«Il giudice mi disse di non fare il nome di Filippone»

Il pentito Scriva nel processo ‘Ndrangheta stragista, ribadisce le parole dette dal magistrato Tuccio sul boss: «È amico di un mio amico di Reggio»

REGGIO CALABRIA Non è molto anziano, ha poco più di 70 anni, ma gli anni di carcere hanno passato fattura al pentito Pino Scriva, uno dei primi collaboratori di giustizia della storia della ‘ndrangheta. «Se si chiama ‘ndrangheta oggi è perché sono stato io a rivelare il nome», dice interrogato al processo ‘Ndrangheta stragista. Della storia dei clan calabresi è stato testimone diretto, o meglio l’ha scritta, insieme alla sua famiglia «che era parte dell’organizzazione fin dagli anni Cinquanta, anzi da prima perché io sono nato nel ’46 e appena nato mi hanno fatto giovane d’onore». Poi – racconta – «ho avuto il massimo grado della ‘ndrangheta. All’epoca era il medaglione».

ACQUISITI I VERBALI Oggi non vede bene, non sente bene e ricorda a fatica, dà in escandescenze quando non capisce le domande. Ma il suo patrimonio di conoscenze è già cristallizzato in innumerevoli verbali, ultimo quello del giugno 2014, «anche fonoregistrato», specifica il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo. Per questo le sue dichiarazioni, con il consenso delle difese, sono state acquisite agli atti del processo, nonostante le parti abbiano tentato comunque di chiedere a Scriva precisazioni e dettagli al riguardo, dribblando stanchezza e una memoria ormai compromessa dall’età.

ALBUM DI FAMIGLIA «In Calabria andavo dove volevo, non avevo bisogno che qualcuno mi mandasse», ricorda Scriva tornando con la memoria ad oltre 35 anni fa. Collabora con la giustizia dall’83 e da allora non ha avuto più contatti con l’organizzazione di cui ha fatto parte da capo. Tuttavia ha conosciuto ed era in rapporti con i massimi vertici presenti e passati della ‘ndrangheta della Piana. Conosceva e frequentava, dice, Umberto Bellocco, «che si era tatuato sulla fronte un asso di mazze ma poi lo ha cancellato», Nino Pesce “testuni”«che era servo di Peppe Piromalli, perché quello che diceva Piromalli lui faceva», don Mommo Piromalli «che aveva il massimo ruolo, quello che diceva lui veniva fatto e la sua parola valeva in Calabria, in Sicilia e altrove».

CUSTODE DI LATITANTI Ma nell’album di famiglia di Scriva c’era anche Rocco Filippone, imputato in ‘Ndrangheta stragista come mandante degli attentati ai carabinieri con cui la ‘ndrangheta ha certificato la propria partecipazione alla strategia degli attentati continentali, tramite cui mafie, settori dei servizi, della massoneria e dell’eversione nera puntavano a cambiare l’Italia. «Mio cugino Rocco Scriva – si legge nei verbali del 2014 oggi acquisiti agli atti – doveva appoggiarsi in un posto sicuro per trascorrere la latitanza. Per tale ragione mio padre Francesco Scriva, mi disse di portare mio cugino Rocco da Filippone. Questi aveva la disponibilità di una abitazione (non so se fosse sua o meno) nel comune di Anoia vicino a Melicucco». E non era l’unico ‘ndranghetista in fuga ad aver trovato riparo a casa di Filippone. «Anche Domenico Maesano e Giuseppe Rotolo di Rizziconi, compaesano del primo. Constatai la presenza di questi ultimi proprio accompagnando mio cugino in questa abitazione di Filippone».

«QUELLO CHE CHIEDEVO MI PROCURAVA» Anche il pentito ha goduto dell’ospitalità di Filippone. Dieci anni dopo aver accompagnato il cugino Rocco, per circa nove mesi ha trovato rifugio a casa del mammasantissima di Melicucco. «Lui stava là a farmi compagnia» dice in aula. Scriva è anziano e a volte confuso, a volte per farsi capire ricorre ad esempi o giri di parole. E per spiegare il rapporto con Filippone dice: «Se mi serviva un mitra, glielo dicevo e lui si interessava. Ma di armi non ho mai avuto bisogno perché ne avevamo di tutti i tipi». Altrimenti, Filippone si sarebbe messo a disposizione.

«L’AMICO DI UN MIO AMICO» Fin dall’83 Scriva ha riempito pagine e pagine di verbali. Ma nei primi, il nome di Filippone non si rintraccia. «Feci il suo nome indicandolo come ‘ndranghetista all’allora procuratore di Palmi, dottor Giuseppe Tuccio», oggi imputato nel maxiprocesso Gotha. «Quando questi sentì questo nome – si legge nei verbali del collaboratore – mi guardò e mi disse “Rocco Filippone è amico di un mio amico di Reggio Calabria”».

NOME SPARITO DAI VERBALI «Capii al volo – si legge nella trascrizione dell’interrogatorio del collaboratore – che Rocco Filippone poteva dormire sonni tranquilli ed in effetti non solo non è mai stato processato negli anni a seguire per reati associativi legati alla ‘ndrangheta, ma non fu scritto neanche il suo nome nel verbale redatto dal dottor Tuccio, in occasione dell’interrogatorio che io resi al predetto negli anni 1983-1984 presso la Caserma dei carabinieri di Tropea». Un dettaglio ribadito tra mille difficoltà di comunicazione oggi in udienza. «Il giudice – dice Scriva rispondendo quasi arrabbiato al procuratore Lombardo che tenta disperatamente di fargli comprendere le proprie domande – mi ha detto di non fare quel nome, lasciarlo stare». A tutela forse non solo di un singolo soggetto, ma di un sistema.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it





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