’Ndrangheta stragista, il «messaggio» di Riina ai calabresi

Nel processo in corso a Reggio la testimonianza di Umile Arturi, braccio destro del boss Franco Pino: «Si parlava di uccidere tre o quattro magistrati dell’antimafia, di portare pure qua la destabilizzazione dello Stato». Ma i capi delle ‘ndrine rifiutarono

REGGIO CALABRIA «I siciliani volevano il nostro appoggio per continuare in Calabria quello che si stava facendo in Sicilia. Si parlava di uccidere tre o quattro magistrati dell’antimafia. Il messaggio ai calabresi fu mandato dal defunto Totò Riina». Una vita da ombra del boss Franco Pino, interrotta dalla decisione di collaborare con la giustizia, Umile Arturi è un uomo che sa. «Dopo Franco Pino c’ero io, ero subito sotto», dice al procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo (foto) che lo ascolta come testimone al processo “’Ndrangheta stragista”, che ha svelato la partecipazione dei calabresi alla stagione degli attentati continentali, una delle fasi dell’articolata strategia eversiva con cui mafie, settori dei servizi, della massoneria e della galassia nera puntavano a instaurare un governo amico.

CONVOCAZIONE Un piano evolutosi nel corso del tempo e discusso in più riunioni durante le quali è stato affinato, definito, messo a punto. Ad una di queste era presente anche Arturi. «Ci aveva chiamati Luigi Mancuso» ma – sottolinea, rispondendo alle domande del procuratore – «lui era molto vicino a Pino Piromalli».

LA RIUNIONE Quel giorno, in un villaggio turistico di Nicotera, dice, «c’erano tutti. Oltre Mancuso e noi, c’erano Peppe Pesce, Pino Piromalli. i fratelli Farao di Cirò, Santo Carelli di Corigliano. C’era anche Coco Trovato, che all’epoca gestiva il Crimine in Lombardia, ma scendeva spesso in Calabria. Ma non ricordo tutti, c’erano decine e decine di persone. Era una riunione dei vertici della ‘ndrangheta, c’era quasi tutta la ‘ndrangheta calabrese». Che alla proposta di «portare pure qua la destabilizzazione dello Stato», ricorda Arturi, hanno detto no.

LA PROPOSTA DEI SICILIANI «I corleonesi avevano la presunzione di pensare di poter comandare l’Italia, una volta appoggiati da noi. Dicevano così». Ma nessuno fra i partecipanti alla riunione era convinto della tattica proposta. «Temevamo che i siciliani volessero fare una via e due servizi. Continuare con la loro strategia e nel frattempo spostare l’attenzione qua, in Calabria» spiega il pentito. L’affare non era per nulla conveniente, per questo – dice – tutti erano contrari. «Non ci fu neanche bisogno di votare», ricorda.

IL RIVOLUZIONARIO Unica voce fuori dal coro, quella di Franco Coco Trovato. «Ma lui – dice Arturi – era diverso da noi, rivoluzionario e se avesse trovato una sponda positiva forse avrebbe detto di sì». Ma considerato il clima, non si sarebbe mai schierato apertamente a favore della proposta. «Io però – dice Arturi – con il tempo ho imparato a conoscerlo. Per lui fare la rivoluzione sarebbe stata la cosa migliore».

FALSA POLITICA Ma ha tenuto, almeno in parte, a freno la lingua. Perché – come del resto la storia giudiziaria ha più volte dimostrato – i clan sono abituati a simulare e dissimulare anche all’interno della propria organizzazione. E i tre attentati costati la vita ai brigadieri Fava e Garofalo e il ferimento di altri quattro militari lo dimostrano.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it





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