Il boss con la passione per il Chianti

I propositi di commercializzare il vino prodotto in Toscana nei dialoghi tra Commisso e Ribecco. Contatti per l’esportazione a New York e l’idea di “invadere” il mercato di Roma grazie agli “amici” calabresi

di Pablo Petrasso
La filiera criminale è già nella testa di Cosimo Commisso, boss di Siderno trapiantato a Perugia. Parte dai vigneti, e finisce nei locali di Roma, Toscana e Stati Uniti. Il Commisso “imprenditore” individua un percorso utile a bypassare il problema centrale di ogni iniziativa produttiva: la commercializzazione. Con i suoi canali, sviluppati in carcere o attraverso vincoli di sangue, ha gioco facile a immaginare la diffusione del “suo” vino. Gli manca la terra, un casolare, un’enoteca da riempire di Chianti. E, nelle colline tra l’Umbria e la Toscana, ne cerca uno. È nei dialoghi con Antonio Ribecco, uomo di riferimento dei clan cutresi a Perugia, che il “capo” manifesta – appuntano i magistrati della Dda di Reggio Calabria – «il suo interesse all’esportazione del vino verso gli Stati Uniti, a New York, dove avrebbe un contatto con un soggetto campano che si occupa dell’importazione di vini dall’Italia». Ovviamente, pensa anche al mercato italiano: vorrebbe «vendere il vino anche a ristoranti di Roma gestiti da calabresi».

I PROGETTI DI COMMISSO Commisso ha rapporti con un imprenditore vitivinicolo di origini calabresi che vive in Toscana da anni e ha una ditta agricola nell’Aretino. Gli inquirenti lo scoprono quando il vitivinicoltore, che non è indagato, accompagna il boss a Roma nello studio del suo avvocato. L’obiettivo a medio-lungo termine di Commisso è quello di entrare nel mercato ed esportare prodotti (anche) Oltreoceano. Lo spiega al telefono a Ribecco: ha intenzione di usare canali di distribuzione importanti. In particolare «il più grande importatore di vini italiano degli Stati Uniti… È di origini di Benevento, sta a New York… mettiamoci in contatto con questo, ordina 10 container alla volta». Uno dei propositi è quello di acquistare un casolare con un vigneto e «organizzare un commercio».
A questo proposito, Ribecco e Commisso parlano dei terreni di un «paesano» che «ha proprietà grosse» tra Arezzo, Siena e Perugia. «Ha un paese sano – dice Ribecco – più lui 120 ettari a Perugia, più tiene 22mila piante». E «ad Arezzo ha i vigneti, la cantina che ci sono le botti» e «pure l’oleificio là sotto». Un parte delle proprietà è a San Giovanni Val d’Arno e Commisso sa «che se lo vuole vendere ma non riesce a venderlo».

LA FILIERA ENOGASTRONOMICA DEI “COMPARI” Se trovare il terreno è complicato, vendere lo sarà molto meno. «Prendete l’appuntamento con queste persone calabresi che io sicuramente conosco» e «se riusciamo piazziamo questo vino a Roma». Con l’idea di mettere in piedi una filiera tutta calabrese. Magari grazie alle amicizie maturate in decenni di attività non proprio alla luce del sole. Ribecco dice a Commisso che «questi di Roma sono amici miei ma nello stesso tempo sono amici vostri». Il capoclan di Siderno specifica: «Conosco amici i “vecchi”». Quando, nella conversazione, salta fuori il cognome dei proprietari, è tutto più chiaro: «Chi è il responsabile? Quello che è di sotto da noi?», chiede Commisso. «Giorgi», replica Ribecco. Gli investigatori riscontrano: la famiglia di San Luca possiede locali nella Capitale.
L’obiettivo è la filiera: vigneti, produzioni e commercializzazione restano tra “compari”. «A Roma ne hanno tre (di locali) – spiega l’uomo dei clan di Cutro –, poi di fronte proprio piazza Venezia c’è il cognato che tiene un bar, proprio a piazza Venezia, la piazza che è sempre con loro e quello caccia vino, caccia tutto». Nel bar «fanno aperitivi, fanno cose… una bottiglia di vino lo sai quanto la pagano nel bar. Una volta che andiamo là noi, dobbiamo dire solo a lui e basta, poi se la vede lui». Perché «gli arriva pure da giù il vino, glielo portano… me ne ha regalato a me una confezione di Roccella Jonica, ha tutti i tipi di vino».
Commisso ha le idee piuttosto chiare e un pallino per uno dei vitigni più celebri d’Italia: «A Roma va il Chianti e dato che noi il Chianti ce l’abbiamo, noi andiamo là. Portiamo questa bottiglia, mi pare che un paio di bottiglie ce l’ho pure a casa io… perché se noi riusciamo a entrare… perché pure qua uno la porta perché se riusciamo a entrare in 30 ristoranti tra qua e Roma da una parte all’altra, ci fanno l’ordine di 10 scatole la volta, 10 cartoni la volta». Da Roma a Ponte San Giovanni, dove Ribecco ha trovato un altro potenziale snodo della filiera: «È un siciliano, un amico mio, di Messina. Questo è arrivato qua nell’80, dopo si è sposato una perugina ma è pieno di soldi, fa il costruttore dove devo iniziare io a lavorare… se imbottiglia il vino noi andiamo e glielo portiamo, dico: questo è il vino, vedete voi. Gli facciamo il prezzo, giustamente…». Magari un prezzo di favore. Tutte le filiere iniziano così. (p.petrasso@corrierecal.it)







Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto