Così la ‘ndrangheta “mangiava” le aziende in Veneto: 33 arresti – NOMI E VIDEO

L’operazione “Camaleonte” è il più grosso colpo inferto ai clan del Nordest. I legami dei Grande Aracri con gli imprenditori veneti

PADOVA Vasta operazione contro la ‘ndrangheta in Veneto, dove i carabinieri di Padova e la guardia di Finanza di Venezia hanno eseguito 33 misure di custodia cautelare. L’operazione, denominata “Camaleonte”, è coordinata dalla Procura distrettuale antimafia di Venezia e rappresenta il più grosso colpo contro i clan del Nordest.
Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso finalizzata al riciclaggio, usura, sequestro di persona, estorsione e emissione di fatture inesistenti. Il clan che operava in Veneto è, per gli investigatori, la ‘ndrina Grande Aracri, che “nasce” a Cutro,  e ha propaggini al nord, in Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia e all’estero in Germania. I membri di spicco sono Nicolino Grande Aracri (1959), detto Il professore o Mano di gomma, capobastone arrestato con dote di “Crimine internazionale” ricevuta da Antonio Pelle e referente per il crotonese succeduto ad Antonio Ciampà, nonché capo crimine della Calabria centro-settentrionale.

I NUMERI DEL BLITZ 33 arresti, oltre otto milioni di euro di danno stimato tra riciclaggio di denaro sporco e illeciti fiscali, altri venti milioni di sequestri e un sistema di connivenza con l’imprenditoria locale: da Padova a Venezia, Treviso e Vicenza. Il procuratore Bruno Cherchi, a poche ore dal blitz di carabinieri e guardia di finanza parla di «struttura amministrativa, politica e sociale veneta diversa dal resto d’Italia» e specifica come qui «esistano gli stimoli per contrastare il fenomeno», ma al tempo stesso ribadisce: «La mera repressione non basta mai, ci sono gravi indizi di penetrazione e stabilità della criminalità organizzata in Veneto».

COSÌ AGIVA IL CLAN Le forze dell’ordine seguono le tracce del clan dal 2015 e in quattro anni hanno potuto ricostruire nel dettaglio il sistema usato per incunearsi negli angoli bui dell’imprenditoria locale: si inizia con un aiuto economico, con tanto di tasso di interesse che può arrivare al 300 per cento. Poi si prosegue con minacce e violenza fisica. E l’azienda si popola di membri del clan: dipendenti o manager a seconda dei casì, fino a estromettere i legittimi proprietari. A quel punto, quando l’azienda entra nell’orbita della cosca, viene utilizzata per riciclare denaro sporco e produrre fatturazioni false. Inutile aggiungere come in poco tempo siano stati istituiti diversi «fondi neri» a cui i criminali potevano accedere per i propri bisogni. Tutto questo era possibile grazie ad una serie di società «cartiere» specializzate nel falso documentale, ma anche a causa della connivenza di una vasta platea di imprenditori e intermediari veneti a cui la cosca consegnava periodicamente grosse somme. Si ripulivano i soldi, si risultava in attivo con il fisco e si poteva pure contare su un «tesoretto» non tracciato per ogni evenienza.

I LEGAMI CON GLI IMPRENDITORI VENETI I componenti della cosca avvicinavano gli imprenditori e si insinuavano nelle aziende attraverso prestiti e taglieggio, fino ad impossessarsi delle aziende stesse, controllandole dall’interno, mettendo in atto anche operazioni di riciclaggio. In alcuni casi questo avveniva con la connivenza degli imprenditori.
Il procuratore capo ha sottolineato che questa operazione accerta la presenza delle cosche sul territorio. L’obiettivo della criminalità organizzata era riciclare denaro e acquisire capacità di ricchezza. Alcune attività sono state aggredite “fisicamente”: dopo un primo approccio, come soci, amministratori o dipendenti, i componenti dei clan passavano ai prestiti usurai agli imprenditori, specie quando gli imprenditori tentavano di uscire dal giogo delle pressioni mafiose. Da qui la reazione dei malavitosi che hanno messo in atto anche aggressioni fisiche nei confronti degli imprenditori. Alcuni imprenditori, invece, hanno avallato le false fatturazioni per evadere il fisco e anche a fini personali.

PROCURATORE CHERCHI: «PRESENZA STABILE DEI CLAN» «In Veneto non si può più parlare di infiltrazioni delle mafie ma di una presenza, una realtà che però è controllabile grazie al solido tessuto sociale». Lo ha detto il  procuratore di Venezia Bruno Cherchi, dopo il blitz contro la ‘ndrangheta compiuto da carabinieri e Guardia di finanza. Secondo Cherchi, alla luce delle ultime inchieste che hanno portato oltre 100 arresti in Veneto per criminalità organizzata «non si può più parlare di presenze a livello locale ma di un quadro di riferimento con struttura regionale».
Un riferimento che oltre alle organizzazioni malavitose calabresi comprende anche mafie, come la camorra, oggetto dell’inchiesta portata a termine il mese scorso nel veneziano.
Di contro, per Cherchi «c’è la sostanziale forza del territorio, sia sul fronte amministrativo che imprenditoriale, che offre stimoli per controllare il fenomeno». «Le ultime attività di rilievo – ha aggiunto – dimostrano la capacità di reagire ad una attività mafiosa, nelle varie declinazioni, che può essere contrastata».

I NOMI DEGLI ARRESTATI
In carcere
Adriano Biasion
Gaetano Blasco
Francesco Bolognino
Michele Bolognino
Sergio Bolognino
Donato Agostino Clausi
Vito Gianni Floro
Leonardo Lovo
Giuseppe Richichi
Francesco Scida
Pasquale Scida
Federico Semenzato
Mario Vulcano

Ai domiciliari
Antonio Brugnano
Marco Carretti
Angelino Crispino
Tobia De Antoni
Giuseppe De Luca
Rocco Devona
Salvatore Innocenti
Sergio Lonetti
Antonio Genesio Mangone
Vincenzo Marchio
Antonio Mazzei
Mario Megna
Domenico Nardella
Domenico Pace

Obbligo di presentazione
Francesco Agostino
Idriz Ahmetaj
Antonio Carvelli
Luca De Zanetti
Emanuel Levorato
Stefano Marzano

Divieto di esercitare impresa per 12 mesi
Adrian Arcana
Eugen Arcana
Ferdinando Carraro
Federico Schiavon
Ilir Shala
Loris Zaniolo







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