Morire di ‘ndrangheta, il pentito parla del destino di Tita e Concetta

Le dichiarazioni di Raffaele Moscato sull’avvelenamento della moglie di Pantaleone Mancuso e di Cacciola. Il collaboratore di giustizia mette in relazione le “somiglianze” tra le due morti e riferisce le voci che circolavano negli ambienti criminali

LAMEZIA TERME Accomunate da un destino terribile. E legate da un filo di sangue che dal Vibonese arriva nella Piana di Gioia Tauro. Santa (“Tita”) Buccafusca e Maria Concetta Cacciola erano due giovani mamme che avevano vissuto in contesti di ‘ndrangheta e che probabilmente avrebbero voluto una vita diversa per i loro figli. Buccafusca era la moglie di Pantaleone “Scarpuni” Mancuso, considerato un boss dell’ala militare del casato mafioso di Limbadi. Cacciola apparteneva a una famiglia legata al clan Bellocco di Rosarno. Entrambe, poco più che trentenni, sono morte tra la primavera e l’estate del 2011 dopo aver ingerito acido muriatico, ma sul loro destino da anni aleggiano ombre inquietanti finora mai diradate.
Delle morti di Tita e Concetta parla anche il pentito Raffaele Moscato, ex componente della “società maggiore” di Piscopio (frazione alle porte di Vibo) che da quando – nel 2015 – ha deciso di collaborare con la giustizia ha riempito molti verbali ricostruendo omicidi e legami inconfessabili dei clan vibonesi (qui alcuni dettagli). Molte delle sue dichiarazioni sono ancora segrete perché evidentemente costituiscono materiale su cui gli inquirenti coordinati dalla Dda di Catanzaro stanno indagando a fondo. Ma Moscato fa comunque un ragionamento su quelle due morti così somiglianti che risulta tanto semplice quanto disarmante.
Il pentito spiega di aver visto Tita Buccafusca una sola volta al funerale di Michele Palumbo, un assicuratore ucciso nel marzo del 2010 che secondo gli investigatori sarebbe stato un uomo di “Scarpuni” nelle frazioni marine di Vibo. L’ex Piscopisano mette subito in relazione il destino di Buccafusca con quello di Cacciola facendo notare che entrambe avrebbero voluto collaborare con la giustizia per l’amore dei loro figli. Ed entrambe sono poi morte avvelenate. Non si sono sparate né impiccate, fa notare Moscato, una cosa che appare strana agli occhi di uno ‘ndranghetista pentito perché quell’amore verso i figli che le avrebbe mosse sarebbe stato contraddetto dal fatto che la conseguenza del suicidio sarebbe stata proprio quella di lasciare i loro piccoli da soli in balia degli ambienti criminali in cui sarebbero cresciuti. E proprio in quegli ambienti criminali, secondo Moscato, si diceva, in particolare sulla morte di Buccafusca, che non si era suicidata ma che era stata ammazzata per impedirle di parlare. Moscato dice anche da chi. Le sue successive dichiarazioni sono coperte da omissis e forse serviranno a fare luce su una tragedia tuttora avvolta dal mistero. (spel)







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