L’omicidio “preventivo” del giudice Scopelliti e i canali calabresi

Al processo “‘Ndrangheta stragista” parla il pentito Brusca e svela nuovi particolari dell’omicidio del giudice calabrese

di Alessia Candito
REGGIO CALABRIA «L’omicidio del giudice Scopelliti fu un gesto preventivo che aveva più significati: l’obiettivo era agganciarlo attraverso soggetti calabresi, per tentare di avere una relazione positiva di favore». Si compone anche nelle aule dibattimentali il mosaico che fa da sfondo all’omicidio del giudice Scopelliti. A 24 ore dal conferimento ai periti chiamati ad esaminare armi e proiettili probabilmente utilizzati per ammazzare il giudice, così come i contenitori che per oltre 20 anni li hanno custoditi, dal processo “’Ndrangheta stragista” arrivano nuovi elementi. E potrebbero far tremare i 18 indagati (ve lo abbiamo raccontato qui) che fra l’11 e il 12 marzo hanno ricevuto l’avviso di garanzia e il cui Dna sarà confrontato con eventuali tracce rinvenute su quanto rinvenuto su indicazione del pentito Maurizio Avola.

LE VERITA’ DI BRUSCA La voce è quella autorevole di un altro pentito di rango. Sul banco dei testimoni, il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, che coordina anche l’inchiesta sul giudice Scopelliti, ha chiamato Giovanni Brusca. Killer reo confesso di un centinaio di omicidi, assassino del piccolo Giuseppe Di Matteo strangolato e sciolto nell’acido perché figlio di un pentito che doveva tacere, noto alle cronache per aver spinto il telecomando che ha fatto esplodere la carica di tritolo che ha trucidato Giovanni Falcone e la sua scorta, Brusca è uno che sa. Aveva accesso ai massimi circuiti dei clan siciliani dell’epoca ed ha avuto accesso a informazioni assai riservate in un periodo delicatissimo per tutte le mafie.

LE CONFIDENZE DI RIINA Per questo le sue dichiarazioni vengono prese assai in considerazione ed hanno un peso. Anche per quel che riguarda l’omicidio Scopelliti. Una questione tanto strategica e riservata – racconta in aula, incalzato dalle domande dell’accusa – da non esser mai stata discussa nello specifico, quanto meno in sua presenza. Ma Brusca sapeva. E a confidarglielo è stato lo stesso Riina. Sarebbe stato lui – racconta – a spiegargli che quello del giudice doveva essere un «omicidio preventivo» ma anche «un monito per chi prendeva il posto di Scopelliti», offertosi per rappresentare l’accusa nel maxiprocesso contro il gotha dei clan siciliani, all’epoca arrivato in Cassazione.

IL “MAXI” PROBLEMA Un problema non da poco per i boss dell’epoca, non solo tutti già condannati a pene pesantissime, ma in quel periodo anche detenuti. Un esito sfavorevole li avrebbe confinati dietro le sbarre per sempre. Per questo, oltre al sangue – racconta Brusca – è stata tentata la strada della trattativa. E i canali erano sempre calabresi. Il primo, dice il pentito, è passato attraverso don Stilo, prete-padrone di Africo, morto senza condanne ma da più parti indicato come elemento di massimo vertice per le mafie tutte. E non solo.

L’OMBRA DI DON STILO Nella sua scuola santuario – hanno raccontato i collaboratori – molti latitanti, incluso Riina, avrebbero trovato asilo e da lui in visita, per sua stessa ammissione si è recato anche un vecchio arnese dei servizi come Francesco Pazienza. Di certo, spiega Brusca, fra i clan siciliani aveva amicizie di rango, «come Antonio Salamone, ex capo mandamento di San Giuseppe Jato». Anche in virtù di questo è stato contattato. Il pentito lo sa perché è stato lui ad occuparsi personalmente di presentare la richiesta dei boss siciliani. «Don Stilo – ricorda – lo incontrai a Roma, in occasione di quel tentativo di aggiustamento in Cassazione. Lui andò a parlare con un soggetto, un avvocato, ma non poté fare nulla di particolare. Ricordo che eravamo io e mio fratello».

L’AVVOCATO DEI CLAN Un altro tentativo – aggiunge – sarebbe stato fatto tramite l’avvocato «Lupis o Lapis, che operava a Reggio Calabria, in quanto aveva contatti in Cassazione». Tutte strade calabresi perché «i nostri contatti non erano andati a buon fine e loro avevano agganci a livello politico e giudiziario». Una prova – ulteriore – non solo dei lunghi tentacoli massonici che permettevano all’èlite della ‘ndrangheta di governare la giustizia a proprio favore, ma anche degli indissolubili, strutturati e saldi rapporti fra mafia siciliana e calabrese, in grado di agire e muoversi come “Cosa unica”. (a.candito@corrierecal.it)







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