La storia dei Piscopisani, dal vecchio “locale” ai giovani dal «grilletto facile»

Il pentito Raffaele Moscato racconta la genesi e l’evoluzione della cosca che puntava a scalzare i Mancuso da Vibo. Le alleanze con i vibonesi che non volevano sottostare al clan di Limbadi e i legami con San Luca: «La mamma è sempre là»

di Sergio Pelaia
VIBO VALENTIA È stato battezzato a Natale del 2010 come «picciotto», quindi non ha assistito di persona alla creazione del nuovo “locale” di Piscopio avvenuta un anno prima della sua affiliazione. Ma Raffaele Moscato di cose ne sa, perché nel clan dei Piscopisani ha subito scalato le gerarchie, diventando «camorrista e sgarrista» nel giugno del 2012 e poi acquisendo le doti della «santa» e del «vangelo» nei due anni successivi. Condannato in via definitiva per l’omicidio del boss Fortunato Patania, Moscato si è pentito nel 2015, quando aveva ancora 28 anni, e da allora ha riempito molti verbali raccontando tra le altre cose il suo ingresso nel clan che voleva scalzare i Mancuso dal business criminale di Vibo città e delle “marinate”. Era un clan di giovani spietati, quello dei Piscopisani, gente temuta «da tutti», perché tutti sapevano che «avevano il grilletto facile».

IL VECCHIO LOCALE Moscato, come si legge nelle carte dell’operazione “Rimpiazzo” che ha portato a 31 arresti (qui la ricostruzione degli inquirenti), racconta al pm Camillo Falvo che a Piscopio, frazione alle porte di Vibo, c’era già un vecchio locale di cui era stato reggente Francesco D’Angelo detto “Ciccio A Mmaculata”, che sarebbe comunque rimasto a disposizione del nuovo gruppo anche dopo aver deciso di ritirarsi. Nel vecchio locale c’era anche, secondo il pentito, Domenico La Bella detto “Micu u revolver”, padre di Benito, che è uno degli arrestati di oggi. Mentre il vecchio capobastone sarebbe stato Michele Giuseppe Piperno, “u tanguni”.
I ruoli di D’Angelo, Piperno e La Bella sono stati confermati agli inquirenti anche da un altro pentito vibonese, Andrea Mantella, che aggiunge come del vecchio locale, attivo negli anni ’80 e ’90 e poi chiuso, a suo dire facessero parte anche Pino Fiorillo (padre di Michele) e Fiore Giamborino, zio dell’ex consigliere regionale Pietro Giamborino.

I NUOVI CAPI Il “nuovo” locale di ‘ndrangheta di Piscopio è invece stato fondato, tra il 2009 e il 2010, da Rosario Battaglia, Michele Fiorillo e Rosario Fiorillo. Il caposocietà sarebbe stato Salvatore Giuseppe Galati, Nazzareno Fiorillo (“Tartatro”) era il capolocale e Michele Fiorillo (“Zarrillo”), che secondo Mantella sarebbe stato «la mente» del clan, era il contabile. Ma le decisioni più importanti, secondo il pentito, venivano prese da Rosario Fiorillo, Rosario Battaglia e Nazzareno Fiorillo. Giuseppe D’Angelo «era il punteruolo» e Rosario Battaglia «il mastro di giornata»

IL LEGAME CON SAN LUCA E L’AIUTO DAL PIEMONTE «La mamma è sempre là». Così Moscato spiega ai pm della Dda di Catanzaro come i Piscopisani «sin dalle origini» rispondessero a Reggio Calabria, perché è da lì che deve arrivare «il benestare per aprire un locale». «In particolare – spiega il pentito – il nostro riferimento era la famiglia di Pelle Gambazza», ma tra i più vicini c’erano anche Rocco Aquino e Peppe Commisso detto “il mastro”. Lo stesso figlio di “Peppe Gambazza”, Sebastiano, sarebbe stato presente, in rappresentanza del padre, al matrimonio di “Zarrillo”. E quando molti dei riferimenti reggini del clan vennero arrestati con le operazioni “Crimine” e “Minotauro” alcune proposte di aiuto arrivarono anche dal Piemonte, in particolare da Franco D’Onofrio, che per la guerra con i Patania avrebbe messo a disposizione del clan anche un bazooka. «Tuttavia Rosario Battaglia – racconta Moscato – rifiutava tale offerta perché riteneva di poter risolvere la vicenda autonomamente».

L’ALLEANZA CONTRO I MANCUSO Tutti «i malandrini», spiega Moscato, sapevano che «il locale di Piscopio era riconosciuto da San Luca», ma nel Vibonese le cosche con cui c’erano buoni rapporti erano quelle dei Bonavota di Sant’Onofrio, con cui si era cercato di stringere un’alleanza in chiave anti Mancuso, e i Tripodi di Vibo Marina. Questi ultimi, pur essendo storicamente ritenuti vicini al clan egemone di Limbadi, erano in realtà, almeno intorno al 2010, «una cosa sola» con i Piscopisani. E con loro avrebbero stretto un accordo per conquistare il controllo su Vibo città e sulle frazioni marine, mentre ai Bonavota dovevano andare i territori, oltre che del loro feudo di Sant’Onofrio, anche di Maierato e di Pizzo. A condividere l’insofferenza verso lo strapotere dei Mancuso, secondo Mantella, sarebbero stati anche i clan Emanuele di Gerocarne e Vallelunga di Serra San Bruno. (s.pelaia@corrierecal.it)







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