La beffa dei tirocinanti: “usati” dai Comuni e bocciati dal Tar

I progetti per i quali vengono assunti spesso si trasformano in “normale” lavoro d’ufficio. Ma quando chiedono il riconoscimento delle funzioni, i giudici respingono le istanze. Storia di un paradosso

COSENZA L’oro nero delle pubbliche amministrazioni sono i lavoratori da assumere con contratti di tirocinio. Non hanno costi per gli enti che ne fanno richiesta e lavorano con tutele che sono ben lontane da quelle dei loro colleghi assunti con un contratto regolare (ve lo abbiamo spiegato qui). Sono in tutte le pubbliche amministrazioni i lavoratori del “bacino”. Molti sono già formati, visti i loro trascorsi in aziende o enti (alcuni anche pubblici) che hanno abbassato la serranda. Preferiscono lavorare meno di 6 ore al giorno pur di non perdere il diritto al sussidio e peggio ancora dello “status” per poter essere tra i “professionisti” in cui comuni, prefetture, aziende ospedaliere e finanche i sindacati (oltre alle aziende private) possono pescare per ottenere forza lavoro. Rincorrono il sogno di essere stabilizzati, molti si affidano alla politica ma il meccanismo dei tirocini fondamentalmente accontenta tutti. Le sporadiche dichiarazioni politiche di voler mettere fine alle condizioni precarie dei lavoratori, poi, si scontrano con la scarsa disponibilità di mezzi giuridici ed economici per metterle in pratica. Infatti, se si spulcia tra i bilanci, nessuno del lungo elenco di enti che beneficiano dei lavoratori avrebbe la disponibilità economica per poter assumere in blocco un minimo di almeno 10 lavoratori. Basti considerare che un solo tirocinante costa 5 euro e 68 centesimi all’ora mentre un lavoratore dipendente, prendiamo ad esempio il livello più basso nella pubblica amministrazione, costa 16 euro e 50.

DA TIROCINANTE A LAVORATORE SUBORDINATO L’ente redige il piano del fabbisogno, la Regione Calabria pubblica i formulari, si partecipa alla manifestazione di interesse e – chiusa l’istruttoria – si pubblica la graduatoria di chi ha diritto ad avere il “contratto di lavoro”. Ognuno ha il suo compito. Tirocinio per le attività amministrative, tirocinio per la cura del verde pubblico, tirocinio per la manutenzione stradale. L’elenco è variegato. La stipula è sottoscritta, si stringe la mano al proprio tutor, ma nei fatti succede tutt’altro. Molti lavoratori arrivano alle dipendenze della Pa, ricevono gli ordini di servizio e, improvvisamente, del progetto pilota che li avrebbe dovuti formare non c’è più traccia. Per far fronte ai bisogni dell’ente e non lasciare inoccupata la mano d’opera, spesso gli ordini ricevuti dai “tirocinanti” eludono il progetto per il quale sono stati ingaggiati e negli anni passati, alcuni di loro hanno anche ricevuto il pagamento delle ore di lavoro straordinario.

NESSUN PUNTEGGIO PREFERENZIALE Ai tirocinanti ricevuti gli ordini di servizio converrebbe rispondere «non posso farlo», neanche dietro promessa di qualche euro di straordinario o di una corsia preferenziale nel caso in cui venga bandito un concorso. Ad Aprigliano, comune della Provincia di Cosenza, il castello di carte con in cima l’asso dell’assunzione è crollato prima su ordine della Provincia di Cosenza, poi su quello dei giudici del Tribunale amministrativo di Catanzaro. Per dare una possibilità ai tirocinanti dell’amministrazione, approvato il piano del fabbisogno triennale del personale, la giunta comunale con la deliberazione 11 del 10 marzo del 2016 aveva disposto di procedersi all’avviamento di selezione pubblica forti dell’articolo 16 della legge 56 del 1987. L’istruttoria è completata dalla formazione di una graduatoria fatta dal Centro per l’impiego di Cosenza che, tenendo conto delle indicazioni della giunta comunale, attribuì ai lavoratori che avevano prestato servizio all’ente un punteggio in più. A bando in totale c’erano 4 posti: due da esecutore tecnico, uno da esecutore amministrativo e uno da operatore specializzato; tutti impieghi a tempo indeterminato. I lavoratori, nonostante fossero dei tirocinanti, ritenevano di essere di fatto dei veri e propri lavoratori subordinati, forti degli ordini di servizio, dei pagamenti di straordinari e di tutta una serie di documenti che comprovavano la situazione di fatto tipica del lavoro subordinato. Tutto vero, ma quello che provavano i documenti non era quello per cui i lavoratori sostanzialmente stavano prestando il loro lavoro. Ragion per cui, fatti gli approfondimenti, la Provincia di Cosenza prima sospende in via cautelare il procedimento amministrativo e poi annulla l’istruttoria. A nulla è valso il ricorso al Tar dei lavoratori per tentare il tutto per tutto nei termini prescritti dalla legge. I giudici confermano la sospensione del procedimento e lasciano ai lavoratori il solo cruccio di poter tentare il ricorso al giudice del lavoro.

Michele Presta

m.presta@corrierecal.it







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