Il “banco vuoto” di Dodò Gabriele. «Nelle scuole per tenere viva la memoria»

Sono passati 11 anni dal giorno della strage consumatasi sul campo di calcetto nella periferia di Crotone. I genitori del piccolo Dodò continuano a incontrare gli studenti di tutta Italia: «Ci piace pensare che la nostra storia possa ispirare le loro scelte. Oggi c’è bisogno di certezza della pena. Tutti le famiglie delle vittime dovrebbero avere verità e giustizia»

di Francesco Donnici
CROTONE
«Guarderai le stelle, la notte. È troppo piccolo da me perché ti possa mostrare dove si trova la mia stella. È meglio così. La mia stella sarà per te una delle stelle. Allora, tutte le stelle, ti piacerà guardarle. Tutte, saranno tue amiche».
Ritorna spesso questa frase, nel video di “Buon Compleanno” dedicato a Dodò Gabriele che i compagni di classe regalarono ai genitori, Giovanni e Francesca, per tenerne vivo il ricordo. Da allora non si sono mai fermati, proiettandolo nelle scuole di tutta Italia per raccontare la storia del loro “Piccolo Principe”.
Sono passati undici anni da quel tragico evento, tanti quanti ne aveva Dodò quando un proiettile lo ferì alla testa durante una partita al campo da calcetto in contrada Margherita, nella periferia nord di Crotone. Quel 25 giugno del 2009, la parte buona di una regione maledetta, dove secondo alcuni un bambino che tira calci ad un pallone si trovava «al posto sbagliato nel momento sbagliato», trattenne il fiato. Nel frattempo, all’ospedale “Pugliese Ciaccio” di Catanzaro – dove Dodò era stato trasferito dopo il ricovero d’urgenza a Crotone – Francesca Gabriele ogni giorno teneva stretta la mano del suo unico figlio: «Dicono che non poteva parlare e muoversi – racconterà – ma lui reagiva. Mi dava la mano e vedevo scorrere le lacrime. Gliele potevo asciugare».
Undici anni dopo, rivivono quel momento raccontandolo al Corriere della Calabria: «Gli ottantacinque giorni seguiti alla sparatoria, per noi sono stati un buio totale. Aspettavamo il miracolo che non è mai avvenuto. Da allora la nostra vita è cambiata in peggio, ma dobbiamo dire grazie alla città di Crotone e a tutta Italia perché in tanti sono venuti a bussare alla nostra porta che da allora abbiamo lasciata sempre aperta».
Ottantacinque sono stati i giorni che hanno separato quel momento dal 20 settembre 2009, quando finì il calvario del piccolo Dodò, che lasciò così vuoto il suo banco di scuola.
Giovanni e Francesca, con l’umiltà che li contraddistingue, regione dopo regione, raccontano la storia di un bambino cresciuto in terra di ‘ndrangheta per seminare la speranza che un domani, altri bambini come lui, diventino i germogli di un mondo nuovo: «Mentre raccontiamo la storia di Dodò, stando male, stiamo bene perché parliamo di lui, manteniamo viva la memoria. Quel racconto rimane loro impresso e ci piace pensare che li aiuti a scegliere da che parte stare».
«ABBIAMO BISOGNO DI CERTEZZA DELLA PENA» Era un giovedì. E il giovedì, il calcetto, per Giovanni e Domenico, era un appuntamento fisso. Il papà interista, il figlio juventino, accomunati da una passione universale. Come tanti bambini della sua età, anche Dodò toccava il pallone immaginandosi al fianco di Alex Del Piero e dei suoi idoli. Quel giorno, però, in quegli stessi campetti c’era Gabriele Marrazzo, vittima designata in un regolamento di conti tra ‘ndrine. Un’esecuzione che doveva essere esemplare affinché passasse chiaro il messaggio che quella zona era sotto il controllo del clan Tornicchio. Esecutori materiali sono Andrea Tornicchio, all’epoca dei fatti ventenne e Vincenzo Dattolo, 26enne. Nonostante la giovane età, non esitarono a compiere quello che l’allora Pubblico Ministero Curcio, della Dda di Catanzaro, nella sua ultima requisitoria definì «un atto di vera barbarie». Rimangono coinvolte nella sparatoria in tutto dieci persone, tra cui Dodò.
Una frazione di secondo lunga una vita si consuma davanti agli occhi del padre Giovanni quando lo vede accasciarsi a terra. La Procura apre fin da subito un fascicolo d’indagine che porterà all’arresto dei due esecutori e del presunto mandante, il boss Francesco Tornicchio, a circa un anno di distanza dall’accaduto. Il reato di strage viene stralciato dal fascicolo che vedeva pendente anche quello per associazione mafiosa e in primo grado arriva la condanna all’ergastolo per gli esecutori materiali, mentre viene assolto Francesco Tornicchio, che nell’estate del 2009 si trovava già nel carcere di Siano a Catanzaro. La sentenza diviene definitiva dopo la conferma in Cassazione nel maggio 2015, Giovanni Gabriele ricorda bene quel giorno: «Per noi non è stata comunque una vittoria, perché da Roma a Crotone siamo tornati sempre senza Dodò. Chi ha perso siamo noi, ma è giusto che chi sbaglia paghi. Quando andiamo nelle scuole diciamo sempre che è importante lottare, anche per importanti battaglie come quella per ottenere la certezza della pena». Anche per questo, come familiari di vittima innocente di mafia, i coniugi Gabriele non possono rimanere indifferenti di fronte alle recenti cronache sulle scarcerazioni dei boss: «Abbiamo seguito il caso di alcuni mafiosi che sono stati liberati e si sono spostati durante questa pandemia. Noi eravamo a Milano, dove abbiamo dovuto affrontare tutto il periodo di isolamento perché a differenza loro non ci è stato possibile spostarci. Lo Stato si deve prendere le sue responsabilità e l’unica lotta che mi piacerebbe vincere oggi è che arrivi una legge sulla certezza della pena». Sono ancora tanti – troppi – i familiari delle vittime innocenti di mafia che chiedono verità e giustizia: «Noi, come familiari, nella tragedia abbiamo avuto più fortuna di altri perché in soli 5 anni Domenico ha avuto giustizia e noi abbiamo conosciuto la verità».
L’INCONTRO CON DON CIOTTI Qualche mese dopo la morte di Dodò, a febbraio 2010, Francesca e Giovanni Gabriele ricevono la visita di Don Luigi Ciotti, presidente dell’associazione Libera: «Venne a casa nostra a febbraio. La prima cosa che mi ha domandato è dove fosse la stanzetta di Dodò. Appena entrato vide la maglia di Del Piero e disse che saremmo dovuti andare a Torino per conoscerlo». Dodò è juventino, nonostante il padre avesse più volte provato a fargli cambiare idea: «MI diceva che se avessi tifato la stessa squadra poi non ci sarebbe stato dialogo».
A distanza di pochi mesi dalla perdita, non se la sentivano di spostarsi da Crotone «ma don Luigi quando si mette in testa una cosa è difficile farlo desistere: disse che saremmo dovuti andare perché da lassù Dodò ci avrebbe sorriso quando avremmo dato la mano al suo idolo». E così è stato.
MOLTE COSE SONO CAMBIATE A CROTONE In questi 11 anni il volto della provincia di Crotone, anche grazie alle diverse inchieste volte a sradicare gli storici clan che nel frattempo si sono ramificati anche in altre regioni d’Italia e all’estero, è cambiato molto. «Secondo noi – dice Giovanni Gabriele – il cambiamento si nota dalla crescente partecipazione delle persone a qualsiasi iniziativa abbiamo fatto in memoria di Dodò. Anni fa la gente rimaneva più in disparte. Anno per anno le persone aumentano anche se a Crotone come in tutta la Calabria c’è sempre tanto da lavorare. Non bisogna arrendersi e secondo me, noi che stiamo dalla parte buona della società ogni anno aumentiamo sempre di più».
Quest’anno, l’emergenza sanitaria non ha permesso gli incontri nelle scuole e non si svolgerà il torneo in memoria di Dodò, “Liberi di Giocare”, organizzato in collaborazione con la Figc. Tuttavia – anche con la presenza di Angela Napoli in qualità di presidente dell’associazione “Risveglio ideale” che da anni è vicina ai coniugi Gabriele – si svolgerà una cerimonia simbolica nelle strutture sportive della città, illuminate dalla stella di Dodò. (redazione@corrierecal.it)





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