«Mattoni e rubli», così la ‘ndrangheta «sovranista» investe in Russia

Il reportage de La Stampa sugli interessi delle cosche calabresi nei mercati dell’Est: banche, alberghi e casinò. E la sede legale delle società che muovono soldi è sempre a Malta o Lussemburgo. Nicaso: «Sottovalutano le infiltrazioni per una questione di “marketing” territoriale»

La «svolta sovranista della ‘ndrangheta». Così La Stampa definisce il ponte fatto di «mattoni e rubli» che da Reggio, dalla Piana e dalla Locride porta dritto alla Russia putiniana. Il reportage di Domenico Quirico sul giornale torinese approfondisce la questione anche attraverso un’intervista di Giuseppe Legato ad Antonio Nicaso, docente di crimine organizzato nelle università di Canada e California e tra i massimi conoscitori della ‘ndrangheta. Chirico viaggia e descrive ciò che vede nella provincia di Reggio, racconta di imprenditori calabresi che «muovono verso i remoti, imprevedibili mercati del Volga e del Don». E parlando delle nuove frontiere dei clan pone, dai territori in cui la Lega ha fatto il boom di consensi, alcune domande: «Il panorama, quello sì calamitosamente vecchio, del malaffare ‘ndranghetista fattosi imprenditoriale, scandalosamente “moderno”, muove tutto questo, acconsente e determina? È la sua ennesima metamorfosi fisiologicamente complessa: dal pizzo e dalla droga al consiglio di amministrazione?». La risposta la si potrebbe trovare in alcune società che hanno sempre «sede legale a Malta o in Lussemburgo». D’altronde i contatti tra le cosche calabresi e la mafia russa risalgono ai tempi della disgregazione dell’Unione Sovietica, quando la ‘ndrangheta «scoprì uno straordinario e facile mercato per procurarsi armi e capitali con cui fare affari nelle due direzioni». E dietro quelle mafie «c’era uno stato e un Servizio segreto: solo con questi alleati e soci si possono varcare confini territoriali e finanziari apparentemente intangibili».
C’è un personaggio che secondo La Stampa «sembra legare antropologicamente tutti gli elementi, ‘ndrangheta, business, Russia». Si chiama Salvatore Filippone, «uomo della cosca dei Piromalli», che al momento del suo arresto fu trovato con «34 miliardi di rubli, opere d’arte, investimenti e riciclaggi in mezza Europa, un arsenale di armi da Guerra». Nicaso spiega che da un’indagine della Procura di Locri si scoprì che Filippone «stava trattando con una banca tedesca l’acquisizione di rubli e marchi per 2600 miliardi di lire con i quali voleva acquistare catene di alberghi e casinò a Mosca», oltre che «un’acciaieria a Leningrado e quote di minoranza di una banca». E accaddero altre cose: «Ad esempio in un’intercettazione – racconta Nicaso – venne fuori come un affiliato della cosca Pesce di Rosarno aveva ricevuto 10 litri di gas nervino da un trafficante di armi: “Me l’ha data un russo – dice l’intercettato – ma non ti avvicinare che qui moriamo tutti. L’ho sepolta in un fusto sigillato ma non deve andare nelle mani di nessuno». Ma non c’è solo il riciclaggio tra le ragioni per cui i clan guardano a Est: «Dai fondi europei negli Stati dell’Est che hanno aderito all’Ue per investire sulle energie rinnovabili o sull’agricoltura bio, all’asimmetria normativa rispetto alla legge italiana contro il crimine organizzato che rende difficile il contrasto, alla facilità di investimento che viene realizzato attraverso broker non direttamente riconducibili alle famiglie. Faccendieri che la ‘ndrangheta controlla senza sparare. Così anche la Russia e i Paesi dell’Est – conclude Nicaso – sottovalutano le infiltrazioni per una questione di “marketing” territoriale». (spel)







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