emilia, c’è Salvatore Grande Aracri. Che presenzia anche a un altro summit, questa volta – sempre secondo il pentito – nella discoteca Italghisa. Quando c’è da risolvere una controversia legata al contrabbando del gasolio (e in modo particolare al pagamento di uno dei corrieri), al nipote del boss viene «richiesto di fungere da arbitro della controversia tra due esponenti della struttura emiliana». Sono due i summit di cui riferisce Valerio: uno in una ditta di Marmi, l’altro in un ristorante di Parma.
Ma la storia delle riunioni “aziendali” strategiche ha precedenti curiosi. Una di queste somiglia a una gita premio con summit di ‘ndrangheta. La trasferta è addirittura intercontinentale, stando al racconto di Valerio. Si va a Playa del Carmen, in Messico. A quei tempi l’investitura di Salvatore Grande Aracri è ancora di là da venire. Ma uno dei punti all’ordine del giorno è l’inclusione del reggente del clan a Brescello, Alfonso Diletto, e dello stesso Salvatore, detto ‘u calamaro, al business delle operazioni di falsa fatturazione «per conto di Nicolino Grande Aracri».
Diletto, già coinvolto in operazioni della Dda di Bologna, emerge come una figura di spicco del clan anche nell’interrogatorio reso sempre da Valerio il 19 ottobre 2017 nel processo Aemilia. Il pentito lo individua come reggente «dopo “l’uscita” di Francesco Grande Aracri; ormai lui diciamo è un marchio – dice – quindi è subentrato Alfonso Diletto». L’uscita è dovuta al coinvolgimento nell’operazione antimafia “Edilpiovra”: Grande Aracri è il brand ‘ndranghetistico, ma lascia spazio all’ex luogotenente e al proprio figlio Salvatore. Certo, non si può dire che sia “uscito” dal clan, perché «dalla ‘ndrangheta non si esce – spiega Valerio –; non è che ce ne siano tante di possibilità di uscire dalla ‘ndrangheta: o è questo il percorso che ho fatto io o la tomba o nient’altro».
Giuseppe Giglio, altro collaboratore di giustizia che ha svelato gli affari del clan Grande Aracri, segnala i rapporti tra Salvatore Grande Aracri e «alcuni esponenti della forze dell’ordine pronti a favorire lui e la cosca mafiosa, soggetti che frequentavano anche la discoteca Italghisa». Ed è sempre la passione per le discoteche a mettere in contato la cosca con i proprietari di uno dei locali più in di Milano. Nelle parole di Giuseppe Liperoti riportate nell’ordinanza di custodia cautelare dell’inchiesta Grimilde, si segnala che «con la Italghisa collaborava un individuo di Milano che aveva ricevuto un prestito a interessi usurari della somma di 50mila euro che Alfonso Diletto aveva consegnato a Salvatore Grande Aracri. Questi, unitamente ai suoi soci, era fallito, e Salvatore quindi aveva avuto l’incarico di recuperare la somma, che con gli interessi a usura ammontava a 70mila euro». 
Liperoti ricorda «che questi soggetti erano all’epoca i gestori/proprietari del noto locale Hollywood di Milano. La trasferta a Milano della persona definita il ragioniere era dovuta alla necessità di recuperare questi soldi: Liperoti ha spiegato che si sono presentati come ‘ndranghetisti, aggredirono uno di questi soci affinché questi, soggiacendo alla violenza, cedesse e consegnasse il voluto. La vicenda si era conclusa con l’accordo per cui Alfonso Diletto avrebbe preso quattro villette a Vigevano, versando alla banca altri soldi, circa altri 130mila euro». Assieme alla “compravendita” di villette, i modi creativi di gestire il riciclaggio di denaro non mancano. Ancora Giglio spiega che «in occasione di una grossa vincita, Alfonso Diletto ha consegnato alle persone che erano le effettive vincitrici, soldi in contanti in cambio della schedina, incassando in seguito la somma della schedina come se fosse lui il vincitore». Diletto avrebbe spiegato a Giglio «che questo gli è servito a dimostrare la provenienza lecita di una ingente somma di denaro». La preoccupazione di non farsi notare non era un assillo. (p.petrasso@corrierecal.it)







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