Il rampollo del clan che controllava il territorio coi droni

Ecco i verbali di Emanuele Mancuso, il primo pentito della cosca di Limbadi. La rete per la produzione di marijuana e gli stratagemmi per eludere i controlli

VIBO VALENTIA Francesco Olivieri, il 31enne che nel maggio scorso ha seminato terrore e morte tra Limbadi e Nicotera e si è poi consegnato dopo una fuga di tre giorni, è stato tra i suoi “collaboratori” più fidati. “Cico” era bravissimo nelle cose pratiche, si occupava in particolare di pozzi, di impianti di irrigazione e di realizzare altre diavolerie per evitare che le forze dell’ordine scoprissero chi era a coltivare la marijuana tra il Monte Poro e la costa vibonese. Un giorno di metà luglio del 2015, però, “Cico” venne arrestato perché sorpreso tra le piantine di canapa. E quello che era all’epoca il suo “datore di lavoro” aveva mostrato in diretta quell’arresto al fratello Sandro, poi deceduto. La scena la guardarono insieme grazie alle immagini live trasmesse da un drone, il drone di Emanuele Mancuso. Le forze dell’ordine sapevano che il rampollo che dal giugno scorso è diventato il primo, storico pentito del casato di ‘ndrangheta di Limbadi e Nicotera, era solito usare quegli aggeggi. E qualche mese fa un drone è stato anche abbattuto dai carabinieri che si sono accorti (qui la notizia) che il piccolo velivolo stava sorvolando la zona in cui si trovavano dirigendosi poi in picchiata verso di loro. Se anche quello fosse telecomandato da Emanuele Mancuso non è dato saperlo, ma quel che è certo è che dall’inchiesta “Giardini segreti” – che ha colpito una rete dedita a un vasto traffico di marijuana coltivata nel Vibonese e smerciata all’ingrosso anche in Lazio e in Puglia – emerge come il collaboratore di giustizia 30enne avesse una competenza non comune nella produzione di stupefacenti.

UN PENTITO «CREDIBILE» Secondo il gip Paola Ciriaco, che ha firmato l’ordinanza cautelare emessa sulla scorta delle indagini portate avanti negli ultimi tre anni dalla Dda di Catanzaro e dalla Squadra mobile di Vibo, le dichiarazioni di Emanuele Mancuso – auto ed etero accusatorie – sono genuine, credibili, i suoi racconti sono precisi e ampiamente riscontrati, e sono arrivati nelle scorse settimane a confermare quanto gli inquirenti avevano già riscontrato autonomamente in indagini di cui il pentito non poteva conoscere i contenuti.
Lui, per gli inquirenti, era il capo e il promotore della rete che dal 2015 a oggi ha coltivato almeno 26mila piante di marijuana tra Nicotera, Joppolo e Capistrano, producendo e vendendo all’ingrosso a diversi pusher, non solo vibonesi, chili e chili di “erba” di qualità elevata. Per un giro di almeno 20 milioni di euro. E nelle carte dell’indagine ci sono anche diversi accenni alla cocaina che, probabilmente, porteranno ad ulteriori sviluppi investigativi.

I SEMI, COMPRATI DI GIORNO E RUBATI DI NOTTE Emanuele comincia a “cantare” il 18 giugno 2018. «Io mi sono sempre occupato della coltivazione in modo professionale – si legge nei primi verbali che vengono fuori dalla sua recentissima collaborazione con la giustizia – ed ho sviluppato delle competenze specifiche». Se si coltivano 10mila piante autofiorenti, che sono alte non più di 30-40 cm, il prodotto ottenuto – spiega Mancuso agli inquirenti – equivale a quello ricavato da circa 500 piante “grandi” (alte in media 1,50 metri). In genere – aggiunge – da una pianta autofiorente si ottengono 50 grammi di “erba”, mentre da quelle grandi se ne ricava mezzo chilo. Il pentito spiega anche con dovizia di particolari le proprietà dei vari tipi di pianta, le caratteristiche chimiche e le qualità del prodotto che si ottiene in base al luogo di coltivazione e al terreno.
Poi c’è il mercato dei semi, che ha portato al sequestro del sito web hempatia.com e della società che lo gestisce: «Un seme costava per me molto meno – racconta Mancuso – e guadagnavo sulla differenza di prezzo. Se il prezzo per 100 semi era di 350 euro per me – quale rivenditore – era di 174 euro più omaggi e spedizione gratis. Impiegavo il guadagno per acquistare ulteriori semi che avrei utilizzato per le mie piantagioni. In pratica compravo i semi che utilizzavo io con i soldi degli altri. Ricevevo un sacco di ordinativi di semi perché le persone avevano timore di subire controlli e acquistare i semi online».
Fino a pochi mesi fa Mancuso aveva comprato i semi solo online, ma a marzo di quest’anno è andato fino a Genova per acquistarli di persona al negozio di “Hempatia”. Prima c’è andato di giorno e ha comprato un bel po’ di semi, venduti con la scusa del “collezionismo”, per circa 7-8000 euro. Poi c’è tornato di notte, con tre suoi sodali, assieme ai quali ha forzato la saracinesca e ha rubato un ulteriore, ingente quantitativo di semi.

IL TUNNEL DI ACCESSO ALLA PIANTAGIONE Non mancano i dettagli sulla realizzazione delle serre, delle coltivazioni indoor e outdoor, e gli escamotage utilizzati per provare a beffare le forze dell’ordine. Appartiene a un casato che ha fatto la storia della ‘ndrangheta, Emanuele, ma è anche un 30enne spregiudicato che non disdegna di usare la tecnologia per i suoi scopi illeciti. Una delle piantagioni finite al centro dell’inchiesta, per esempio, era videosorvegliata, e lui si era «accorto è prima dell’arrivo della polizia, perché avevano tentato di entrare ma erano rimasti incastrati perché avevo chiuso con il cemento le vie d’accesso». In un altro caso, invece, lui e “Cico” erano riusciti ad occultare la via d’accesso a una coltivazione con un abile stratagemma: «I carabinieri – si legge nei verbali del pentito – non si resero conto di quale fosse l’accesso da cui noi arrivavamo alla piantagione perché Cico aveva creato un buco, o meglio una specie di tunnel, con una apertura coperta da una “porta” fatta di rovi e spine; che si estraeva quando dovevamo entrare ed era posizionata dietro le piante in modo tale che fosse impossibile vedere. Una volta entrata veniva riposizionata per chiudere l’accesso. Di solito non entra mai per primo il proprietario della piantagione: entra per primo sempre un altro soggetto, che lo coadiuva per evitare, in caso di scoperta, che vengano arrestati entrambi i soggetti che si interessano della piantagione». L’esistenza del “tunnel” si evince anche dalle foto scattate dalla Scientifica sul posto.

Sergio Pelaia
s.pelaia@corrierecal.it





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