I cugini dei Grande Aracri e la cena per i voti a Oliverio

Secondo il racconto del collaboratore Giuseppe Giglio i fratelli De Luca nel 2014 avrebbero chiesto appoggio elettorale per l’attuale governatore. In cambio era stato promesso l’interessamento per realizzare un centro di accoglienza

di Alessia Truzzolillo
CATANZARO «Fine 2014 Oliverio si è presentato candidato regionale diciamo, per la presidenza regionale e De Luca stava raccogliendo i voti su richiesta anche della famiglia Grande Aracri».
È il 24 novembre 2017 e il sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Domenico Guarascio – che ha condotto l’indagine “Thomas” insieme al pm Paolo Sirleo – sta interrogando il collaboratore di giustizia Giuseppe Giglio, ex sodale del clan Grande Aracri di Cutro. L’argomento cade sui fratelli Giovanni e Salvatore De Luca, parenti dei boss della cosca Grande Aracri (definiti cugini).
Giovanni De Luca, racconta il pentito, gli avrebbe detto che se davano i voti a Oliverio avrebbero fatto contenti i suoi cugini, i fratelli Ernesto e Nicolino Grande Aracri, ai vertici della locale di Cutro. Giuseppe Giglio, che viveva in Emilia Romagna con la famiglia, pur avendo mantenuto la residenza a Cutro, per sé e i suoi, racconta di essere ripartito e di non avere votato ma la richiesta era stata estesa ai familiari e «anche ai ragazzi che lavoravano con me e quant’altro. Perché 10-15 voti in un posto…».
VOTI IN CAMBIO DI UN CENTRO PER PROFUGHI Rispetto alla richiesta di voto, inizialmente Giuseppe Giglio aveva risposto affermativamente perché gli avevano detto che «in cambio poteva darci una mano su qualcosa che avevamo bisogno e abbiamo parlato in quel momento e so che lui gliel’aveva anche accennato lì all’Oliverio (che non è indagato in questo procedimento, ndr), per quanto riguardava una autorizzazione per fare un centro per i profughi, per darci una mano diciamo». Il centro sarebbe dovuto sorgere nella struttura di un uomo di San Giovanni in Fiore il cui figlio lavorava insieme a Giovanni De Luca «nell’azienda di Vrenna». Oliverio, racconta Giglio, avrebbe promesso a quest’uomo che «come andava presidente gli avrebbe dato un posto, diciamo, quindi al papà non gli interessava la struttura per i profughi, però avrebbe messo a disposizione a me, al figlio e a Giovanni questa struttura che era già realizzata a San Giovanni in Fiore». Il pm gli chiede: «E quindi loro (riferendosi ai De Luca, ndr) le dissero che avevano parlato con Oliverio di questo?». «Si, si si. E Oliverio era ben felice di poterci dare una mano se fosse andato, diciamo, perché ancora non era stato eletto».
LA CENA PER RACCOGLIERE VOTI Il racconto di Giglio – che merita il riscontro degli investigatori – prosegue con la storia di una cena che si sarebbe dovuta svolgere nel ristorante di quest’ultimo. «Non le nascondo che doveva esserci una riunione nel mio ristorante per raccogliergli i voti lì all’Oliverio, ma poi io il giorno dopo gli ho detto che dovevo partire e quindi non c’ero. Gli avrei messo a disposizione comunque il ristorante», dice Giglio.
Alla cena, secondo il pentito, si sarebbe dovuto presentare Oliverio insieme a De Luca ma sull’evento il collaboratore non sa dare altre spiegazioni perché lui sarebbe dovuto ripartire e De Luca gli avrebbe detto «se non ci sei tu a me, ci sono i tuoi genitori, sembra male». Quello che Giglio ricorda è il periodo in cui i fatti si sono svolti – «fine 2014, il periodo delle votazioni». (a.truzzolillo@corrierecal.it)







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