Lucano a Reggio: «Ascoltato dopo i miei esposti»

Il sindaco (sospeso) di Riace ha avuto oltre tre ore di confronto col procuratore aggiunto Lombardo. Stretto riserbo sull’incontro. In passato l’amministrazione di Mimmo “u Curdu” era stata oggetto di minacce e intimidazioni

REGGIO CALABRIA «Non posso dire nulla, per favore non insistete». Dopo oltre tre ore di confronto con il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, Mimmo Lucano non si lascia sfuggire alcun dettaglio sul lungo colloquio appena avvenuto al sesto piano del Cedir.
LE “SOFFIATE” DEL FALDONE A raccontare che qualcosa è stato depositato e adesso è passato dagli archivi del sindaco sospeso di Riace ai tavoli della procura è il faldone giallo, vistosamente pieno e pesante quando Lucano è arrivato nel primo pomeriggio, vuoto o quasi ore dopo. Sul suo contenuto però Lucano tace. «È una faccenda delicata, non mi fate parlare» ripete più e più volte Lucano. In passato, il sindaco – oggi sospeso – di Riace ha ricevuto minacce e intimidazioni in momenti topici dell’attività amministrativa del Comune, ma non è dato sapere se anche quei delicatissimi momenti siano stati oggetto di discussione con il procuratore aggiunto Lombardo.

LA VERITA’ NEGLI ESPOSTI Assediato dai cronisti, Lucano si limita solo a confermare che il lungo colloquio con il procuratore si è concentrato su quanto in passato ha denunciato. «Sono stato ascoltato come testimone» specifica. «Avevo fatto degli esposti e sono stato ascoltato e di questo sono contento. Avevamo più volte sollecitato la procura di Reggio Calabria e adesso siamo stati ascoltati». In passato, da sindaco di Riace Lucano aveva presentato una serie di denunce ed esposti riguardanti sia vicende che in parte si intrecciano con la materia finita al centro dell’indagine di Locri, sia una serie di curiose anomalie e forse conflitti di interesse che avrebbero caratterizzato le ispezioni disposte dalla Prefettura, nonché le inspiegabili reticenze nel fornire i relativi documenti.

RETICENZE PREFETTIZIE Per lungo tempo, a Lucano è stata negata la possibilità di prendere visione della relazione stilata dagli ispettori prefettizi in seguito al controllo del gennaio 2017. Nel testo, si è scoperto mesi dopo, quando l’amministrazione di Riace è riuscita finalmente ad accedere alla relazione, vi era una valutazione assolutamente positiva e di segno totalmente opposto rispetto a quella stilata solo qualche mese prima da un’altra squadra di ispettori, da cui sono nati i guai giudiziari di Lucano e la procedura amministrativa che ha portato il Viminale a chiudere gli Sprar del paese dell’accoglienza.

RIACE (VOLUTAMENTE) INCOMPRESA «Non solo la prefettura, ma anche il ministero dell’Interno e il servizio centrale dello Sprar hanno visto Riace in maniera distorta. Chiunque sia venuto da noi – afferma Lucano –  ha avuto modo di vedere un’armonia sociale non facilmente riscontrabile altrove. Riace non era uno Sprar normale, era un progetto di comunità, in cui gli ospiti hanno contribuito al riscatto di quei territori».

MISSIONE FALLITA Ma se l’obiettivo era distruggere Riace e il suo messaggio, spiega Lucano, «sono arrivati troppo tardi». Perché Riace – dice con convinzione Lucano – «da tempo ha dimostrato che l’accoglienza è possibile e fa bene ai territori che la praticano». Ma il problema, sottolinea, è politico.  «Negli ultimi anni, a livello nazionale e internazionale si è cercato di far passare l’idea che immigrazione equivalga a un’invasione, a problemi di ordine pubblico, sanitari, di tutti i generi. Riace ha dimostrato concretamente che non è così, che il flusso dei migranti è stato una soluzione per il territorio. Per questo è stata vista come una punta avanzata dunque da abbattere».

NIENTE LACRIME DI COCCODRILLO Non solo dall’attuale governo, ci tiene a specificare, anche da quello che lo ha preceduto. «È inutile che l’ex ministro dell’Interno Minniti oggi dica “Io sto con Riace”, doveva fare qualcosa prima per Riace. Sarebbe potuto venire prima a controllare, a verificare se ci fosse qualcosa di anomalo o sbagliato, adesso le sue parole non hanno alcun senso».

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it







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