L’abbraccio di Catanzaro a Gina e Lorenza, le “signore libertà”

L’Anpi rende omaggio alla Borellini, partigiana modenese protagonista di tante battaglie, e festeggia la Rozzi, che lancia un appello: «Oggi abbiamo tutti il dovere di impegnarci»

di Maria Rita Galati
CATANZARO
  Il fiore del partigiano ha il profumo della libertà, ad un passo dall’estate che nel 1946 consegnò all’Italia la Repubblica, anche grazie al voto delle donne che il 2 giugno di quell’anno per la prima volta potevano esprimere la propria posizione nell’urna. Avevano versato tante lacrime e tanto sangue nella lotta per la liberazione dal nazi-fascismo, un tributo di dolore e sacrificio, un alta forma d’amore, che il Paese riconosceva anche così. «Libertà e democrazia non sono compatibili con chi alimenta i conflitti», dice il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel giorno del 73esimo compleanno della Repubblica, quando il tema dedicato alla storica parata è quello contestatissimo dell’inclusione. Per il Comitato provinciale di Catanzaro dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia celebrare la Festa della Repubblica, ricordare le donne e gli uomini che hanno combattuto per la democrazia e la libertà, non solo è un dovere civico ma è una opportunità di rilanciare la Resistenza moderna alla barbarie dei valori e dei sentimenti, quelli che si dimenticano lasciando morire bambini in mare, quelli che escludono e non includono, quelli che seppelliscono l’umanità e la solidarietà sotto una montagna di indifferenza ed egoismo. Alla vigilia del 2 giugno, l’Anpi di Catanzaro festeggia in maniera speciale al Caffè delle Arti nel Centro Polivalente per i Giovani di Via Fontana Vecchia, nel cuore di Catanzaro, non solo ricordando la staffetta partigiana Gina Borellini, medaglia al valore civile, cittadina modenese fra 21 donne ad entrare nella Camera dei Deputati nel 1948 e fra le fondatrici principali dell’Udi – Unione Donne in Italia. La festa diventa più bella e toccante con la testimonianza di Lorenza Rozzi, unica donna nel Comitato d’onore dell’Anpi, originaria di Reggio Emilia che ha scelto Catanzaro come città di adozione dove ha vissuto ed esercitato la propria professione di infermiera diventando parte attiva della comunità, fulgido esempio di altruismo e generosità. Si parte, quindi, dalla proiezione del docu-film realizzato in collaborazione con il Centro Documentazione Donne di Modena, dedicato a Gina Borellini dal titolo “Vorrei dire ai giovani… Gina Borellini, un’eredità di tutti” curato nella regia da Francesco Zarzana, alla presenza della giovane musicista catanzarese, Chiara Troiano, che ha composto le musiche inedite per il film. «Non c’era modo migliore di festeggiare la Festa della Repubblica che riproporre la proiezione di questo docufilm – ha sottolineato Mario Vallone dopo la fine della proiezione – La vita di Gina Borellini dimostra, oggi più che mai, che dobbiamo andare avanti senza arrenderci alla barbarie che ci sta inondando». Gesti, sorrisi e soprattutto umiltà ed esempio nelle immagini in bianco e nero incastonate nella storia di una donna, mamma e moglie, donna amica delle donne, scomparsa nel 2007. Subito dopo l’armistizio, la Borellini s’impegnò prima prestando aiuto ai militari sbandati, poi come staffetta e partigiana combattente nelle formazioni del Modenese. Catturata col marito, Antichiaro Martini fu atrocemente torturata. Per tre volte portata di fronte al plotone d’esecuzione, non dimostrò mai il minimo cedimento. Quando i fascisti la rilasciarono, rinunciò a mettersi al sicuro per restare vicina al marito prigioniero; quando questi fu fucilato, la Borellini riprese il suo posto di combattente. Ferita durante un’azione nell’aprile del 1945, rifiutò di essere soccorsa, per non intralciare il compito dei suoi compagni di lotta. Da sola riuscì a frenare una grave emorragia e a riparare all’ospedale di Carpi, dove i sanitari furono costretti ad amputarle una gamba. Sopportò le torture senza rivelare neanche un nome, anche quando la condussero davanti al plotone d’esecuzione. E dopo che suo marito fu giustiziato, quando una pallottola le compromise per sempre una gamba si trascinò fino al primo casolare per chiedere aiuto a dei contadini, perché la portassero in ospedale. «Mio marito – spiegò – lo diceva sempre: chi di noi vive deve proseguire la lotta». Dopo la Liberazione, è stata consigliere provinciale di Modena, presidente dell’Unione donne italiane e dell’Associazione mutilati. È anche stata eletta deputato nella I, nella II e nella III legislatura ed ha fatto parte della Commissione Difesa della Camera. Una donna di carattere, determinata, come dimostra il suo intervento l’eccidio delle Fonderie del 1950, quando la polizia sparò e uccise sei operai ferendone altri duecento, lei si alzò dal suo scranno in Parlamento e sbatté le foto dei loro cadaveri davanti ai banchi del governo, all’indirizzo del ministro dell’Interno Mario Scelba. Lorenza Rozzi ringrazia Mario Vallone «sempre presente e non rinuncia a lottare». E ci rilancia il messaggio di Gina Borellini, ancora valido. Hanno in comune l’Emilia Romagna e appartenere ad una famiglia partigiana: Lorenza racconta del coraggio della zia Regina «straordinariamente eroica», staffetta partigiana che teneva i rapporti con i Comitati di Liberazione di Parma, portando loro le armi ben nascoste nel cestello sotto strati di verdure e fiori, della cugina Carmen Zanti torturata dai fascisti, poi senatrice alla quale si deve la legge sui consultori. Ma anche della zia Gina, modista spia dei fascisti, uccisa dai partigiani. Con l’intensità di chi ha vissuto la guerra, con atrocità che hanno lasciato ferite profonde anche nelle famiglie che non hanno avuto perdite umane, Lorenza ci consegna un prezioso patrimonio di ricordi e valori che condivide nella quotidianità di chi la ama, e ai quali – nello stesso momento in cui si affaccia una bella torta con il simbolo del tricolore – chiede di continuare a lottare: «Oggi abbiamo tutti il dovere di impegnarci, non possiamo far finta di niente, ma dobbiamo continuare ad esprimere i valori forti della Resistenza».

 





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