Sprar calabresi contro Salvini. «Ci porta indietro di 20 anni»

La rete dei centri di accoglienza che potrebbero essere chiusi con il “decreto sicurezza” si ritrova a Cosenza: «Siamo criminalizzati. E Riace ne è un esempio» – VIDEO

COSENZA Il decreto sicurezza con in calce la firma del vicepremier leghista – eletto in Calabria – Matteo Salvini non piace a chi negli anni con il sistema di accoglienza ha lavorato. Comuni e non solo, che con gli Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) hanno permesso a migliaia di migranti arrivati in Italia il beneficio di un’accoglienza fatta secondo piccoli numeri e con alla base il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo. Ma se Salvini chiude i rubinetti dell’accoglienza, quindi anche degli Sprar, già molti migranti vagano in lungo e in largo nello Stivale per cercare nuova sistemazione, come successo già da qualche giorno a Vibo e provincia (lo abbiamo raccontato qui). A Piazza Loreto, a Cosenza, come in altre piazze italiane, centinaia di operatori, cittadini, migranti che hanno beneficiato dell’accoglienza in passato si sono radunati per chiedere a gran voce la sospensione del “decreto sicurezza” gialloverde. Parole che ritornano come quelle scritte dall’ispettore dell’immigrazione al congresso americano del 1912: «Vengono in 3 poi si ritrovano in 6», «parlano lingue diverse dalla nostra». E così, Cosenza accoglie l’invito contro «la barbarie neorazzista» radunando in piazza la società civile che sotto una sigla (come Legambiente) o senza vessilli fa sentire la sua voce di resistenza.

IL SISTEMA SPRAR Il perché l’iniziativa sia partita dagli Sprar nazionali lo spiega Giovanni Manoccio, referente dei centri Sprar in Calabria. «Si nega un sistema che è cresciuto negli anni: quello pubblico dell’accoglienza. Paragonare gli immigrati alle necessità di sicurezza è un’offesa». E una menzione Manoccio la riserva soprattutto alla Calabria. «Il nostro modo di lavorare è stato tra i più apprezzati in tutta Europa – spiega -. Su 28 Paesi europei, 20 hanno il riconoscimento umanitario simile all’Italia. Lasciare solo i minori accompagnati negli Sprar significa ritornare indietro di vent’anni quando ci prendevamo cura solo di 1000 persone. Oggi gli ospiti sono 34mila e la Calabria ne ha il 10%. Ma in Calabria il sistema pubblico ha più presenza rispetto alle prefetture». Solo in provincia di Cosenza i Comuni che beneficiano del sistema di finanziamento pubblico sono 40. «Il decreto sicurezza porta solo insicurezza agli italiani – spiega Ivan Papasso -. Il nostro è un sistema che garantisce l’integrazione piena nel territorio. Oggi gli Sprar vengono criminalizzati così come il sistema di accoglienza. Riace ne è un esempio».

APPLAUSI PER RIACE Solo applausi per Mimmo Lucano, il sindaco dell’accoglienza ormai diventato un simbolo contro quella che dai manifestanti è percepita come arroganza di governo. Gli attriti all’interno del sistema Sprar oggi appaiono più smussati. «Riace è nata come Sprar – aggiunge Manoccio – poi ha avuto una evoluzione strutturata in base a quella che è l’idea del suo primo cittadino. È logico che ciò che ha creato Lucano potrà andare avanti indipendentemente dai fondi statali, ha un’eco mediatica troppo importante, ma gli altri 113 sindaci della regione non possono mantenere i progetti senza gli aiuti di finanziamento pubblico». Vibo e i migranti alla stazione per gli operatori Sprar sono solo l’esempio di quello che succederà concretamente con il decreto Salvini. E ritornano i temi del caporalato, del business dei migranti stipati in baracche come quelle di San Ferdinando. «Si chiede maggiore sicurezza e paradossalmente si finanziano i sistemi prefettizi – conclude Manoccio – che sono un modello che non ha portato risultati accettabili».

Michele Presta
m.presta@corrierecal.it





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