I “nodi” che strangolano la sanità privata

Ritardi nei pagamenti, un sistema perverso di saldo delle prestazioni e storture normative rischiano di mettere in ginocchio l’intero comparto socio-assistenziale. L’incontro con Cotticelli diventa fondamentale per il futuro del settore

CATANZARO Contraddizioni, storture, guerra di numeri. Con perenni ricorsi alla giustizia ordinaria e conseguenti sentenze, alcune anche disattese. La battaglia che si combatte sul campo della sanità e dell’assistenza socio-sanitaria privata in terra di Calabria sembra non contemplare prigionieri, ma soltanto vittime. Ad iniziare dai calabresi che quotidianamente si rivolgono alle strutture private in assenza di risposte dal pubblico.
Si tratta per lo più di pazienti con patologie gravi ed invalidanti che non trovano spazio alcuno nelle strutture pubbliche presenti in regione. E anche quelli che sono alla ricerca di servizi e assistenza spesso assente sul territorio: su tutti le cure riabilitative e di lunga degenza.
Ma a rimanere stritolate in questo sistema perverso ci sono soprattutto le strutture sanitarie e socio-sanitarie private: strette da un verso da un meccanismo che li porta a dover accogliere i pazienti calabresi – per questione di sopravvivenza e di dovere all’assistenza – e dall’altro a subire ritardi di pagamenti se non addirittura mancati riconoscimenti di crediti su prestazioni già eseguite.

IL QUADRO D’INSIEME Residenze sanitarie assistenziali, Case protette, Presidi di riabilitazione extra ospedaliera sparsi in giro per la Calabria garantiscono servizi all’incirca a cinquemila pazienti l’anno e offrono lavoro sicuro e stabile ad oltre cinquemila lavoratori tra personale, medico e non. Senza contare l’occupazione proveniente dall’indotto (come le imprese di lavanderia, di ristorazione etc… ).
Un mondo dunque che garantisce servizi e occupazione sul territorio ma che troppo spesso non riceve la giusta attenzione da parte della politica, ma soprattutto da parte dei Commissari ad acta per il Piano di rientro del debito sanitario che nel corso degli anni si sono succeduti. Anzi, nel tempo la situazione si è incancrenita costringendo molte strutture a chiudere o ad entrare in procedure fallimentari – allo stato attuale tre si trovano in concordato preventivo – prima di essere risucchiate da quanti hanno approfittato delle incertezze finanziarie dei più deboli per fare in Calabria shopping a basso prezzo.

QUOTA SOCIALE: QUESTA SCONOSCIUTA C’è un sistema di pagamento che pesa come un macigno sul presente e condiziona il futuro della sanità privata calabrese. E si basa su due pilastri: il saldo della quota sociale – che in Calabria dovrebbe essere a carico della Regione – e di quella sanitaria anch’essa di spettanza regionale. Ma entrambi registrano storture e ritardi con inevitabili ricadute sulle uniche strutture che garantiscono in Calabria sanità territoriale. In altre parole il fulcro portante dell’organizzazione sanitaria dato che permette di offrire servizi che evitano ricoveri impropri in ospedale (con costi quintuplicati), umanizzazione delle cure e sollievo importante per i familiari dei pazienti che presentano patologie gravi e non assistibili a domicilio.
Così avviene che in materia di quota sociale le strutture vantino crediti addirittura da 9 anni. Visto che – come denunciano la associazioni di categoria – tra il 2010 e il 2014 quella parte della retta, che sarebbe dovuta essere saldata dal Fondo sociale regionale, parzialmente non è stata pagata. Una cifra che si aggirerebbe tra i 10 e i 15 milioni di euro. Somme importanti non saldate per un gioco a “rimpiattino” tra Regione e Asp. L’una, chiamata comunque a coprire le esigenze delle Aziende sanitarie provinciali, e queste ultime obbligate da una sentenza della Cassazione a saldarne le spettanze.
Un gioco che è divenuto paradossale perché ora la Regione continua non soltanto a non pagare le prestazioni – proprio per quella sentenza – ma ha addirittura avviato azioni di recupero per quelle somme che erano già state erogate alle strutture.

GLI ETERNI RITARDI Un problema che si somma all’atavico dramma dei ritardi nei pagamenti che si registrano in Calabria in materia di prestazioni private socio-assistenziali e sanitarie. La norma introdotta dal decreto legislativo n.23 del 2002 che prevede l’obbligo da parte della pubblica amministrazione di pagare le fatture entro 60 giorni, infatti, in questo settore resta “lettera morta”. Stando ai dati delle associazioni di categoria, emerge che mediamente in Calabria trascorrono sei mesi per saldare una fattura. Si tratta di somme decisamente alte (attorno ai 40 milioni di euro) che restano “appese” per 180 giorni scatenando un meccanismo infernale: le imprese sono costrette a ricorrere a forme di indebitamento per poter onorare pagamenti obbligatori (come quelli dovuti all’Erario o all’Inps) ed evitare anche il blocco del Durc necessario a proseguire la propria attività. E l’aggravio dei costi sia per le aziende costrette a pagare interessi al sistema creditizio ma anche al Sistema sanitario regionale che è obbligato dalla norma del 2002 a sommare a capitale la quota dovuta per gli interessi legali maturati.

BUDGET RISICATI E TAGLI ALLE PRESTAZIONI E l’odissea per le imprese che operano nel settore non finisce qui. C’è ad esempio l’abitudine delle Asp a chiedere prestazioni alle strutture private nonostante spesso il loro budget dell’anno solare sia già finito. Uno stratagemma che finisce per ricadere sulle spalle degli imprenditori del settore che continuano a garantire le prestazioni ad utenti regolarmente autorizzati al trattamento dalle Aziende sanitarie – che hanno riconosciuto «l’appropriatezza e l’inderogabilità dei ricoveri» – per poi sentirsi dire, a prestazione erogata, che non potevano essere remunerate perché il budget era finito.
Un modus operandi che spinge a porsi più di una domanda: perché le Asp hanno autorizzato i ricoveri? Le strutture potevano rifiutare di ricoverare un utente con tanto di autorizzazione dell’Asp? Il diritto alla salute sancito dalla Costituzione chi lo avrebbe violato?
Stiamo parlando di prestazioni per la non autosufficienza che rientrano nei Livelli essenziali di assistenza per i quali la Regione Calabria risulta da sempre inadempiente (l’ultimo dato la pone in fondo alla classifica italiana), per come certificato ad ogni verbale del Tavolo Massicci prima ed Adduce oggi. Con liste di attesa impressionanti che si abbattono esclusivamente perché, considerata l’età media dei richiedenti e la gravità delle patologie, i pazienti muoiono prima dell’agognato ricovero.
Ed in tutto questo cosa fa la Regione Calabria? Ogni anno acquista un numero inferiore di servizi, inseguendo numericamente un equilibrio di bilancio che non tiene conto della tipologia di prestazioni, rivolte ai cittadini più fragili. Con un aggravante in più: la base del fabbisogno stimato è legato a dati Istat del 2013 e non quelli del 2018 dai quali risulta l’assoluta insufficienza dei posti letto attivati in Calabria in materia. Sarebbe bastato, invece, far acquistare alle Asp tutti i posti letto accreditati nelle strutture e non affidarsi a un sistema lasciato alla discrezionalità della singola azienda (con un tasso che varia tra il 60 e il 90%) per lenire in qualche modo la cronica carenza e diminuire le liste di attesa.
Così come non si spiega il ritardo abissale nell’assegnare alle stesse strutture le prestazioni semiresidenziali e domiciliari, per come si era impegnato l’ex commissario ad Acta, Massimo Scura, con il Dca numero 118/2018. Un decreto nato per andare incontro al taglio delle prestazioni residenziali previsto dallo stesso Scura che avrebbe portato alla conseguente riduzione del personale. Le imprese si erano impegnate a non procedere a licenziamenti proprio alla luce di quel provvedimento che avrebbe dovuto assegnare, appunto, prestazioni domiciliari e semiresidenziali alle stesse strutture utili a ricollocare il personale in esubero alla luce della diminuzione delle prestazioni residenziali acquistate.

LE ASPETTATIVE SUL VERTICE CON COTTARELLI Le organizzazioni di categoria hanno più volte non solo denunciato queste “anomalie” che mettono a repentaglio la loro stessa sopravvivenza, ma hanno anche offerto la più ampia collaborazione alle strutture commissariali per cercare di trovare soluzioni adeguate e condivise. Per questo c’è tanta attesa tra i rappresentanti di Uneba, Aiop, Anaste, Aris e Agidae (sigle che rappresentano praticamente la totalità delle strutture socio-sanitarie e sanitarie presenti in Calabria) per l’incontro fissato mercoledì pomeriggio alla Cittadella con il commissario al Piano di rientro Saverio Cotticelli. In questa occasione presenteranno al massimo responsabile della Sanità calabrese un quadro completo della situazione che interessa un comparto così importante per garantire servizi essenziali per i cittadini calabresi. E sperano che sia anche la volta buona per iniziare a percorrere una strada nuova in tema di assistenza sanitaria.

Roberto De Santo
r.desanto@corrierecal.it







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